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Il mio Meeting

agosto 29, 2017 Piergiorgio Bighin

Lettera di un lettore che è stato a Rimini. E che ha visitato mostre e stand e partecipato a incontri

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Caro direttore, vari sono i meeting anche quest’anno: c’è quello di chi ha capito tutto senza vederlo e ben prima che si svolga, come una scontatezza del cuore, rinuncia all’avvenimento; c’è il meeting della politica che a seconda dei sindaci, presidenti di regione e del consiglio partecipanti ha capito dove va il movimento; c’è il meeting della borsa che valuta quanto vale il meeting e da dove tragga i fondi e parla, per l’ennesimo anno consecutivo, della lobby del meeting e della Compagnia delle opere.

Poi c’è il meeting che ti accade: quello di una mostra che non ti attendi, di un incontro che apre e suscita, il meeting dello stand che frequenti ed è la dimora di una compagnia che va da Chioggia a Pesaro, da Porto Viro a Ferrara, da San Benedetto del Tronto a Foggia, da Messina a Castellamare del Golfo e poi ancora, con un grande balzo, da Norcia fin alla terra santa e a New York…

Ecco, è quest’ultimo il meeting del vostro cronista perché l’unica cosa che mi porta ancora qui è la trama di rapporti che con questa gente ho intrecciato durante tutto l’anno, e forse per l’intera vita… Il Meeting è dunque una trama di rapporti e chi non li concepisce si fermerà a smoccolare su ciò che era e non è più, e gli anni ruggenti in cui il meeting muoveva i grandi della terra che non ci sono più…Con acuta intelligenza Amicone, pur critico verso il meeting, in un suo articolo ne parla come di ‘quell’isola dell’ultima festa popolare d’Europa che non sia basata sull’ammazzarsi di rumore, canne e birra, in cui la vita buona resiste impavida ad ogni change d’epoca’.

Ecco, dopo la doverosa premessa che può aiutare anche alcuni ex, il mio meeting per voi che comincia con uno strepitoso padre Pierbattista Pizzaballa visto ed udito nello schermo dell’arena esterna perché nel grande salone non c’era più posto…

Padre Pizzaballa, già Custode di Terra Santa oggi Amministratore Apostolico del Patriarcato di Gerusalemme, si misura con il titolo del Meeting che recita con la frase del Faust di Goethe: “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo.”. Titolo che evoca la tradizione, parola di cui i moderni istintivamente diffidano. “Ma è un delirio della contemporaneità quello di essere genitori di noi stessi” dice Pizzaballa e allora occorre cercare ciò che può e deve essere trasmesso. “Quello che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Fare memoria, dunque, non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio”. E insistendo su tale punto, ha poi aggiunto: “Bisognerebbe chiederci se il nostro fare memoria è più un ricordare nostalgico o un attingere serenamente e liberamente allo stesso desiderio che ha animato i nostri padri e che può alimentare ancora il nostro desiderio oggi, facendo di noi i protagonisti della costruzione del Regno e non semplici custodi di una memoria…”

Passeggiando per i saloni mi intriga la mostra sulle ‘nuove generazioni’: è un contributo umanissimo (e se volete anche un po’ ingenuo) al dibattito sullo ius soli. Parla di quel milione e passa di giovani nati qui da genitori immigrati e cresciuti in quella che è diventata la loro terra. La mostra non ha pretese se non quella di incontrare questi nuovi italiani dentro il tema della tradizione. Così scopriamo il giovane rom che fa l’educatore in un centro a Torino parlando correntemente tre quattro lingue, oppure Don Nur El Din Nassar sacerdote cattolico ad Omegna, figlio di padre islamico, e ancora un senegalese che fa l’avvocato a Milano, o il rapper nigeriano Tommy Kuti che in una sua canzone si definisce “troppo africano per essere italiano e troppo italiano per essere africano”. Usciamo per un attimo dai soliti stereotipi, dai dibattiti viscerali di questi tempi, e ci immergiamo in un’umanità bella che si pone il problema dell’identità e la cerca con grande curiosità. Si avverte in questi brevissimi clip una gioventù diversa caratterizzata da un’appartenenza a più culture, un’appartenenza multipla che sceglie il meglio di ciò che incontra e lo fa suo in una nuova originale sintesi.

Certo è un mondo nuovo, controverso, verso il quale la mia generazione si muove con una sorta di malcelata paura…ma è un mondo con cui bisognerà fare i conti nel senso concreto del termine di una popolazione ormai presente nelle nostre città, già insediata, circolante…Vederne i volti, anche se in un campionario scelto con accuratezza, aiuta a capire che l’altro è sempre una persona che cerca la bellezza come te.

Poi c’è, il sale della terra, la mostra boom che non puoi saltare legata ad una esperienza di lavoro in Calabria nella piana di Sibari. A centinaia fanno la coda per entrarci ed è lo svelarsi semplice e un po’ sensoriale di un’esperienza.

La curia eredita una tenuta alla fine degli anni ‘90 destinata a riso. Il vescovo, che da allora verrà appellato vescovo risicoltore, coinvolge alcuni grandi imprenditori tra cui Conforti notissimo nel settore dolciario. L’obiettivo è ridare occasioni di lavoro ad una terra che non ne ha poi molte. E così parte questa sfida: vengono bonificati terreni abbandonati, rilanciate le produzioni di clementine e albicocche e melograni, si produce sperimentalmente un olio extravergine spalmabile, si apre un agriturismo di successo. Tutto questo su terreni della diocesi, senza esserne proprietari ma assumendosi tutti i rischi imprenditoriali. Giancarlo mentre racconta questa cosa inusuale si infiamma mentre ci fa camminare in mezzo a una piantagione di limoni in vaso sì da sentirne l’odore dolce e asprigno. ‘La mostra ha per titolo il sale della terra perché il sale se non lo domestichi diventa deserto e invece ciascuno di noi è sale della terra, tu sei sale della terra’ mi dice Giancarlo con cui mi pare di essere in rapporto personale da sempre.

E arrivo infine alla mia dimora al meeting, un vasto stand che abbraccia visivamente il visitatore. È stato disegnato fin nei dettagli dal professor Franco Vignazia, un artista di Forlì, che ogni anno si cimenta con questa impresa. Si tratta di costruire uno scenario che faccia sentire il visitatore dentro l’evento, contemporaneo ai personaggi rappresentati: sulla sinistra un instancabile Silvio Cattarina parla assieme ai suoi ragazzi di ‘Imprevisto’ sotto il Gius che entra in classe e pare venuto per partecipare e porre ancora la sua sfida, a destra sotto lo sguardo profondissimo di Padre Romano Scalfi i tipi loschi del Beato Piergiorgio Frassati vendono le magliette di Norcia.

Puoi imbatterti nella sagoma in bicicletta di Don Sandro Dordi, trovarti sotto l’orma di Piccinini che ti abbraccia ancora con la sua impareggiabile commozione, se osi puoi spostare un attimo il Frassati che disturba la tua visione, riconosci gli amici che han fatto strada con te, “vivos et mortuos…”.

Ne parlo con Enrico Tiozzo concittadino che qui è padrone di casa senza farlo vedere. Lo becco tra un incontro e l’altro perché in questo spazio durante la settimana si alternano varie esperienze che lavorano assieme in una confraternita denominata santa Caterina cui aderisce anche la nostra Opera Baldo.

‘Ogni anno noi ci mettiamo un’immagine davanti agli occhi per tutto il Meeting, la pensiamo insieme con il nostro amico Franco. Quest’anno ci tocca l’abbraccio dell’apostolo Andrea a sua moglie.

È un episodio dal ‘vangelo secondo Giussani’, quando il nostro maestro si immedesimava con Giovanni e Andrea e raccontava il loro ritorno a casa, diversi, segnati e capaci dunque di portare il segno fin nell’aspetto più decisivamente carnale, l’abbraccio alla moglie. Giussani immaginava Andrea tornato a casa in silenzio senza proferir verbo, dopo una giornata passata con Gesù, la moglie preoccupata ma curiosa perché non s’era mai sentita abbracciata così. Ecco, le solite cose sono abbracciate in un modo nuovo, dopo l’incontro niente può essere più come prima…

Ma è quanto accadde, subito a destra di questa scena, nell’incontro fulminante fra il Gius e i suoi primi allievi lì al Berchet, quando lui andò ad insegnare religione. Noi desideriamo lavorare nelle nostre cooperative nella stessa posizione umana descritta dal Gius, vogliamo prendere in mano la realtà che ci è data come non l’abbiamo mai presa prima. È un abbraccio che accade da 2000 anni, poiché un uomo si accorge del cristianesimo quando lo usa. Ciò ha fatto arrivare fino a noi dei padri che ci hanno incontrato e ci generano per questo sono tra noi con le loro riconoscibili sagome, segni della presenza di Dio che continua a proporsi in modo nuovo. A noi accade così: tocchiamo le cose, le opere, i soldi, le donazioni in modo diverso.

Ed è una cosa come quella raccontata da Enrico che si rappresenta oggi nella testimonianza di due nostri amici di Porto Viro: Paolo e Lella. La loro è un’opera che, a causa di un’improvvida determina comunale, pareva chiusa e invece rinasce da una misteriosa donazione di cui Don Angelo Busetto è testimone e latore. Una storia che narra l’uso diverso delle cose, una posizione di non possesso che genera attraverso la propria carne un nuovo modo di essere chiesa nel territorio, una chiesa fuori dai suoi recinti classici.

Una chiesa che ha che fare con una fattoria, denominata degli ‘angeli custodi’, con dei cavalli, con un’asina, con l’accoglienza della normale diversità della vita.

Sono storie da meeting, ciascuna delle quali avrebbe bisogno di essere narrata, ma di più, vissuta, incontrata.

Questo è il meeting del mio cuore. Poi ci sono, e ci stanno, tutti gli altri…

Foto Ansa

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