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Quello discografico è un mercato per vecchi: il rock vintage vende di più

agosto 1, 2012 Carlo Candiani

In Usa i dischi del pop-rock “vintage” superano il 50 per cento delle vendite, in Italia il 65 per cento. Ecco perché i nuovi titoli non vendono più.

Le cifre girano tra le redazioni dei giornali ormai da qualche mese: nel mercato discografico statunitense i classici del pop-rock vendono di più delle nuove uscite. I titoli “di catalogo” nell’ultimo anno si attestano al 51 per cento tra vendite di cd e vinili e download legali rispetto alle novità. Dieci anni fa la vendita del “catalogo” risultava il 38 per cento dell’acquisto generale di musica. Nel primo semestre 2012, inItalia la vendita dei “classici” si instaura addirittura al 65 per cento: una vera debacle per nuove uscite. A questo punto “gli esperti” si stanno domandando il perché di questo fenomeno. Anzi i perché: è innegabile che ci sia un concorso di cause che sommandosi tra loro producono questa preoccupante stagnazione dei nuovi prodotti discografici.

Forse il dato più tangibileè il segno evidente di una crisi di creatività: ancora trent’anni fa il mercato si rinnovava con gli esordi di artisti che simbolicamente ricevevano il testimone da campioni che avevano spadroneggiato in lungo e in largo almeno i precedenti quindici anni. Qualche esempio? Il gruppone dei complessi rock fino ad allora egemoni, (Deep Purple, Genesis, Pink Floyd, i Wings di Paul Mc Cartney, gli stessi Rolling Stones, e tutta la schiera americana) vedevano sorgere i nuovi protagonisti: Police, Dire Straits, U2, per citare i più famosi, non i più longevi. Erano gli inizi degli anni Ottanta e chi è arrivato dopo non ha avuto la stessa forza “rivoluzionaria”, incrementando nell’acquirente la voglia di classici, che, complice l’inarrestabile crisi di vendita generale, sono stati sempre più avvantaggiati da campagne promozionali sui prezzi di copertina.

Le case discografiche, già economicamente traballanti, assecondano questa tendenza acconsentendo uscite sempre più frequenti di intere carriere discografiche a prezzi veramente stracciati, giocando anche cinicamente sugli avvenimenti luttuosi: negli ultimi mesi il “mercato del caro estinto”, infatti, è stato particolarmente apprezzato. Le novità quindi non hanno scampo. Venderanno tra qualche anno quando diverranno dei “classici”? E quali sarebbero le novità che meriterebbero “un posto al sole”?

Scrive, Gino Castaldo, uno dei guru della critica musicale italiana: «Ci sono dei bei dischi, intendiamoci, ma per rispondere adeguatamente alla nostra legittima sete di contemporaneità, dobbiamo cercare in un fitto sottobosco di mille proposte, spesso nascoste, in ombra. Un pulviscolo con rare gloriosi eccezioni: lo sguardo generale dice poco o nulla». E chi dovrebbe aiutarci nella scelta? Un esperto commesso del negozio di dischi? Non ci sono più negozi di dischi e di conseguenza sono scomparsi “gli esperti commessi”. Una radio libera, “ma libera, veramente”? Non ci sono più neppure quelle. Un periodico specializzato dal quale attingere curiosità e utili recensioni? A parte che ormai latitano anche questi, ma chi, oggi, ha più voglia di leggere?

Castaldo continua così la sua riflessione: «Provate a curiosare tra gli scaffali, i pochi rimasti, dove si espongono dischi: da una parte una distesa di cd, spesso inutili, dall’altra, come nel paese dei balocchi, luminosi cofanetti pieni di gioielli musicali, che vi attirano come sirene irresistibili». Quindi, preoccupiamoci pure per il nuovo che NON avanza, ma cogliamo il positivo da una scelta di acquisto sempre più oculata e sempre più alla ricerca di quello che sostanzialmente vale, perché come giustamente conclude Castaldo «mentre i nuovi dischi faticano a trovare la luce, i vecchi sembrano avere più fascino, più contenuto, più sostanza, più ispirazione, e, fatto ancora più singolare, risultano spesso più moderni di quelli che vengono prodotti oggi».

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