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Il nuovo decreto Cinema sancirà la morte della creatività

ottobre 6, 2017 Giacomo Bandini - Alessandro Giuli

La riforma voluta da Franceschini obbligherà le piattaforme tv e web a trasmettere una certa quota di film e fiction italiane, non va bene. Risposta del direttore

cinematerapia

L’Italia non ha mai creduto nella meritocrazia e, probabilmente, non crederà mai nemmeno alla libera concorrenza. L’ultimo decreto legislativo proposto dal ministro Franceschini e approvato dal Consiglio dei ministri obbligherà le piattaforme televisive e quelle online a trasmettere una certa quota di film e fiction di produzione esclusivamente italiana. È l’apoteosi del protezionismo “made in Italy” che se ne infischia della libertà di scelta dell’utente e, soprattutto, promuove le rendite di posizione.

Che cosa prevede nel dettaglio questa modifica al Testo unico della Radiotelevisione? Che il 55 per cento (il 60 dal 2020) dei film e delle serie tv mandate in onda dalle televisioni italiane devono essere di produzione europea e, per la Rai, almeno la metà di queste devono essere italiane, mentre per tutte le altre emittenti “solamente” un terzo. In prima serata, il momento clou degli ascolti e dei ricavi pubblicitari, la quota ammonterà al 12 per cento sulla italianissima Rai e al 6 per cento per tutti gli altri. E non è finita. Le previsioni per esaltare il “made in Italy” verranno anche estese alle piattaforme on demand come Amazon e Netflix. La notizia peggiore è che il decreto anticipa una normativa europea in corso di approvazione e dunque avallata dal regolatore sovranazionale.

Cui prodest? Unicamente a chi produce in Europa e in Italia film e fiction. Proprio a tutti i produttori? No, solamente quelli in posizione predominante nel mercato: gli incumbent. Possiamo quindi dedurre che non solo si tratta di una norma protezionista, contraria ai principi del libero mercato, ma che nemmeno aiuta i produttori emergenti sui quali forse varrebbe davvero la pena di puntare con maggiore visibilità e investimenti.

I motivi per cui l’Italia ha perso competitività a livello internazionale sul piano dei prodotti cinematografici sono diversi. Incluso il fatto che la Rai, lottizzata da interessi partitici e politici, ha commissionato o prodotto direttamente molti di questi prodotti, alcuni dei quali di scarsa qualità, con un controllo burocratico costante. Nel frattempo il settore a livello globale si è innovato molto, i gusti degli utenti sono parzialmente cambiati e l’economia digitale è esplosa, diminuendo il potere commerciale della televisione e ampliando quello delle piattaforme online.

Che cosa fare per recuperare terreno? Una legge ad hoc, ovvio! E la cosa che più dovrebbe colpire è il fatto che una provvedimento così restrittivo venga introdotto per regolamentare un settore fra i più creativi della storia dell’umanità. Il cinema, la fiction, la televisione, la radio possono essere creatività allo stato puro. Sono innovazione e ingegno che stimolano la nostra mente senza limiti, in libertà.
Purtroppo, è tipico della politica italiana utilizzare il potere per indirizzare preferenze e stili di vita. Il problema si pone sia quando lo fa in modo puramente paternalistico sia quando lo fa cercando di distorcere la libera concorrenza a esplicito vantaggio di qualcuno. Uno dei pochi comportamenti che lo Stato può stimolare positivamente nel cittadino è agevolare la meritocrazia e il rispetto dei principi del libero mercato. Lo dovrebbe fare attraverso l’esempio, ma ultimamente Europa e Italia non stanno brillando per essere i garanti della libertà e gli arbitri dell’equità.

Risposta del dir:
Gentilissimo Bandini, è un piacere non essere del tutto d’accordo con lei e con gli amici di Competere: la sua tesi qui non è condivisa ma è totalmente benvenuta. Nel dettaglio, posso approvare il suo scetticismo per l’ipertrofia legislativa italiana, nonché i suoi dubbi sulla possibilità che la riforma Franceschini finisca per premiare i monopoli esistenti anziché liberare energie concorrenziali. Ma insisto: una buona riforma (e quella di Franceschini può ancora esserlo) deve tenere conto dei rischi e aggirarli con regolamenti precisi e finalizzati a premiare la “creatività allo stato puro” di cui lei correttamente parla. Infine: lo Stato etico no, per carità; ma un po’ di servizio pubblico orientato verso l’alto, ecco, dalla res publica è lecito esigerlo. Ciò posto, viva il libero mercato e la meritocrazia (se poi saranno tricolori sarò più contento, ma non ci giurerei), abbasso ogni fanatismo: quello regolatorio e quello sregolato.

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