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«Il mondo è cambiato. L’Italia scelga se fermarsi e condannarsi al declino o rinunciare ai privilegi e ripartire»

settembre 2, 2014 Matteo Rigamonti

«Il governo non ha fatto riforme così audaci che abbiano prodotto già una svolta, come più volte annunciato». Intervista a Tobias Piller, corrispondente dall’Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung

Per uscire dalla crisi l’Italia avrebbe bisogno di ripensare da capo quell’elefantiaca e multiforme azienda che è lo Stato italiano. Si potrebbe riassumere così il pensiero del tedesco Tobias Piller, corrispondente dall’Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung, secondo cui è sbagliato «prendersela con l’euro, la Bce o la Merkel». Semplicemente dovremmo fare quelle tante volte annunciate (ma mai realizzate) riforme che paesi come la Germania hanno fatto in tempi non sospetti, quando il «malato d’Europa», secondo i principali quotidiani, era proprio Berlino e la cancelliera Merkel era in procinto di salire al potere.

Non bastano lo sblocca Italia e la riforma della giustizia per ripartire?
La verità è che il governo non ha fatto riforme così audaci che abbiano prodotto già una svolta, come più volte annunciato. E non è con pacchetti di leggine dai nomi più o meno creativi, come “sblocca”, “cresci” oppure “salva” Italia, che si esce dalla crisi. Dal primo ministro Renzi, dopo le tante promesse e dichiarazioni, è legittimo aspettarsi qualcosa di più.

La riforma del processo civile non è un primo passo in questa direzione?
Per quello che ci è dato conoscere, sembrerebbe che il pacchetto miri a favorire soluzioni di compromesso su vecchi litigi nel campo della politica sulla giustizia. Nei processi, si cerca più mediazione. Ma a processo avviato, di fatto, non cambia nulla. Cosa si è fatto per creare un modello di valutazione del lavoro dei giudici e dei tribunali in termini di efficienza, qualità e velocità? Niente. Come pensate di tornare ad attrarre investitori dall’estero se, come ho visto fare coi miei occhi, gli avvocati stranieri, non appena sorgono le prime difficoltà, rimettono le carte in borsa e fanno marcia indietro, anzi, qualcuno nemmeno si presenta più? Anche il presidente della Bce Mario Draghi ha ricordato che tutto ciò vi costa l’un per cento del Pil ogni anno.

Lo sblocca Italia, però, contiene misure importanti, come, per esempio, quelle che velocizzano la realizzazione di opere come la Tap, il gasdotto che collegherà la Puglia all’Azerbaigian, o favoriscono lo sfruttamento degli idrocarburi in Basilicata. Oppure il credito d’imposta per la banda ultralarga e le semplificazioni edilizie. Non le pare?
Si tratta di singoli provvedimenti in sé positivi e spero che siano utili per dare una spinta alla crescita. Quello che manca, però, è la consapevolezza che l’Italia, come pure il resto d’Europa, è in declino a causa della globalizzazione. Trent’anni fa chi voleva vendere automobili in Italia, le doveva produrre qui. Con tutti i privilegi dei paesi industriali dell’Occidente di allora, pazienza se doveva pagare gente che non lavorava. Ci si poteva permettere il lusso di un mercato del lavoro totalmente bloccato o di una burocrazia dai tempi infiniti. Ma il mondo è cambiato. I paesi una volta in via di sviluppo ora sono concorrenti, muniti di impianti nuovi, con mercati del lavoro e salari totalmente diversi, ed hanno un’alta produttività. Non si tratta solo della Cina, ma anche Brasile e Vietnam. L’Europa, anche l’Italia, sono costretti a scegliere se rimanere fermi e condannarsi a un inesorabile declino, o rinunciare ai privilegi acquisiti per aggiustare la competitività, anche se ciò è impopolare.

Quali privilegi e aggiustamenti?
È finito il tempo delle trattative sindacali stile “anni ’70” per difendere posizioni acquisite o per piccole rivendicazioni. Servono intese veloci, dove sindacati e aziende possano progettare le strategie insieme, per garantire la massima occupazione e competitività possibili; come vorrebbe fare la Fiat per tenere la produzione dei futuri modelli dell’Alfa Romeo in Italia. E c’è bisogno di un mercato del lavoro flessibile e di un sistema dell’istruzione che punti di più sulla formazione tecnica e professionale che non sui laureati in scienze della comunicazione. Serve, poi, ripensare la spesa pubblica italiana, tagliando dove possibile, perché oggi è pari al 51 per cento della ricchezza prodotta, mentre in Germania è il 45 per cento del Pil. A far crescere il Pil, infatti, è l’economia privata, e non la spesa aggiuntiva dello Stato. Senza contare che al momento, per Paesi indebitati, il momento è molto favorevole. L’Italia paga interessi bassi come mai per un debito record. Ma questa situazione non dura per sempre. Allora bisogna aver ridotto il peso del debito, prima che i mercati chiederanno di nuovo interessi alti, con un conto salato per chi ha accumulato alti debiti.

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9 Commenti

  1. Cisco scrive:

    E’ dura dare ragione a un crucco, ma Piller ne ha da vendere. Anche se pure la Germania non può dormire sonni tranquilli, con una popolazione che invecchia velocemente. Quando Draghi toglierà la maschera d’ossigeno all’economia italiana – e nessuno avrà fatto le riforme necessarie, perché impopolari – la situazione precipiterà nel caos ideale per l’avvento di una dittatura. E a quel punto andremo tutti in Toscana a vendemmiare e in Puglia a raccogliere pomodori.

    • Menelik scrive:

      “…a quel punto andremo tutti in Toscana a vendemmiare e in Puglia a raccogliere pomodori…”

      Io già lo faccio da un pezzo: quando torno a casa da scuola (insegno laboratorio di chimica in terza fascia precari), faccio il contadino.
      Sul mio, però, non su quello degli altri.
      E l’estate faccio l’operaio alla Pro Loco e manovale, sempre sul mio, per risparmiare sui muratori.
      E’ da anni che ho acquisito la coscienza che il sistema economico consumistico occidentale del dopo-guerra ormai è al lumicino, e chi crede di poter uscire dalla crisi ripristinando le condizioni di lavoro e benessere c’erano prima, è un illuso.
      La nostra accezione di progresso, ha un piede sulla fossa, e con l’altro cerca di tenere l’equilibrio.
      Trattorare la terra e segare la legna, altro che le vacanze a Cortina e Saint Vincent e le crociere e incavolarsi quando arrivano le superbollette di metano a gennaio!

  2. Menelik scrive:

    “…E c’è bisogno ………. e di un sistema dell’istruzione che punti di più sulla formazione tecnica e professionale che non sui laureati in scienze della comunicazione.

    Ci vuole proprio tanto a capirlo ?
    La gente comune lo capisce, il cosidetto popolino: l’anno scorso, infatti, c’è stato un massiccio aumento nell’immatricolazione a Scienze Agrarie, che non si vedeva da anni.
    Matteo diceva: non di solo pane vive l’uomo, ma anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
    Verissimo, però vive ANCHE di pane, ed ogni attività ed applicazione dell’ingegno che promuova come si fabbrica, dalla semina del cereale alla distribuzione del mercato, ben venga e sia la benvenuta, e favorita dalle istituzioni.
    Sic et simpliciter.

  3. francesco taddei scrive:

    lo stato italiano è impossibile da rifare. esiste un cancro che si chiama concertazione: non puoi riformare un settore se chi ne fa parte non è d’accordo. aggiungi la mancanza di sentirsi una comunità del popolo italiano. riformare lo stato? ci penserà la bce o la commissione europea (cioè istituzioni straniere)
    a trattarci come meritiamo, come una colonia. basta aspettare il prossimo baratro.

  4. Ale scrive:

    Avete una vaga idea di quali siano i privilegi cui gli italiani devono rinunciare ?? Un elenco sintetico..chi ne è capace??

    • Cisco scrive:

      @Ale
      Di primo acchito mi vengono in mente alcune tutele degli ordini professionali, della magistratura, il sistema retributivo di calcolo della pensione, stipendi slagati dalla produttività e dal merito, inclusi quelli dei top manager pubblici che hanno portato al fallimento varie aziende.

      • Ale scrive:

        @Cisco su questo concordo con te. E come evidenziato da altro articolo di oggi le aziende sono scoraggiate dalla eccessiva burocrazia. Tuttavia non vorrei che le riforme auspicate fossero quelle di ridurre gli stipendi. Piuttosto trovo più giusto facilitare il licenziamento. Effettivamente se un lavoratore e’ bravo nel proprio mestiere, non c’è datore di lavoro che se ne libererebbe volontariamente anzi con quello che costa la formazione la gente valida non verrebbe licenziata. Diverso e’ il discorso con i lavativi. Tuttavia andrebbero inasprite le pene e le multe per i datori di lavoro che non rispettano le norma di sicurezza sul lavoro, onde evitare che i lavoratori non segnalino più inadempienze del proprio datore di lavoro per paura di licenziamenti. Infine sentire di gente che invia in massa “certificati di malattia” , come accaduto un mese fa in un’importante azienda Made in Italy..non fa una bella pubblicità ai lavoratori ed ai medici italiani, prestatisi a questo giochetto. Importante e’ che non vengano ridotti gli stipendi con la “scusa” di far ripartire l’economia. Fosse per me andrebbero ridotte anche tante pensioni assurde . Non si può tollerare che ci siano pensionati da 10000-15000 euro il mese e generazioni, come le nostre, costrette a versarsi contributi con la certezza di non rivedere niente in futuro.

  5. mike scrive:

    ho letto solo alla fine del mercato del lavoro che deve essere flessibile. se uno che però perde il lavoro poi chi gli dà da campare, la flessibilità? spero lo stato. solo nell’articolo si va anche contro i sindacati e le conquiste dei lavoratori. cioè la mentalità per cui neanche lo stato deve intervenire. tutto va lasciato alle imprese. solo che se l’impresa va male e ci sono licenziamenti, chi non lavora come campa? la flessibilità va bene in un paese che domina l’economia internazionale. non è il caso italiano e forse mai lo sarà.

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