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«Il Parlamento presti attenzione alle carceri, prima che brucino»

febbraio 27, 2012 Chiara Sirianni

Intervista a Enrico Sbriglia, segretario nazionale del Sidipe: «Il ministro Severino ha fatto attenzione alla tragica situazione delle prigioni ma non basta, ci vuole anche quella del Parlamento. Uno Stato che non mantiene le promesse non sarà più percepito come tale dalla comunità».

La situazione delle carceri italiane è sempre più critica. E se il ministro della Giustizia Paola Severino ha cercato di affrontare il problema con il decreto svuota-carceri, si aspetta che in Parlamento si crei una maggioranza qualificata per approvare ulteriori interventi. Il Sidipe, organizzazione sindacale dei direttori e dirigenti penitenziari, lancia l’ennesimo appello: «La terribile sequela di suicidi di persone detenute e la frequenza di altrettanti suicidi da parte di operatori penitenziari deve far riflettere» sottolinea a tempi.it Enrico Sbriglia, segretario nazionale. «È un sistema che non va e deve essere rivisto, il più in fretta possibile».

Segretario, in che stato verte il sistema penitenziario?
Purtroppo è l’impietosa immagine di una crisi dei valori della democrazia in Italia. Uno Stato che non mantiene le promesse non sarà più percepito come tale dalla sua comunità. Le nostre carceri si sono ridotte a essere dei non-luoghi: quando non esprimono dolore e paure, appaiono invisibili, nell’indifferenza dei benpensanti e dei militanti del diritto sospirato. Intanto, le prigioni schiacciano con il loro peso di sofferenza sia gli operatori penitenziari che le vite di quanti sono detenuti, e dei quali dovremmo pretendere solo la libertà, e non anche la dignità.

L’amnistia, pur necessaria,  pone sempre un problema di pubblica sicurezza: cosa risponde? 
È finta sicurezza quella di uno Stato che comprime 67 mila persone in posti che a malapena ne potrebbero accogliere 43 mila. È finta sicurezza quella di uno Stato che per sorvegliare tutti non sorveglia nessuno. Specialmente quei detenuti più pericolosi per la collettività, confusi in mezzo a quelli del disagio e delle nuove povertà. È finta sicurezza quella di uno Stato che riduce gli organici del personale delle carceri mentre, contestualmente, cresce il numero dei detenuti, così come quello dei suicidi dei medesimi.

Anche gli operatori penitenziari soffrono un fortissimo disagio. Cosa servirebbe?
Tanti cercano di abbandonare il  fronte delle prigioni. Chi può si fa trasferire in uffici distanti, perfino in altri enti o sotto-enti pubblici, purché lontani, debitamente lontani, dai serragli che eufemisticamente appelliamo come “case” circondariali o di reclusione. Operare in carcere, in queste condizioni, consuma. Le problematiche sono sempre meno acute e sempre più croniche, e sfociano in convulsioni che potrebbero divenire ingovernabili. Occorre iniettare nel sistema risorse vere, finanziarie ed umane, perché quanti vi lavorino non se ne debbano vergognare, e perché davvero si produca il bene della sicurezza e non, invece, l’oscuro presagio di uno Stato malato.

Ci spiega quali sono gli aspetti più critici? 
Sono oltre sei anni che i direttori penitenziari sono senza contratto di lavoro. Molte sedi carcerarie ed uffici dell’esecuzione penale esterna sono privi di dirigenti titolari. Mancano educatori, assistenti sociali, psicologi. E ci sarebbe bisogno anche di ingegneri ed architetti, di tecnici manutentori, sono assenti gli interpreti. La polizia penitenziaria non dispone di medici del Corpo. Mancano gli agenti giovani, tanti hanno superato i 50 anni. È carente il personale amministrativo. Perfino il sistema minorile è in crisi: fa difetto, occorrerebbe costituire un comparto pubblico ad hoc, non essendo comparabile con nessun altro, ancorché di polizia, pure facendo anch’esso sicurezza.

Il decreto sulle liberalizzazioni prevede anche lo strumento del “project financing”, ovvero la possibilità di assegnare a privati la realizzazione di strutture carcerarie. Potrebbe essere una soluzione?
Occorre chiarire che non solo i servizi di sorveglianza, ma anche tutti quelli che attengono alla osservazione della personalità ed al trattamento delle persone detenute (compresi quelli sanitari, psicologici e amministrativi) rimarranno saldamente in mano pubblica, gestiti da un personale pubblico. Gli altri servizi potranno rientrare nel project: mi riferisco a quelli relativi alla gestione della mensa aziendale del personale, i servizi di pulizia, eccetera. Ai sensi dell’art. 28 della Costituzione italiana, i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti e le persone detenute sono titolari di diritti oltre che di doveri.

Cosa chiedete alle istituzioni?
Il ministro Severino ci è apparsa davvero attenta alla questione, ma la sua attenzione non basta. La pretendiamo anche da tutto il Parlamento.  La questione Giustizia è politica allo stato puro e trasversale a tutti gli schieramenti. La situazione si fa ogni giorno più critica. Bisogna agire, prima che le carceri brucino.
twitter: @SirianniChiara

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