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Il grande sacrificio umano nel 1993

giugno 1, 2017 Redazione

Le bombe, i tradimenti, la sostituzione di una intera classe dirigente. E naturalmente Berlusconi. «L’anno in cui è davvero crollato tutto» raccontato da chi ha visto tutto crollare

1993-ansa

Tratto dal girato del documentario 1993 – L’anno del giudizio, prodotto da Fremantle per History Channel. Per gentile concessione di Sky.

Piercamillo Davigo oggi giudice di Cassazione, nel 1993 faceva parte del Pool Mani pulite di Milano
«Nel luglio 1993, quando esplosero le bombe (quell’anno gli attentati furono cinque: le bombe esplosero in maggio a Roma, in via Fauro, e a Firenze in via dei Georgofili; in luglio a Milano in via Palestro, a Roma a San Giovanni in Laterano e a San Giovanni in Velabro; un sesto ordigno non esplose allo Stadio olimpico, ndr), ci rendemmo conto che doveva essere qualcosa di collegato non a un generico terrorismo, ma al crimine organizzato: essenzialmente perché Cosa nostra stava subendo colpi duri dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, e poi perché si stava sgretolando un sistema di potere in cui Cosa nostra aveva sguazzato a lungo, per cui probabilmente venivano meno alcuni tradizionali pilastri del rapporto tra il crimine organizzato e i poteri statali. (…) Insomma, ci rendemmo conto che [la stagione delle bombe] era un effetto connesso alle nostre indagini, un indebolimento di tutti gli apparati di potere nella politica, nella pubblica amministrazione e nell’economia (…)».

«Una delle cause scatenanti di Mani pulite è il fatto che fossero finiti i soldi. (…) Quando per la recessione la torta improvvisamente si fa più piccola (…) allora cominciano le liti, e nelle liti gli inquirenti possono infilarsi per trovare qualcuno che collabora, perché chi è stato escluso da un appalto, e magari è sull’orlo del fallimento, potrebbe decidere di parlare. (…) Non è vero che Mani pulite ha generato la crisi economica, è la crisi economica che ha determinato Mani pulite».

Filippo Facci oggi editorialista del quotidiano Libero, nel 1993 scriveva per l’Avanti! e stilò un dossier intitolato “Gli omissis di Mani pulite”
«Craxi in quel periodo era talmente solo che non aveva di meglio da fare che chiamare al telefono me, che avevo appena 25 anni ed ero l’ultimo dei disoccupati, un appassionato di quel che succedeva, punto e basta. Io gli parlavo, gli fornivo materiale. Ovvio che fosse deluso, amareggiato; anche perché c’era un presidente del Consiglio come Giuliano Amato che intanto non faceva assolutamente nulla, non dico per salvare lo stesso Craxi, ma per promuovere un’azione che non facesse sprofondare la politica nelle sabbie mobili dell’inchiesta giudiziaria (…)».

«Tutti dicono che il tradimento è una categoria normale della politica, ma quello di Claudio Martelli fu qualcosa di più di un tradimento. Perché non fu solo politico: fu umano. Perché Martelli era il figlio putativo di Craxi, partorito su un’auto blu, grazie esclusivamente a Craxi. E tuttavia lui a Craxi non disse: “Ora tocca a me, ti succedo io politicamente”. Martelli disse: “Tu Bettino hai tolto l’onore ai socialisti e io glielo ridarò; tu sei un ladro, ora tocca a me”».

Peter Gomez oggi direttore del sito internet del Fatto quotidiano, nel 1993 era cronista di giudiziaria del Giornale
«Il momento in cui l’inchiesta è arrivata più vicina al vertice del Pci è stato il momento in cui parlerà, proprio in quel 1993, la guardia del corpo di Raul Gardini. La guardia del corpo di Gardini dirà di aver accompagnato Gardini fino alla sede di Botteghe oscure, di averlo visto entrare dentro a una porta e di non sapere chi ci fosse al di là di quella porta. Solo che Gardini aveva in mano una borsa con dentro 1 miliardo di lire, che era destinata secondo l’accusa e secondo la logica al Pci. Nella requisitoria [del processo a Sergio Cusani] Antonio Di Pietro disse una cosa molto forte: “Io non posso imputare qualcuno che si chiama Partito di nome e Comunista di cognome; devo sapere chi c’era dietro quella porta”. Era Massimo D’Alema, Achille Occhetto, o un altro dirigente del Pci? Non lo sappiamo. (…) Poi, certo, c’era un procuratore aggiunto che era di animo più vicino al Pci: Gerardo D’Ambrosio, che diventò senatore. Ma il punto essenziale è che non c’è stato nessuno che abbia parlato. Tutti abbiamo capito cosa sia accaduto: è oggettivo, e lo dicono le sentenze, che dal 1987 a Milano il Pci comincia a spartirsi le tangenti come tutti gli altri partiti. Che cosa ha fatto il Pci sull’alta velocità ferroviaria? Perché D’Alema presiedeva riunioni di imprenditori e costruttori che partecipavano a grandi appalti? Sono interrogativi che rimangono tali. Chi poteva parlare non lo ha fatto».

Andrea Manzella oggi titolare di cattedra alla Luiss di Roma, nel 1993 era sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Ciampi
«La notte del 27-28 luglio di quel 1993 io ero a casa mia e sento il primo grande scoppio, credo che fosse al Velabro o a San Giovanni. (…) Ciampi disse subito: “Andiamo a palazzo Chigi, vediamo un po’ quello che sta succedendo”. Arrivato lì, lo trovo a lume di candela, mentre gli addetti si aggirano cercando dove sia il guasto, e nel frattempo convochiamo tutti i capi dei servizi segreti, le forze armate, il capo della polizia, dei carabinieri. (…) La commissione d’inchiesta disse poi che s’era bruciato un elemento [del quadro elettrico] essenziale nella centrale di palazzo Chigi; si fece anche l’ipotesi che questo elemento fosse facilmente accessibile dalla centralina che stava all’esterno del palazzo. (…) Intanto, attorno al tavolo di palazzo Chigi, si svolse una riunione altamente drammatica nei toni. (…) Ricordo tutti intorno al tavolo alle 3 di notte, con Ciampi che diceva: “Ma è possibile che non siate riusciti ancora a capire che cosa è?”. (…) Ricordo che il capo della polizia (Vincenzo Parisi, ndr) disse una frase: “La vecchia politica non c’entra, la vecchia politica non c’entra…”. Fu la base anche per illazioni giornalistiche: se la vecchia politica non c’entra, allora è la nuova politica che potrebbe buttare nel caos il paese, per imporre un ordine. Ma in quel momento era difficile immaginare che la mafia potesse colpire fuori dalla Sicilia, diventare un movimento stragista nazionale: era la prima volta nella storia che succedeva».

Irene Pivetti nel 1993 era deputato della Lega Nord, oggi gestisce un blog
«Mani pulite è stata fatta con un’operazione di palazzo, che in parte era giustificata, perché il sistema era marcio. Però in parte era stata ampiamente guidata nelle sue scelte strategiche. Le date di alcuni arresti, e anche gli esiti drammatici di alcuni arresti che avrebbero portato alcune persone arrestate a suicidarsi, erano figlie di una situazione intimidatoria: nascevano dall’esigenza giudiziaria di fare chiarezza. Tant’è che una volta esaurita formalmente Mani pulite, cioè nella legislatura successiva, una relazione della Corte dei conti (…) dice che ci si sarebbe aspettati che la corruzione fosse debellata, in realtà erano soltanto aumentate le tariffe. Nella storia è sempre successo così. Però c’era bisogno di un lavacro pubblico, di un bagno di sangue, di sacrifici umani, e la società li ha avuti. E non vuol dire che tutta Mani pulite è stata sbagliata: vuol dire che tutto il circo vessatorio che distingueva reprobi e ottimati, infami e nobili, beh questo era repellente e profondamente sbagliato. Anche perché, come spesso accade, i giacobini sono poi i primi ad avere le mani sporche. E quindi sarebbe stato più giusto – lo dico anche per me – ponderare di più, prima di giudicare».

Paolo Cirino Pomicino nel 1993 era ministro del Bilancio: oggi scrive su vari giornali (collabora anche con Tempi) e continua a frequentare la politica
«Il 1993 è stato un anno quasi da manicomio. Mi sentii riportato improvvisamente al San Salvi, il manicomio di Firenze dove mi sono specializzato, tali e tanti sono stati gli avvenimenti che si sono susseguiti: e tutti con un profilo schizofrenico perché sembrava che si colpisse a destra e a manca (anzi solo a destra, a manca mai) ma c’era dietro un’azione di carattere politico. Già nel 1992 io avevo compreso che c’era un disegno politico non di poco conto. Rivelo un aneddoto. Era addirittura il 1991, quando mi fece visita l’ingegner Carlo De Benedetti: mi disse che lui e un gruppo di amici stavano rafforzando, determinando, istruendo un progetto politico, e vista la nostra reciproca amicizia e simpatia mi chiese se io volevo essere “il suo ministro”. Gli risposi scherzando, perché la mia napoletanità qualche volta mi aiuta e qualche volta mi danneggia: “Peccato! Mi hai preso in contropiede perché io e Giulio Andreotti stiamo facendo un progetto imprenditoriale e volevamo sapere se volevi essere tu il mio imprenditore”. Dopo lo scherzo, in realtà già dopo qualche giorno, capii che quella cosa era molto vera».

Giuliano Spazzali nel 1993 era avvocato del finanziere milanese Sergio Cusani nei due processi Montedison ed Enimont, oggi è in pensione
«Nel 1993 io sono andato ad Arcore per l’unica volta nella mia vita, a incontrare Silvio Berlusconi (…), perché c’era questa grande quantità di comunicazioni a mezzo televisivo del processo. (…) Io non sapevo neanche chi fosse veramente, è stato un incontro straordinario. Ad Arcore vengo sistemato in una stanza sulla sinistra, me lo ricorderò sempre. (…) Tutte le pareti erano piene di televisori, alcuni accesi, alcuni spenti. Io mi sono seduto lì ed è venuto Berlusconi: io non sapevo che stava finendo una riunione politica con tutti i dirigenti di Fininvest per realizzare Forza Italia, e lui ha cominciato a raccontarmi una storia sulla necessità di un’organizzazione politica… Io lo guardavo stupefatto e mi dicevo: “Ma di cosa sta parlando questo?”. (…) A un certo punto lo interrompo: “Scusi, io volevo soltanto chiederle come sia possibile che la Fininvest, come la Rai, dia la parola a tutti meno che a Cusani”. Berlusconi allora dice: “Non si preoccupi”. Il risultato c’è stato, perché ho avuto una telefonata da Emilio Fede. (…) Credo di aver fatto una comparsata al Tg4, e questo tutto sommato ha smosso qualche altro canale di comunicazione. Ma il mio incontro, voglio dire, non è stato particolarmente felice».

Marco Travaglio oggi direttore del Fatto quotidiano, nel 1993 collaborava da Torino al Giornale
«Per me il 1993 è stato l’anno in cui veramente è crollato tutto. La classe politica è stata screditata, ma per colpe sue, dalle indagini della magistratura; ed è stata ribaltata dalla mafia che aveva urgenza di sostituire un establishment ormai inservibile con un vecchio establishment travestito da nuovo. Il 1993 è l’anno in cui, paradossalmente, i mafiosi tifano per Mani pulite perché li aiuta ad accelerare la caduta di un sistema che non è stato in grado di mantenere gli impegni che aveva assunto con loro. (…) Cosa nostra, a quel punto, decide che ci vuole una classe politica nuova, con la quale rifare il patto di convivenza e di connivenza. E quindi la figura tragica di Marcello Dell’Utri rappresenta esattamente l’interesse della mafia di arrivare al più presto a una nuova classe politica, che sia di nuovo legata a filo doppio con i mafiosi, ma che abbia la forza di mantenere gli impegni con loro, e allo stesso tempo la disperazione di Silvio Berlusconi, e diciamo di tutti quelli come lui, che sono ansiosi di trovare dei nuovi referenti politici che non siano sputtanati come quelli che stanno scappando all’estero o che stanno finendo in galera».

Giuliano Urbani nel 1993 insegnava scienze politiche all’Università Bocconi. È stato poi tra i fondatori di Forza Italia, parlamentare e ministro
«Nel 1993, grazie ai sondaggi che in università svolgevamo per Il Sole 24 ore, avevo scoperto una cosa: il sistema elettorale nuovo, il Mattarellum, offriva una grande chance a chi voleva creare un partito nuovo. Perché il collegio uninominale avrebbe consentito di avere successo non solo a chi disponeva di una grande organizzazione, come il Pci. (…) Il Mattarellum con i collegi uninominali consentiva anche con un’organizzazione soft, leggera, di conquistare elettori con poche persone. Non occorreva avere una grande macchina organizzativa. Quindi se indubbiamente il Pci era favorito rispetto ai concorrenti del pentapartito, sbriciolati da Tangentopoli, sarebbe stato invece possibile, per un partito o per un’organizzazione borghese, creare una struttura in grado di competere. (…) Nel 1993 ne parlai con Gianni Agnelli. Fu molto colpito nel sapere che i comunisti non avevano già vinto in Italia. (…) L’Avvocato mi chiese se ne avevo parlato con Silvio Berlusconi. Io gli dissi: “No, perché non lo conosco”. Pochi giorni dopo, direi tre giorni dopo, mi arrivò una telefonata. Berlusconi mi disse: “So che lei ha fatto ricerche e ha una sua tesi molto controcorrente, e cioè che i comunisti non hanno già vinto. Le dispiacerebbe incontrarci e raccontare anche a me questa cosa?”».

Mario Alberto Zamorani nel 1993 era vicedirettore generale del gruppo Iri-Italstat. Arrestato nel giugno 1992, uscì da San Vittore proclamando: «I pm sanno tutto, ne arresteranno più di mille»
«È vero che il codice penale identificava il finanziamento illecito ai partiti come un reato, ma era un reato lieve, e nell’accezione comune non sembrava nemmeno una cosa scandalosa: era normale che il sistema della politica versasse quei soldi, siccome riceveva pochi contributi pubblici. È ben diverso oggi, quando la politica riceve dieci volte in più dei soldi che le imprese hanno dato per Tangentopoli, e tutti fanno partiti e partitini per spartirsi quel tesoro. (…) Perché questo è stato l’effetto del clamore che è stato voluto su Tangentopoli: che è stata eliminata una classe dirigente. (…) Oggi c’è una nuova classe dirigente ridicola, che non fa niente, che pensa solo a sé stessa, al suo piccolo interesse. Nessuno si fa carico del paese, del sistema-paese, dell’avviamento di nuove iniziative per dare posti di lavoro (…)».

«Non c’è dubbio: la strategia dei magistrati [di Mani pulite] era quella di tirar fuori un nome da uno, poi andare a pizzicare quello che era stato coinvolto e fargli fare un altro nome; poi pizzicare quell’altro. Era una catena: da ogni arrestato tiravano fuori qualcosa, poi quello alla sera andava a casa e loro proseguivano nella decapitazione del sistema economico, politico e imprenditoriale. Non si sa, la storia non lo ha ancora detto, se la finalità fosse quella di decimare il sistema politico e imprenditoriale. Sta di fatto che questo è successo, e dopo non c’è stato più niente». 

Foto Ansa

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