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Il Partito cerca di silurare il “nuovo Mao” della Cina, Bo Xilai? Lo strano caso di Wang Lijun

marzo 15, 2012 Leone Grotti

Bo Xilai, capo di Partito di Chongqing, che vuole un ritorno al maoismo, mira a entrare quest’anno nel gotha del Pcc. Il suo braccio destro, questa settimana, ha chiesto asilo politico in una ambasciata americana dopo che è stata aperta una non meglio precisata indagine su di lui. Rifiutato dagli Usa è stato portato via a Pechino dalla polizia.

La corsa per aggiudicarsi un posto all’interno del gotha comunista cinese, la Commissione permanente del Politburo che verrà rinnovata il prossimo autunno, è cominciata da tempo ma in questi giorni la vicenda personale di un candidato, promotore populista del ritorno alla purezza del maoismo, Bo Xilai (a sinistra nella foto), attuale segretario di Partito a Chongqing, il centro finanziario della Cina occidentale, si è arricchita con una spy story da fare invidia a 007. Prima di tutto i fatti. Wang Lijun, 52 anni, vicesindaco di Chongqing, è stato rimosso dal suo incarico la scorsa settimana. Sembra che su di lui sia stata aperta un’indagine ma secondo un comunicato ufficiale rilasciato dal municipio, «a causa di un lungo periodo di eccessivo lavoro, un alto livello di stress mentale e di esaurimento fisico, il vicesindaco Wang Lijun si è preso, previa approvazione, un periodo di vacanza».

Wang si è fatto un nome conducendo da membro della polizia una grande operazione contro la criminalità organizzata nel 2009, grazie alla quale sono state arrestate 6 mila persone, tra cui miliardari, uomini di governo e boss della criminalità organizzata. Un’operazione che a Wang è valsa una taglia sulla testa da parte dei gangster locali pari a sei milioni di yuan (circa 680 mila euro) e a Bo Xilai la fama e l’apprezzamento da parte di tutta la Cina. Wang ha sempre avuto un forte legame con Bo, che ha voluto il suo trasferimento a Chongqing dalla provincia di Lianonig nel 2007. Lo “stress mentale” da cui sarebbe affetto è un termine abbastanza raro nei comunicati ufficiali ed è sinonimo di epurazione politica. Diverse fonti hanno confermato ieri che Wang non sarebbe affatto stressato ma avrebbe tentato di chiedere asilo politico all’ambasciata americana di Chengdu, città che si trova ad appena tre ore di macchina da Chongqing, portando con sé alcuni documenti. Il municipio, contattato dal South China Morning Post, non ha voluto rilasciare dichiarazioni ma su moltissimi siti internet cinesi è girata la notizia di uno strano assembramento di macchine della polizia e di blocchi attorno all’ambasciata statunitense.

Una negoziante di Chengdu, che si trova proprio di fianco all’ambasciata, ha confermato al Post: «Il consolato, fin dalla mezzanotte di martedì, era circondato da un incredibile numero di auto della polizia. Mio marito non riusciva a rientrare a casa tanto era il traffico». Una fonte di Pechino ha riportato la dichiarazione di un diplomatico straniero, «che non vuole rivelare la sua identità», secondo cui Wang prima di andare all’ambasciata statunitense avrebbe chiesto ad altre. Rifiutato, si è recato in quella americana, dove la sua richiesta di asilo politico non è stata accettata. Tra i motivi del rifiuto, dovrebbe esserci anche l’imminente visita negli Usa del vicepresidente del Partito (e presidente designato) Xi Jinping. Wang, secondo una fonte della polizia di Chongqing, è stato portato ieri a Pechino da una task force del corpo disciplinare più importante del Partito, la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina. Una brutta notizia per Wang e anche per il suo più grande promotore Bo Xilai, sul cui futuro nel Partito ora si addensano molte nuvole. Anzi, se tutto il “caso Wang” si rivelasse una lotta di potere tra candidati che mirano alla Commissione permanente del Politburo, non ci sarebbe da stupirsi.

Bo Xilai è uno dei personaggi più attivi e influenti nella fazione interna al Partito dei “princeling”, cioè i figli dei veterani della rivoluzione comunista, che si oppone a quella guidata dall’attuale segretario del Partito comunista Hu Jintao, la “Lega dei giovani comunisti”. Già membro del Politburo, a 62 anni Bo vorrebbe entrare a fare parte del sanctum della Commissione permanente. Carismatico, è diventato tra i politici più quotati grazie a una campagna che punta a un ritorno al passato, rifacendosi esplicitamente alla figura di Mao per combattere il crimine organizzato e la corruzione che affliggono tanto la società quanto il partito. Nonostante l’entusiasmo suscitato in alcune città dalla sua campagna (che ha adottato lo slogan chang hong, “cantare canzoni rosse”), sembra difficile che il partito dia il suo imprimatur alla rinascita della cultura maoista. Mao è tuttora citato nelle prime righe della Costituzione cinese, ma è stato accantonato definitivamente dalle parole di Deng Xiaoping: «Il compagno Mao ha fatto il 70% delle cose giuste e il 30% di quelle sbagliate». Il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale sono stati sconfessati e in Cina si può, per non dire si deve, parlarne male il più possibile. Altro brutto segno per Bo è che né Hu Jintao né Wen Jiabao hanno mai visitato dal 2007 il centro finanziario della Cina Occidentale, Chongqing, dove Bo ha la sua base di potere.
twitter: @LeoneGrotti

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