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Il pasticcio del braccialetto elettronico. Il capo della Polizia: «Spendiamo milioni di euro per una convenzione illegittima»

febbraio 4, 2014 Chiara Rizzo

Stasera si vota la fiducia sul decreto che introdurrebbe l’uso dei braccialetti. Pansa: «In uso 90 braccialetti su duemila, costano 3 milioni l’anno. Colpa di un accordo illegittimo con Telecom»

Il capo della Polizia, Alessandro Pansa

Il giorno stesso in cui è arrivato in Aula, è stata annunciata la fiducia sul decreto carceri, che tra le misure propone la riduzione del ricorso alla custodia cautelare in carcere, il braccialetto elettronico, l’aumento dei giorni di sconto pena da 45 a 70 giorni ogni sei mesi per buona condotta. Sono queste ultime due misure che hanno suscitato maggiori critiche, in particolare il Movimento 5 stelle e la Lega nord avevano annunciato il voto contrario perché il decreto, a loro dire, libererebbe mafiosi e terroristi. In commissione Giustizia della Camera – che secondo il governo «ha modificato il provvedimento», ecco perché si vota con la fiducia – si è parlato moltissimo di “sconto pena” e braccialetto. Su quest’ultimo tema di particolare interesse c’è stata l’audizione del capo della polizia, il prefetto Alessandro Pansa, che ha offerto dati precisi e un ammonimento sul «sistema attuale davvero costoso», con «cifre esagerate».

90 BRACCIALETTI IN 13 ANNI. Il prefetto ha esordito spiegando che, «al momento, siamo legati a regole tecniche del 2001 e per questo parliamo di braccialetto elettronico – che altro non è se non una cavigliera elettronica – ma allo stato se ne fa un uso molto limitato». Poi: «Negli ultimi tempi, grazie alla grande attenzione posta su questo tema, siamo arrivati a novanta apparecchiature utilizzate, mentre fino a poco tempo fa erano, al massimo, una quindicina». «La convenzione attuale» con Telecom, iniziata nel 2001, e «che siamo costretti a utilizzare, ci consente di impiegare un numero massimo di duemila dispositivi».

I COSTI. Il capitolo più “disdicevole” della convenzione con Telecom sui braccialetti elettronici, riguarda i costi che spettano allo Stato dal 2001, per la strumentazione anche e nonostante l’uso limititato che è stato fatto sinora del braccialetto. Il prefetto Pansa ha spiegato che «il sistema attuale è abbastanza costoso: a regime, qualora impiegassimo tutti e duemila i braccialetti disponibili, raggiungeremmo un costo annuo di circa 9 milioni di euro. La parte più rilevante è data dai costi fissi. Al di là dello strumento in sé, a costare è soprattutto la centrale operativa che deve ricevere i segnali da tutti i braccialetti installati in Italia – attualmente sono solo novanta, ma potrebbero essere duemila – e inviare gli allarmi a tutte le sale operative. Il numero dei braccialetti incide in maniera relativa, perché al massimo la spesa potrebbe raggiungere 2,4 milioni». Più nel dettaglio, Pansa ha calcolato che «il costo è di 9.083.000 euro all’anno. Il noleggio di 2.000 braccialetti elettronici costa 2.400.000 euro, la movimentazione logistica dei braccialetti 2.900.000, la centrale operativa, le reti di trasmissione e le segnalazioni 3.717.000. Noi oggi non spendiamo 9 milioni, ma 3.170.000 per l’organizzazione, una cifra minore per quanto riguarda la manutenzione, perché i braccialetti sono pochi, e una cifra ancora minore per il noleggio. Intorno a questo servizio spendiamo, dunque, io credo, meno di 5 milioni. È chiaro che si tratta di una diseconomia enorme e di cifre esagerate: in effetti, il braccialetto elettronico è un cellulare che trasmette e non riceve».

L’EFFICIENZA. Pansa tuttavia ha sottolineato che «quello che costa moltissimo è la rete di gestione degli allarmi, la sala operativa aperta ventiquattro ore su ventiquattro che fa il monitoraggio di ognuno di questi braccialetti. Una megasala operativa per 90 braccialetti è eccessiva, ma, se i braccialetti saranno migliaia, diventerà un valore». Inoltre, «noi incentiviamo la detenzione domiciliare non solo perché diventa un meccanismo per svuotare il carcere, ma anche perché è facile controllare il soggetto. Il braccialetto, quindi, creerà un sistema sicuramente molto più efficace».
Il prefetto ha proseguito: «Sicuramente oggi, se andiamo sul mercato, troveremo soluzioni che costeranno molto di meno. Il problema fondamentale è che oggi sul mercato troveremmo di meglio». La domanda in commissione Giustizia è stata a quel punto unanime: se si può risparmiare, perché si mantiene il contratto con Telecom?

LA CONVENZIONE ILLEGITTIMA. La risposta di Pansa lascia chiaramente comprendere come nel 2001, quando l’allora ministro dell’Interno Enzo Bianco avviò la convenzione con Telecom la procedura non fu né trasparente né corretta. Nel 2011, durante il Governo Berlusconi, tale convenzione fu poi rinnovata, sempre senza condurre alcuna gara o revisione. «Si tratta, tuttavia, di una convenzione illegittima – ha spiegato Pansa – poiché il Consiglio di Stato, confermando una sentenza del Tar, ha stabilito che non avremmo potuto accordarci direttamente con Telecom e ricorrere a una convenzione unica». Telecom, intanto, ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che interverrà su questa vicenda a giugno, probabilmente secondo Pansa confermando l’illegittimità. Intanto però «siamo costretti a spendere ventisei milioni di euro per una fideiussione da depositare in banca in caso di soccombenza».

PERCHÈ DA NOI È POCO USATO? Eppure il braccialetto elettronico nelle esperienze di altri paesi ha rappresentato un successo. «Perché non si è utilizzato da noi così tanto? Perché negli altri Paesi non è richiesto il consenso dell’interessato. Questa è la prima questione» ha chiarito il prefetto, aggiungendo come seconda ragione che all’estero «è uno strumento molto più diffuso perché il meccanismo giudiziario di molti altri Paesi non è basato sulla carcerazione preventiva. Il nostro ordinamento sì». Con il decreto legge parte del problema sarebbe definitivamente corretto perché «sicuramente riteniamo che il braccialetto costerà molto di meno, non fosse altro perché è evidente che, nel momento in cui la legge stabilirà che si deve usare, non ci sarà bisogno del consenso. Addirittura il magistrato dovrà motivare il caso in cui non lo utilizza».

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