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Il Kyrie eleison di Anfilohse

luglio 7, 1999 Micalessin Gian

Solo mura di chiese, un patriarca e un pugno di preti ortodossi.
Ecco cosa rimane della Grande Serbia in Kosovo. Ma non siate troppo euforici per la vittoria della Nato. E non dite: “avevamo ragione noi”. Guardate come con la guerra hanno perso tutti. E non resta
che odio e vendetta e gole tagliate. Il viaggio tra le macerie
del nostro inviato in Kosovo continua

La strada corre su. Lenta di curve e di buche. Fra case infiammate. Abitazioni bruciate. Ceneri calde e vampe ardenti. Loro sono lì. Gli ultimi.

400 ieri. 60,70 oggi. Un blindato italiano li protegge. Sono lì. Stretti fra mura antiche di pietra levigata. Lui, Anfilohse, è lì. Fra paramenti antichi e tragedie quotidiane. Dice messa. Lunga, interminabile, ortodossa. Loro sono lì. Facce da contadini e facce d’assassini. “Quello – indica una voce – era della polizia”. “Quella era l’amante di un paramilitare”. “Quello non ha mai fatto niente, ha aiutato i suoi vicini albanesi”. Sono tutti qui, questa domenica mattina, stretti fra mura antiche, prigionieri di un rito antico. Lui Anfilohse guarda tutti, non vede nessuno. “Per noi sono solo esseri umani, noi non chiediamo niente: sono in pericolo, noi li accogliamo. Ho sepolto dieci serbi uccisi in una settimana”. Anfilohse Radovic è l’esarca di Pec, il numero due della Chiesa Ortodossa. Loro sono i suoi fedeli. Disgraziati, innocenti, sfortunati, malnati. Tutti assieme, adesso, fra queste mura antiche. Prigionieri di un incerto domani. C’è lui, che ha venduto la macchina dieci giorni fa. L’esercito se ne era appena andato. Loro, gli albanesi, l’Uck, non erano ancora arrivati. Dentro ho trovato una patente. Un volto di una ragazza albanese. Sotto i sedili, sul cruscotto, fogli dell’esercito, ordini scritti, proiettili. Lui mi guarda e mi dice: “Devo scappare, mi puoi portare?”. E c’è lei, Miliana. Casa antica tra le mura di Pec. Foto di antenati. Consoli e proconsoli. Libri e un Corano tradotto in serbo. “Vivevamo assieme, cercavamo di capirci. Ora invece non capisco più niente – mi dice – Perché, perché?”. Miliana piange, lui, il poliziotto, vorrebbe scappare. Anfilohse dice messa. Lunga. Interminabile. Come i giorni di questa gente. Prigionieri di un chiostro. Volti e voci ambulanti intorno alla fontana. Sono rimasti in pochi. Una fotografia scolorita dei serbi di Pec. Chi ha colpe e chi le paga. Tutto intorno a lui, intorno a Anfilohse. Gli chiedi: “Cosa sapeva?”. Prima. Prima di questa guerra. Di questa città distrutta. Le mani si alzano, incorniciano la barba grigia. Parla italiano, Anfilohse. “Chiamavamo la moderazione, pregavamo, non sapevamo, non immaginavamo”. Nessuno sapeva. Sotto, la città bruciava. Anfilohse qui, il patriarca Pavlev a Belgrado. Hanno saputo soltanto qualche settimana fa. Hanno ritrovato la parola. Persa dieci anni fa. Era il 28 giugno 1989, san Vito. Sulla piana di Kosovo Polje i pope ortodossi sedevano intorno a Slobodan. Intorno, mezzo milione di serbi ricordavano il massacro di 600 anni prima. L’esercito del principe Lazar massacrato dai turchi il 28 giugno 1389. Nasceva la nuova Serbia 10 anni fa. Sulle ceneri di un massacro di sei secoli prima. È morta due settimane fa. Ora Anfilohse concorda: “Milosevic se ne deve andare, per il bene del popolo serbo”. Lo dicono a Pec. Lo dicono a Belgrado. Anfilohse qui, Pavlev a Belgrado, sono diventati patriarchi veri. Anfilohse scende dal metohja, sede del comando italiano a Pec. Discute col generale Mauro Del Vecchio, comandante del contingente italiano. Organizza il rientro dei profughi dal Montenegro. Chiede scorte per chi se ne vuole andare. Gira per i villaggi a seppellire le vittime delle vendette. È rimasto solo lui. Lui e i suoi sacerdoti. Gli altri sono scomparsi. Scomparso il sindaco, i capi di partito, i poliziotti, i militari. Chi non è andato in Montenegro, chi non è andato in Serbia, chi non vaga per le montagne, ha smesso titoli, gradi, divise e si è rifugiato nel patriarcato. Qui si decide tutto per chi è rimasto, per chi se ne vuole andare, per chi vuole rientrare. A Pristina arrivano i ministri degli Esteri di Italia, Germania, Inghilterra e Francia. A parlamentare con loro, a discutere il rientro dei profughi serbi, la sicurezza di quanti sono rimasti. C’è la Chiesa Ortodossa. Dietro c’è il vuoto. Per la Serbia sono arrivati, un giorno, Zoran Andjelovic, proconsole del Kosovo dal ’98 e Neboija Vujovic, vice-ministro degli Esteri serbo. Ma alla fine, a discutere con Lamberto Dini, Robin Cook, Joshcka Fischer e Hubert Vedrine ci vanno loro: Anfilohse e i vescovi ortodossi. A Pec con loro e con i comandanti dell’Uck discutono gli ufficiali italiani. Ma sono discussioni giocate sul filo del rasoio dei sospetti. “Il popolo serbo deve ormai affidarsi solo alla misericordia di Dio” – mi dice Anfilohse, e i suoi occhi guardano alle autoblindo dell’esercito italiano. Come dire: “non servono a niente”. D’altra parte gli italiani replicano: “Anfilohse fa il gioco della sua gente. Qui ognuno fa il proprio gioco”. Giochi strani. Una settimana fa, incontro al confine col Montenegro. Due ministri serbi attendono. Salgono gli italiani, sale Anfilohse. Si discute il rientro dei serbi. Il giorno dopo scendono in cento. Il giorno seguente un altro centinaio ancora. Tremanti. Esitanti. Le case serbe bruciano e gran parte dei profughi il giorno dopo ritorna ai campi in Montenegro. Lo stesso Anfilohse intanto, organizza la partenza dei serbi da Pec. Si ritrovano a Vitromirica sabato scorso. Colonne lunghe, colonne disperate. Sono usciti dalle case, dalle campagne, dal patriarcato. C’è chi viene e c’è chi va. Qual è la logica? Forse non c’è. “Una campagna per attirare l’opinione pubblica internazionale sulla disgrazia serba” – dicono i generali. Ma c’è poco da dire. Città e campagna, le case bruciano. La gente viene ritrovata ovunque con un colpo in testa o sgozzata. “Fra poco resteranno solo le nostre chiese e i monasteri difesi dalla Nato” – dice Budimir Cojich, capo nelle parrocchie di Pec. Difficile capire le strategie di una Chiesa che aiuta allo stesso tempo a fuggire e a rientrare i propri fedeli. Bisognerebbe forse chiedersi se ce n’è una. O, se tutto, sia rimandato a dopo. A quando Slobodan Milosevic se ne sarà andato “per il bene del popolo serbo”. A quando, dopo il battesimo di dieci anni fa, la Chiesa Ortodossa officerà i funerali della Grande Serbia.

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