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Il partito unico del nichilismo uccide la politica. Ma un modo per salvarla io l’ho visto

aprile 26, 2017 Renato Farina

Nella classe dirigente non esiste alcun progetto creduto e autentico di rinascita. Perciò il vento aiuta chi se non altro vuole distruggere

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ho visitato la Camera dei deputati da bravo russo. Volevo vedere al lavoro la democrazia italiana-occidentale, così diversa da quella nostra, che bollate come autoritaria, priva di contropoteri, dunque in fondo dittatoriale. Ho ciondolato tutto il giorno. Giornalisti a parte, che sono gli unici sicuri di restare, e quindi hanno un certo volto simpaticamente pasciuto, il resto dei manipoli ingiacchettati o dotati di abitini sbracciati, si poteva tranquillamente distinguere in due modi, ascoltando i discorsi un po’ sibilati, un po’ sfrontatamente esibiti.

1) Coloro che hanno il sogno di sopravvivere. Non più che questo. Cavarsela. Non vivere, ma campare. Non tirare le cuoia. Cioè tornare qui. Questo atteggiamento accomuna gran parte degli aderenti al Pd, e però riguarda anche i parlamentari di Forza Italia e dei vari accampamenti centristi. Ogni tanto si sente tra questi ultimi parlare di sondaggi vincenti, e questa notizia illumina i volti. Poi torna la consapevolezza che l’idea dei vari capi è che non siano loro a occupare i seggi, ma giovanotti strani, con giacche che non esistono in Italia ma solo ad Arcore e dintorni, e ragazze dotate di tacchi mai visti per le strade.

2) Coloro che sognano di conquistare il potere. Essi camminano piuttosto impettiti, alcuni lievemente snodati. Sono i capetti dei 5 Stelle, che si dividono in inamidati e sgualciti, anche tra le signore, ma hanno la faccia illuminata dei vincenti. Oddio qualcuno lievemente dubitoso di essere tra i conquistadores c’è, ma non lo dà a vedere.

Ovvio che chiunque abbia un minimo di raziocinio, se come me passeggiasse in questa foresta ben nutrita e innaffiata di prebende, tra i due gruppi cercherebbe di introdursi in quello dalle facce magari petulanti ma vincenti. Chi vince attira e spaventa. Ma spaventano di più le truppe senza speranza se non per la salvezza di se stessi.

Dico questo perché nella classe dirigente oggi non si percepisce alcun progetto creduto e autentico di rinascita. Non esiste più alcuna utopia amata e desiderata. Perciò il vento aiuta chi se non altro vuole distruggere, spazzare, fare tabula rasa. Succede sempre nelle ditte che rischiano il fallimento. C’è in alcuni la voluttà di morte, di veder soprattutto andare al diavolo il padrone, costi pure la demolizione dei silos (noi russi abbiamo sempre in mente i silos).

E allora? È questa la democrazia occidentale? Il nichilismo a due fronti: quello gaio e quello mesto? Una cosa così morirà presto. E sarà pura giungla, quella di Napoli milionaria: “Arruobbi tu? Arruobbo io. E si salvi chi può”. Eppure in Russia, come da voi in Italia, esiste qualcosa di pulsante, qualche vivida speranza non effimera, che sia più della sopravvivenza o della conquista distruttiva del potere. L’ho vista nelle folle che attraversavano Milano e Monza, ordinate ma non irregimentate, allegre ma sobrie, quando andavano incontro a Francesco in numero di circa un milione e mezzo. Credenti ma anche no. Venivano dalla tradizione, ma non una tradizione ossificata, ma che accetta la sfida del cambiamento d’epoca. Anche in Russia accadono queste cose.

Sfaldati i corpi, si scompisciano le anime
Boris si domanda: com’è possibile connettere queste energie sospiranti, non egoiste, protese alla speranza anche se il dolore bussa alla porta; com’è possibile legare questo alla politica, all’arte di governo, a un disegno forte di bene comune? È il grande tema della rappresentanza. La questione della democrazia sarebbe disperata se tutto davvero fosse solo liquido e liquefatto nella nostra società. Le elezioni sarebbero soltanto l’esibizione collettiva della vacuità manipolabile. La democrazia delle appartenenze era più autentica e seria di quella che vediamo circolare in Occidente.

Il voto era espressione dell’essere parte di un corpo, con una visione del mondo a prescindere dai leader che sarebbero emersi. Lo sfaldamento dei corpi ha comportato lo scompisciamento delle anime, la loro trasformazione nel modello triste ed estetizzante di Adriano “animula vagula blandula”. Eppure qualcosa si riplasma. Occorre una politica che nasca da queste nuove consapevolezze positive della folla di Milano, che era fatta, lei sì, di uno vale uno, anzi più di uno. E qualcuno che sappia creare qualcosa che somigli alla partecipazione.

Foto Ansa

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