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Il paese dei reati fantasma e la sindrome del crostaceo politico

marzo 8, 2017 Alessandro Giuli

L’inchiesta Consip è una pazzesca boiata costruita sul reato monstre del traffico d’influenze. Ma Renzi che invoca pena doppia per babbo Tiziano rivela la mediocre statura del personaggio

Premessa. L’Italia sarà pure una Repubblica fondata a sua insaputa, l’inclinazione a delinquere di certe classi dirigenti è un retaggio spagnolesco che si è stratificato in secoli di dominazione straniera e di servitù volontaria: pane, circensi e “stecca para per tutti” sono lo stemma di troppa ignobiltà da debellare ancora.

Ma veniamo a quel che è peggio. Ovvero all’Italia degli orrori giudiziari, che sono lo specchio deforme della nostra premessa e si moltiplicano di giorno in giorno all’ombra del venticinquennale di Mani Pulite. Sì, stiamo parlando anche e sopra tutto dell’inchiesta Consip, una pazzesca boiata mediatica costruita intorno a un gruppuscolo di affaristi e piccoli politici il cui unico reato manifesto è di natura estetica: le camicie rosa dell’imprenditore Alfredo Romeo, la gelatina sui capelli del faccendiere Carlo Russo, i gemelli sui polsini del facilitatore Italo Bocchino, le scarpe a punta del ministro Luca Lotti, i cappelli strapaesani di babbo Renzi. Quanto al resto, per non dire del mascariamento in assenza di fatti comprovati; per non dire del solito ricorso spensierato alla carcerazione preventiva; qui vediamo soltanto fantasmi giuridici.

Come il traffico d’influenze, degno compare monstre del concorso esterno in associazione mafiosa e nuova fattispecie utile a inaugurare o riverniciare brillanti carriere togate alimentate dal fumus persecutionis nel quale si trova naturalmente avvolto ogni soggetto pubblico tenuto a maneggiare e dispensare soldi in regime d’emergenza o di monopolio. In attesa che vecchi e nuovi pm moralizzatori vengano moralizzati; aspettando che sia la stessa magistratura (nel suo emisfero più ragionevole ancorché tardivo: dal gup in poi) ad archiviare zoppicanti teoremi (memento Mafia Capitale) e presunti illeciti ambientali, o ad assolvere innocenti finiti alla gogna, qui s’invita il lettore a rileggersi le biografie giudiziarie di gente come Ercole Incalza (ex dirigente del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, rottamato e prosciolto) o Guido Bertolaso (ex capo della Protezione civile, rottamato e assolto). Non sarà difficile farsi un’idea della leggerezza micidiale con la quale vengono aggredite e frantumate intere carriere, e non già di comuni quattrinari di provincia ma di servitori dello Stato. Carriere criminalizzate da un clima venatorio di facile caccia alla casta ladra; carriere annientate da accuse come l’associazione a delinquere, l’abuso di ufficio o perfino l’omicidio colposo plurimo in occasione di terremoti e disastri ambientali. E con il terzo grado di giudizio sempre lì, lontano e solitario e triste ma costituzionalmente vincolante per dire che un colpevole è colpevole, ad attendere invano una resipiscenza corale.

Va da sé che i primi a non dimostrarsi all’altezza della sfida sono i politici di massimo calibro. Matteo Renzi che invoca la doppia pena per il padre, ove mai fosse contraddetta la sua presunta innocenza, getta ai cani l’ultimo lacerto di garantismo in nome di una pruderie volgarmente antifamilista, e ricorda il peggiore Almirante dei tempi brutti. Quello che invocava la doppia pena di morte per i presunti terroristi provenienti dalle catacombe neofasciste, molti dei quali perseguitati e infine assolti. Un progressivo collasso di civiltà, questo, reso agevole dalla mediocre statura dei protagonisti, vittime anzitutto di sé stessi e della propria morfologia da crostacei: tanto corazzati di arroganza e vanagloria nell’incedere trionfale, altrettanto fragili, molli e smarriti non appena elettori e arcinemici ne abbiano traforato la scenografica scorza.

Foto Ansa

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