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Il ministro Severino tra i galeotti di Padova. «Il lavoro è la vera soluzione ai problemi del carcere»

settembre 18, 2012 Redazione

Cronaca della giornata del ministro della Giustizia a Padova. L’incontro con il Consorzio Rebus di Nicola Boscoletto e alcune parole importanti sulla carcerazione preventiva: «Iniziare a scontare la pena prima di essere condannati è terribile»

Inizia alle 14 alle porte della casa circondariale la giornata padovana del ministro della Giustizia, accompagnata dal capo dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Tamburino, proprio a dare il massimo dell’ufficialità all’evento. Accolta dal prefetto Ennio Mario Sodano, dopo il picchetto d’onore, la Severino saluta poche selezionate autorità, tra cui i magistrati di sorveglianza guidati dal presidente Giovanni M. Pavarin e, in rappresentanza del mondo esterno, gli operatori delle principali cooperative impegnate in Italia nel lavoro ai detenuti: Piero Parente della Ecosol di Torino e Luciano Pantarotto e Raimondo Pietroletti di Men at Work, Rebibbia Nuovo Complesso, nonché i rappresentanti di Federsolidarietà e Legacoop sociali. Paola Severino dal canto suo fa capire subito che non si tratta di una visita formale o di cortesia. Pochi convenevoli, una breve ispezione in un reparto rinnovato e poi il tete-a-tete con i carcerati che fa disperare le sue guardie del corpo. Tra loro – dieci ammassati in una cella da cinque – e lei, circondata dai suoi due preoccupati angeli custodi, solo le sbarre verdi in acciaio rinforzato. Parole di rabbia si mescolano ad altre più meditate di richiesta. Sovraffollamento, misure alternative alla detenzione, lavoro, sanità in carcere. I temi sono ben noti. Paola Severino anzitutto ascolta. Poi, poche e misurate parole di umana comprensione. «Non sono un politico, non faccio promesse». Ma ricorda che questa settimana ci saranno alcuni passaggi fondamentali per due leggi – sul lavoro e sulle misure alternative – bloccate rispettivamente da problemi di fondi e di consenso politico. Lavoro, soprattutto. «È la vera soluzione stabile ai problemi del carcere». Parole pesanti.

«Quando vado nelle carceri chiedo sempre di misurarmi con le situazioni più difficili», spiega. E anche alla casa di reclusione la musica non cambia. La colonna sonora sono le urla dei carcerati che dalle celle chiedono libertà e amnistia. Un cenno con la mano da lontano e poi l’incontro con gli agenti di polizia penitenziaria. Dopo i detenuti quelli che stanno peggio sono loro. Eppure il loro pensiero va prima di tutto ai reclusi. «Essere chiusi qui dentro 24 ore su 24 è disumano», dice il sovrintendente Giovanni Vona a nome di tutti gli agenti. «È una sfida anche per noi, e la superiamo solo per il nostro grande senso di appartenenza allo Stato». Parole molto apprezzate dal ministro che ricorda anche il grande impegno del Capo dello Stato sul tema.

Si passa poi, con la guida del presidente del Consorzio Rebus Nicola Boscoletto, alle lavorazioni che con il marchio Officina Giotto coinvolgono circa 130 detenuti. Call center (con un nuovo impegnativo progetto che potrebbe potenziare call center e pasticceria con 40 nuovi posti di lavoro), valigeria, catena di montaggio delle biciclette, pen drive per le camere di commercio, cucina, pasticceria. Ovunque il ministro incontra gli imprenditori che ci hanno creduto, che hanno investito su questi lavoratori dalla produttività eccezionale, come Zhang, il cinese che è il mago delle chiavi usb. La visita prosegue nella redazione di Ristretti Orizzonti, dove il ministro ha parole di apprezzamento per il prezioso lavoro culturale che l’attività di informazione realizza.

In auditorium, dopo un breve video sulle attività e gli incontri della cooperativa in questi anni, la parola passa senz’altro ai detenuti. «La mia vita qui in carcere è migliore di prima di entrare – dice Dinja, albanese, in modo spiazzante. Sono condannato per reati brutti. Mi vergogno, giorno dopo giorno, per le brutte cose che facevo prima. Io ho tolto la vita a un essere umano che oggi poteva essere mio fratello. Ho distrutto due famiglie: la famiglia della vittima e la mia famiglia». Eppure la coscienza del male non è l’ultima parola. «Due anni fa ho adottato un bambino in Uganda. Si chiama Cristiano Dinja. Ho fatto questo piccolo gesto perché vorrei, come posso, dare e sostenere un’altra vita, perché tutto il rispetto va alla famiglia della vittima». È poi la volta di Alessandro, italiano, che lavora al laboratorio di biciclette. «Oggi il lavoro è parte di me. Sono in laboratorio dalle 8.00 alle 6.00 del pomeriggio. In stagione ci fermiamo qui anche al sabato perché bisogna produrre tanto e bene. Non è più un passatempo».

Altri detenuti fanno eco. Gianni parla anche a nome del fratello Biagio e riporta il suo dramma. «Abbiamo avuto un grave lutto: la morte di mia nipote di 23 anni, figlia di mio fratello Biagio. Se tutte queste cose fossero avvenute in un altro contesto non so se io e Biagio ne saremmo usciti così integri». Il croato Davor, pasticcere, 47 anni, testimonia di aver fatto «un percorso vero»: «Spero che questo possano farlo tantissimi altri detenuti nelle varie carceri Italiane». Conclude Michele del call center: «Io non vengo dal mondo della delinquenza, non posso dire d’essere stato uno stinco di santo, ma la vita che facevo non era indirizzata a farmi finire qui dentro, ero un imprenditore e lavoravo nell’azienda di famiglia. Dico questo per farvi capire che non è impossibile finire dietro le sbarre». Ora, «da quando ho iniziato a lavorare, la mia vita detentiva è migliorata». «Mi sento sicura tra di voi – è la replica di Severino – non ho timore di sedere in questa assemblea o di dialogare con voi in carcere. Perché so che voi, coinvolti in questo percorso lavorativo, avete capito che anche dopo contribuirete alla sicurezza della società con il vostro reinserimento. Finire il mio mandato senza aver risolto o avviato la soluzione di alcuni problemi, tra cui quello importantissimo e urgente del lavoro penitenziario, sarebbe per me una sconfitta, un gran dolore».

Al ministro Severino i detenuti regalano i prodotti del loro lavoro, una bicicletta e una valigia, faranno recapitare a Roma una torta per i suoi nipotini, ma è già tempo di scappare verso il centro città, nell’aula magna che rappresenta il cuore della vita universitaria padovana, là dove insegnò Galileo. Organizza l’incontro il gruppo studentesco Articolo27, dall’omonimo punto della Costituzione in cui si ricorda che la giustizia nel nostro paese non è punitiva. Saluti delle autorità, il rettore Giuseppe Zaccaria e il sindaco Flavio Zanonato, ma le parole più attese sono quelle di Pietro Calogero, magistrato delle grandi inchieste contro il terrorismo rosso e nero negli anni Ottanta. Calogero si augura l’avvio di «un’era di riforme utili» di cui vede già l’albore. «Sono convinto che oggi partirà un processo virtuoso di responsabilizzazione», spiega il magistrato «sull’importanza del lavoro nel circuito di risocializzazione dei detenuti», con tutti i relativi provvedimenti, soprattutto gli incentivi alla legge Smuraglia. E termina: «Bisogna fare immediatamente un lavoro serio che tiri fuori dalla discrezionalità quello che è un dovere e un problema giuridico di fondamentale importanza per tutto il paese».

Boscoletto ricorda la storia degli interventi “esterni” in carcere con un fuori programma: invitando il pubblico ad applaudire Lorenzo Contri, docente universitario 90enne, il primo volontario a livello nazionale a portare il profumo dell’università dietro le sbarre (oggi i detenuti laureati a Padova sono decine). Si parla poi dei primi esperimenti con i corsi di giardinaggio della Cooperativa Giotto, fino alle attuali lavorazioni. Padova ha una storia lunga, ricorda Boscoletto, fino agli anni Ottanta la Rizzato ha costruito biciclette nel penitenziario di piazza Castello, e poi è stata costretta alla ritirata da una legislazione infelice. Si arriva all’oggi, con le cifre incredibili («ma dovrebbero essere normali») sulla recidiva di chi lavora, inferiore all’uno per cento.

“Vigilando redimere – il lavoro come elemento fondamentale nel recupero del detenuto” è il tema del convegno. Luigi Ferrarella ha appena fatto uscire in prima pagina del Corriere della Sera un articolo che coraggiosamente si intitola “Far lavorare i detenuti conviene a tutti”. Il giornalista propone quella che chiama «una piccola scheda» di numeri imbarazzanti, 66mila detenuti in Italia, ben oltre la capacità delle carceri. E sono cifre in forte ripresa. L’edilizia penitenziaria? Arriveranno presto altre 6400 posti. «Che servono però solo a prendere tempo», spiega Ferrarella. Ciò che può cambiare veramente la situazione sono altri provvedimenti: ad esempio quello sulle misure alternative. Che però incontrano una scarsa propensione delle forze politiche. Forse perché le elezioni si avvicinano? Oggi i detenuti che lavorano veramente in carcere (non con i cosiddetti “lavori domestici”) sono solo 900 su 66mila.

L’ex presidente della Camera Luciano Violante esordisce con un paradosso. «Un detenuto in carcere costa attorno ai 140 euro al giorno. Se prendessimo queste persone dandogli 2500 euro al mese e facendo loro firmare un contratto che li impegni per almeno 7 anni a non fare reati, risparmieremmo un sacco di soldi…». Il pendolo tra compassione e rifiuto è una falsa dialettica da evitare. L’idea di fondo da maturare è che la pena deve “punire, dissuadere ed integrare”. Ma non si può chiedere a una persona di rispettare i nostri diritti se noi non rispettiamo i suoi. Ma come far entrare questo tema tra quelli più caldi dell’agenda politica e istituzionale? Ad esempio coinvolgendo le università. Non si varano buone leggi se non ci sono alla base delle idee, ricorda Violante: “Non si può raccogliere se non si è seminato”.

Concorda con Violante, Paola Severino. L’università deve favorire una cultura della legalità diffusa. «È un circuito virtuoso da creare. Dobbiamo averlo dentro il senso vero della pena, quello di cui parla l’articolo 27 della Costituzione. E Padova è una città in cui l’attenzione a questi temi è stata coltivata». Secondo il ministro, coniugare sicurezza sociale e sicurezza dei cittadini è la via maestra, come dimostrano i dati sulla recidiva.

Raccontando gli incontri al circondariale, il ministro punta il dito sul problema della carcerazione preventiva: «Iniziare a scontare la pena prima di essere condannati è terribile», afferma. L’importante è iniziare percorsi nuovi, come quelli patavini. Percorsi di concretezza, come quelli che un’impresa come il consorzio Rebus ha attuato. Il lavoro non è assistenzialismo o benevolenza. “I miei 21 esami in diritto penale e criminologia non mi avevano insegnato nulla dell’utilità del lavoro in carcere” dice il ministro. “Oggi in carcere ho visto dei lavori straordinari, non i soliti pezzetti messi insieme per far passare il tempo ai detenuti. Le biciclette, i panettoni, i call center che funzionano. Non elemosine, ma qualcosa di attrattivo per gli imprenditori e utile per l’economia del paese”.

Ma anche la stampa ha grande importanza. «È un merito del Corriere della Sera e di Ferrarella aver portato in prima pagina l’importanza del tema del lavoro in carcere». Tutta la società deve sapere quali sono i benefici del lavoro carcerario. Anche l’edilizia carceraria ha la sua parte, ma ciò che conterà sarà il provvedimento sulle misure alternative. La calendarizzazione, prevista per fine settembre, sta scivolando più avanti. “Spero non sia un affossamento”, dice Severino. “Ma solo questa è la vera soluzione”. È un mantra quello del ministro, dalle celle alle aule accademiche. La determinazione sembra proprio quella giusta.

Il ministro conclude con alcuni semplici calcoli economici. «Insisterò sul rifinanziamento della legge Smuraglia in carcere, sviluppando il rapporto tra costi e benefici. Cosa convince l’opinione pubblica sulla bontà di un fenomeno? Anche il suo versante economico. Lo stesso ragionamento che ho fatto a Cernobbio sulla corruzione dobbiamo farlo sul lavoro carcerario. È un diritto, ha fondamento nella Costituzione, ma porta anche sicurezza e benefici misurabili economicamente. Qui a Padova ce l’avete dimostrato. Avevo scritto un bel discorso, quello che ho detto è molto più disordinato, ma ho voluto condividere con voi le emozioni di quello che ho vissuto oggi in carcere».

Da ultimo il ministro prendendo spunto dal suggerimento di Luciano Violante propone proprio all’Università di Padova di avviare uno studio approfondito sugli effetti del lavoro penitenziario, invito immediatamente accolto dal magnifico rettore Giuseppe Zaccaria. Padova ci sarà, la storia lo insegna.

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