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Il male può essere banale? Eichmann prima di Gerusalemme

luglio 18, 2017 Gaetano Vallini

È uscito in traduzione italiana “La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme”, in cui si racconta l’ex Ss durante la latitanza e si critica Hannah Arendt per essere «caduta nella trappola»

JER02 - 19610415 - RAMLE, ISRAEL : (FILES) A file picture taken 15 April 1961 shows Nazi war criminal Adolf Eichmann sitting at a desk in his cell at the Ramle prison in Israel. Israel prepared 13 August 1999 to lift the lid on Eichmann's memoirs after keeping the document hidden from public view for nearly 40 years. Eichmann was kidnapped by Israeli agents in Argentina and executed in 1962 in Jerusalem.  EPA PHOTO/AFP/GPO FILES/-/jd/ja

tratto dall’Osservatore Romano – «Se 10,3 milioni di questi nemici fossero stati uccisi allora avremmo adempiuto al nostro dovere. Non posso dirvi nient’altro, questa è la verità. Perché negarla?». Questo diceva pubblicamente degli ebrei Adolf Eichmann in Argentina, incurante del fatto che una parte di mondo gli desse la caccia ma sicuro anche che un’altra parte avesse tutto l’interesse a proteggerlo viste le troppe cose scomode che conosceva. Fuggito in America meridionale alla fine del conflitto come molti altri nazisti criminali di guerra, il pianificatore della Shoah si era rifugiato in Argentina sotto il nome di Ricardo Klement svolgendo lavori senza particolari responsabilità, come quello di allevatore di conigli. Ma nella realtà l’Obersturmbannführer delle ss, ex capo della famigerata sezione iv B4 Affari ebraici dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt), non era per nulla pentito delle sue azioni e non aveva affatto perso l’arroganza di un tempo.

La stessa che mostrava dinanzi ai membri della cerchia di nostalgici nazisti e simpatizzanti di cui si era circondato e con i quali s’incontrava periodicamente per discutere dei tempi andati, ma anche per progettare un futuro che riportasse in auge le idee del nazionalsocialismo. Dalla latitanza Eichmann rilasciava interviste sulla sua vita, scriveva i suoi pensieri, apponeva note inequivocabili in calce a libri e ad articoli su nazismo e Shoah, mentre per i camerati firmava orgogliosamente fotografie con nome e grado. Eppure l’Eichmann che si sedette sul banco degli imputati a Gerusalemme dopo la cattura da parte del Mossad, avvenuta a Buenos Aires il 10 maggio 1960, non solo era incredibilmente uno sconosciuto per i più, ma soprattutto sembrava un altro uomo: un uomo che riuscì a ingannare tutti presentandosi come «piccolo ingranaggio nella macchina di annientamento nazista», un soldato che si limitò a eseguire ordini. Insomma l’incarnazione di quella «banalità del male» teorizzata da Hannah Arendt e che tanto seguito ebbe nella narrazione su quell’apparentemente dimesso funzionario nazista, ma che da qualche anno non è più così convincente.

E probabilmente non lo era mai stata del tutto, se è vero che già anni fa qualche voce critica, come quella di Saul Friedländer, si era levata, ma forse troppo timidamente. Tuttavia a riaprire la discussione è stata Bettina Stangneth, filosofa tedesca che si è concentrata sugli anni della latitanza dell’ex nazista. Il suo libro Eichmann vor Jerusalem: Das unbehelligte Leben eines Massenmörders, uscito nel 2011 in Germania e nel 2014 negli Stati Uniti suscitando grande interesse, è stato ora tradotto in italiano con il titolo La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme (Roma, Luiss University Press, 2017, pagine 604, euro 24). Si tratta di un lavoro molto accurato, sostenuto da un imponente apparato di note, ben 1215. La studiosa ha scavato in trenta archivi internazionali, consultato migliaia di documenti, tra cui le oltre 1300 pagine di memorie manoscritte e note nonché le trascrizioni delle lunghe interviste — 25 ore di registrazioni — rilasciate nel 1957 da Eichmann al giornalista olandese Willem Sassen, ex nazista trasferitosi a Buenos Aires. Tra i tanti dettagli inediti, la lettera aperta, conservata negli archivi di stato tedeschi, che l’antico gerarca del Terzo Reich scrisse nel 1956 al cancelliere della Germania occidentale, Konrad Adenauer, con la proposta di un suo ritorno in patria per essere processato e poter informare i giovani su quanto era realmente accaduto sotto Hitler.

Seguendo le tracce lasciate dall’ex ss durante la sua latitanza e attraverso lo studio delle carte argentine e delle interviste di Sassen, Stangneth vuole svelare le abili macchinazioni di Eichmann. L’intento è quello di dimostrare come l’immagine di grigio burocrate, inetto e poco intelligente — della quale si convinse Hannah Arendt lasciandola in eredità per decenni — fosse stata in realtà studiata a tavolino dallo stesso Eichmann. L’uomo che in Argentina non esitava a definire la Shoah, e in particolare la deportazione degli ebrei ungheresi a guerra ormai persa, come il suo “capolavoro”, a Gerusalemme si presentava come «una figura dimessa, priva dello scoppiettante carisma che si è soliti attribuire a Satana. L’Obersturmbannführer delle ss che aveva seminato panico e terrore e, soprattutto, causato milioni di morti, faceva sbadigliare con le sue frasi chilometriche e con il ritornello di aver agito su ordine e prestato giuramento di fedeltà».
Da abile manipolatore riuscì persino a smentire e a rendere innocui, quindi non prove a carico, anche i pochi documenti argentini arrivati al processo che pure avrebbero potuto smascherarlo per quello che era sempre stato: un nazista convinto, consapevole e fiero del proprio ruolo nello sterminio degli ebrei. L’obiettivo dell’imputato era quello di aver salva la vita. Non scampò al patibolo, ma riuscì nell’intento di perpetrare il terribile inganno. Per almeno mezzo secolo.

L’autrice si richiama direttamente allo studio della collega Arendt, riconoscendole meriti, ma non risparmiandole qualche critica. «Lesse con più meticolosità di chiunque altro i verbali del processo e gli interrogatori. Ma — spiega — fu proprio per quel motivo che cadde nella trappola, perché Eichmann a Gerusalemme fu poco più di una maschera. Lei non se ne accorse, nonostante le fosse chiarissimo di non essere riuscita a comprendere il fenomeno come avrebbe voluto». Ciò che le mancava, e mancava a quanti assistevano al processo, erano gli anni in Argentina. Quelli che Stangneth ha invece scandagliato, cercando le prove «disseminate in vari archivi come i pezzi di un puzzle mostruoso». Puzzle dal quale emerge una verità scomoda. «Da una parte c’erano le vittime e i cacciatori di nazisti, che volevano a tutti i costi l’assassinio di milioni di persone, e anche questo o quel governo, dall’altra c’era chi voleva evitare a tutti i costi che, insieme a quell’uomo, tornasse dall’esilio anche il passato» scrive la studiosa.

Alcuni documenti rivelano la riluttanza degli agenti dei servizi segreti della Germania occidentale — che pare fossero a conoscenza del nascondiglio di Eichmann già nel 1952 — ad assicurare alla giustizia lui e altri ex gerarchi nazisti. Storia raccontata ora anche nel film Lo stato contro Fritz Bauer, il tenace procuratore generale che lo inseguiva da anni e che alla fine, visti gli ostacoli interni, decise di consegnare Eichmann agli israeliani affinché lo catturassero, sperando in una richiesta di estradizione che però non venne mai avanzata. «La storia di Eichmann prima di Gerusalemme mette in luce una serie di opportunità mancate per voltare pagina, tenendo il processo in Germania» chiosa Stangneth, aggiungendo che «è uno scandalo che ancora oggi le autorità tedesche custodiscano gelosamente gli atti su Eichmann che non sono accessibili al pubblico, perché il loro contenuto potrebbe turbare l’opinione pubblica. Accettare Adolf Eichmann, l’Obersturmbannführer delle ss fuori servizio, come un capitolo della Repubblica Federale è un atto dovuto da tempo».

Foto Ansa

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