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Il Papa è a Cuba non per appoggiare o contrastare il regime, ma per incontrare il popolo

marzo 29, 2012 Emmanuele Michela

Amnesty International ha accusato il Papa di «andare a Cuba a sostenere il regime dei fratelli Castro». Non è così. «L’azione di un Pontefice ha significato e conseguenze politiche, ma un Pontefice non si muove come un politico». Basta guardare l’attenzione della gente e i cambiamenti avvenuti sull’isola dalla visita di Giovanni Paolo II.

A seguire il viaggio di Benedetto XVI a Cuba sui giornali emerge una cosa abbastanza stucchevole: sembra che tutto il valore di questa visita pastorale sia riducibile all’impatto politico, civile e mediatico che porta con sé. Per carità, mettiamo subito in chiaro che questo valore un viaggio simile ce l’ha eccome. Un Pontefice che va su quest’isola dove ancora resiste uno degli ultimi storici regimi comunisti, figlio della primissima Guerra Fredda, è un fatto che porta con sé importanti risvolti politici. Ma non si può ridurre il valore dell’azione di quest’uomo di quasi 85 anni, che prende e va dall’altra parte del mondo, alla sua sola posizione di fronte al regime. Non si può soffermarsi solo sulla pertinenza del suo incontro con Fidel Castro, di quello possibile con Chavez e di quello mancato coi dissidenti dell’isola. Non è possibile marcare questo brandendo la recente denuncia di Amnesty International, che accusava il Papa di andare «a Cuba a sostenere il regime dei fratelli Castro», sottolineando l’aumento dei casi di persecuzione sull’isola di attivisti politici, blogger e giornalisti negli ultimi due anni. Non ci si può soffermare unicamente sui possibili benefici in termini di diritti civili e condizioni di vita che la visita può portarsi dietro, citando le occupazioni di alcune chiese cubane che gruppi di dissidenti hanno operato nelle scorse settimane. Tutta questa campagna non ha fatto altro che spostare l’attenzione dal vero fulcro di questa visita.

C’aveva visto lungo sabato Ubaldo Casotto, che preannunciava questo rischio dalle pagine del Riformista, elencando alcune critiche preventive a questo viaggio mosse da alcuni giornali. Il giornalista metteva in chiaro una differenza, «che sembra sottile, ma è fondamentale: l’azione di un Pontefice ha significato e conseguenze politiche, ma un Pontefice non si muove come un uomo politico. Benedetto XVI va a Cuba non per appoggiare o contrastare un regime, ma per incontrare un popolo. Un popolo fatto di credenti e non e che, paradossi della storia, nella sua componente religiosa non ha mai pensato di abbracciare la teologia della liberazione». A guardare le immagini di questi giorni, era evidente che il desiderio di incontro fosse condiviso: ieri erano migliaia i cubani che attendevano il Papa all’esterno del santuario della Virgen de la Caridad, tantissimi affollavano le strade che il Pontefice avrebbe attraversato, con bandiere e striscioni che raccontavano bene il clima di festa di questi giorni.

E poi c’è lui, Fidel Castro. Oggi saluterà Benedetto XVI: in tanti hanno ricordato quando nel gennaio del ’98 il Líder máximo ricevette il predecessore di Ratzinger, Giovanni Paolo II. E c’è un aspetto interessante che vale la pena sottolineare. Castro ha sempre mostrato un certo interesse per la religione, ancor più dopo quell’incontro (che sembra abbia segnato un passo decisivo nella sua “conversione”). Non si è mai definito ateo, negli ultimi tempi avrebbe iniziato a seguire con molta più costanza Benedetto XVI, ancor più dopo aver letto, con attenzione e interesse, il Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger, che ora tiene sul comodino della sua camera da letto. Forse sono solo voci. O forse c’è davvero un desiderio reale d’incontro. 

Infine, come ricordava ancora Casotto, va sottolineato come la crescente apertura del regime cubano alle riforme sia andata di pari passo alla sempre più grande libertà e influenza che la Chiesa cubana ha ottenuto dopo la visita di Giovanni Paolo II del 1998. «Quindici anni fa», diceva all’Osservatore Romano il cardinale cubano Jaime Lucas Ortega y Alamino, «prima della visita di Giovanni Paolo II, sembrava che la Chiesa fosse assente dalla società. Oggi non è così; poco a poco si è trasformata in una realtà sociale della quale si deve tener conto». E anche quando di recente 3 mila detenuti sono stati liberati tramite l’indulto, in molti hanno riconosciuto il ruolo di “mediatrice” o “facilitatrice” degli organi ecclesiastici. Insomma, l’impatto politico che il viaggio del Papa può avere non è solo legato alla sua posizione di fronte al regime, ma anche a ciò che l’incontro con lui suscita tra la gente.

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