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Il gran disegno di Barack

luglio 14, 1999 Cristiano Riccardo

Ardite alchimie e slalom sinuosi per la costituzione del nuovo governo. Profferte di pace storica a Siria e Libano, comprensiva di ritiro
da Golan e fascia di sicurezza. Strategia del logoramento verso
i palestinesi. Il primo ministro Barak non ha nessuna fretta
di proseguire le trattative con Arafat, anzi

Era una calda sera d’estate, un mese dopo il voto della vittoria di Barak, quando il responsabile della sede di Gerusalemme della più importante agenzia di stampa occidentale, la Reuters, convocò un po’ di amici nella sua bellissima casa di Ein Kerem, uno dei più eleganti piccoli centri a ridosso della città santa. Quando alle undici di sera la polizia costrinse al silenzio il grammofono di Paul e al rientro ai propri domicili i suoi amici, ma non fece altrettanto nei confronti del grammofono e degli ospiti del vicino di Paul, gli stessi tutori dell’ordine non fecero mistero che le diverse misure usate dipendevano dal fatto che la musica suonata dal grammofono di Paul era inequivocabilmente araba. Come Ein Kerem, in fin dei conti, sebbene oggi parte di Israele e non dei Territori occupati e abitata da ebrei israeliani e non da arabi israeliani. Sarebbe bastato sapere questo a Bill Clinton per pensarci su prima di dire che lui auspica che il processo di pace arabo-israeliano consenta ai profughi palestinesi di vivere dove vogliono. Questo è uno dei tanti punti su cui Clinton non troverà differenze tra l’ex premier israeliano, Netanyahu, a lui tanto inviso, e il nuovo primo ministro, Ehud Barak, a lui tanto simpatico. Certo, dopo aver bombardato per più di due mesi Belgrado nel nome dei diritti delle popolazioni albanesi cacciate dai serbi, Clinton non poteva dire che i profughi palestinesi sono figli di un dio minore. Ma la Casa Bianca è bene che si rammenti da subito che Kosovo o non Kosovo, la pax americana in Medio Oriente non potrà prevedere rientri di profughi, neanche 51 anni dopo la fuga. Né con Netanyahu, né con Barak, né con qualsiasi altro possibile premier, la questione del diritto al ritorno dei profughi del ’48, cioè dei palestinesi fuggiti sotto il fuoco dell’esercito israeliano nelle ore dei primi albori dello Stato ebraico, non può essere sollevata. E come ha scritto recentemente lo storico israeliano Tom Segev sul quotidiano Ha’aretz, questa è la malattia congenita con cui è nato il processo di pace in Medio Oriente. Impostare il problema nel modo accennato da Clinton in occasione della convocazione dell’appena insediato premier israeliano alla Casa Bianca comporterebbe la rivendicazione da parte degli arabi delle proprietà loro espropriate nel ’48, per non parlare del possibile rientro in Israele di milioni di loro. Un percorso che solo un’esigua minoranza del pacifismo israeliano sarebbe disposta a intraprendere.

La “scelta religiosa” di Barak Costruendo il suo governo Barak ha invece dimostrato di voler superare le divisioni interne alla società ebraica che gli ultimi anni hanno fatto emergere. Il suo governo punta infatti a una duplice pacificazione: quella interna agli israeliani e quella regionale. Sul fronte interno Barak avrebbe preferito usare il partito dello sconfitto Netanyahu, il Likud, come interlocutore della pacificazione inter-ebraica. Prima ha corteggiato il suo successore provvisorio, il generale Sharon, e poi ha dovuto ripiegare sui partiti integralisti religiosi, cioè Shas, Partito Nazionale Religioso, Unione della Torah, perché il Likud è ancora diviso dalla lotta di successione e questa ha paralizzato il dibattito interno sull’opportunità o meno di entrare nel governo Barak. Scegliendo i partiti religiosi Barak ha sacrificato in partenza sull’altare della pacificazione interna uno dei suoi cavalli elettorali vincenti, e cioè varare (dopo 50 anni) la costituzione israeliana, che permetterebbe di tagliare così il nodo dell’identità, laica o religiosa, dello Stato ebraico. Potrà usare però questa debolezza per rafforzare la sua seconda scelta, quella della pace regionale. Il più forte partito religioso, lo Shas, è un movimento tanto attento ai rapporti interni quanto poco attento alla politica internazionale. È un movimento più che un partito, portatore del malcontento degli ebrei orientali che a torto o a ragione si sentono trattati come ebrei di serie B, figli di un universo – l’Oriente – che gli ebrei di origine europea – gli ashkenaziti – chiedono loro di ripudiare per poter entrare nei salotti buoni: è un movimento di orgoglio etnico e come tutti questi movimenti ha alcune idee guida, tutte relative alla politica interna, e poche posizioni vincolanti sul resto. Diverso è il discorso per l’altro partito religioso, il Partito Nazionale Religioso, intimamente legato alla colonizzazione dei territori palestinesi per il loro valore biblico.

Far convivere gli ultrà religiosi con gli iperlaici, quali i deputati del Meretz, che avranno il delicatissimo ministero della pubblica istruzione, e poi con il partito dei russi, non sarà facile. I religiosi hanno usato il ministero dell’interno nell’epoca breve di Netanyahu per difendere i diritti dei loro rappresentati. Ora quel dicastero è appannaggio del russo Sharanski, che farà lo stesso, ma dal suo punto di vista, visto che i russi in quanto immigrati recenti hanno numerosi problemi e non amano gli orientali né i religiosi (spesso, si dice, non sono neanche ebrei). Ma Barak conta di superare queste difficoltà perché a ognuno concederà un po’ di ciò che gli sta a cuore, e lui intanto potrà inseguire il suo obiettivo di pace regionale puntando su Damasco.

Il negoziato con la Siria Con la Siria di Assad, Barak intende chiudere entro un anno un grande accordo regionale di sicurezza e stabilità. I termini sono presto detti: ritiro israeliano dal Libano meridionale occupato fin dall’82, restituzione alla Siria delle alture del Golan, occupate e annesse dopo la guerra del ’67, smantellamento di tutti gli insediamenti israeliani costruiti sulle stesse alture. La contropartita consisterebbe nella costituzione di un sistema idrico regionale, nello smantellamento dei gruppi dell’intransigenza araba tutti basati a Damasco e nella piena normalizzazione dei rapporti diplomatici. Ciò offrirebbe a Israele la fine di un’epoca di non accettazione, la piena integrazione nel Medio Oriente. E la pace fra gli stati, che farebbe passare in coda la pace con i palestinesi, per motivi sia contingenti che di fondo. Contingenti, perché due accordi di questo rilievo in un anno non sono possibili; di fondo, perché la pace coi siriani e i libanesi non comporta prezzi ideologici come quella coi palestinesi, che molti partner del governo Barak e il premier stesso non amano pagare. È questo un secondo tema che necessita un chiarimento con la Casa Bianca. Quando il 4 maggio scorso, data limite fissata dagli accordi di Oslo per la proclamazione di uno Stato palestinese, Clinton convinse Arafat a rinunciare al rispetto della scadenza, indicò che lo Stato palestinese sarebbe potuto nascere entro un anno. Ma la scelta di Barak, cioè di puntare prima sulla pace con la Siria, corrisponde a un convincimento politico intimo del premier e anche all’esigenza di tutelare la pace interna. Se oramai la coesistenza con uno “stato” palestinese è abbastanza digerita dall’opinione pubblica israeliana, cionondimeno la necessità di affrontare l’identità di questo Stato, i suoi confini, la sua sovranità reale, il destino delle colonie israeliane costruite in territori occupati, metterebbe a repentaglio la pace interna. Gli attuali alleati di Barak, i russi del ministro dell’interno Sharanski, i Nazional Religiosi del ministro delle costruzioni Levy e alcuni esponenti dello stesso Shas, avrebbero sicuramente difficoltà a procedere su questo terreno. Evitare il riprodursi dello scontro interno vuol dire diluire ulteriormente, nei tempi e nella qualità delle scelte da compiere, il negoziato con Arafat, anche se non certo abbandonarlo.

Quando tra pochi giorni arriverà alla Casa Bianca, Ehud Barak spiegherà a Clinton le nuove priorità che gli americani devono seguire per fare della pace possibile in Medio Oriente un’altra pax americana. A rasserenare l’inquilino della Casa Bianca sulla tenuta dello schema, che fu d’altronde il cavallo di battaglia della diplomazia americana per tanti anni, Barak potrà certamente portare i dati sullo sfaldamento della società palestinese, abusata dall’autorità arafattiana nella quale non crede più e priva di un possibile nuovo gruppo dirigente capace di riappassionare la piazza.

Del Golan non ci importa più nulla Della campagna elettorale di Barak tutti ricordano due posizioni nette: una serie di no ad Arafat su Gerusalemme, insediamenti colonici ebraici in Cisgiordania e qualità della sovranità palestinese, un perentorio sì ai cittadini israeliani stanchi di veder morire loro figli o parenti nel Vietnam d’Israele, il Libano: fuori dal paese dei cedri entro un anno, ha assicurato Barak. Le continue perdite inflitte all’esercito israeliano dai guerriglieri sciiti di Hezbollah hanno indotto un crescente numero di israeliani a ritenere che il gioco non valesse la candela. Ma uscire dal Libano non è possibile senza accordarsi prima con la Siria, e questo comporta l’abbandono del Golan. Un doppio ritiro dunque, se non si intende seguire la via praticabile ma non sicura del ritiro unilaterale dal Libano. Barak vuole il grande negoziato con Damasco perché il controllo delle alture del Golan non ha più valore strategico militarmente parlando, i tempi sono cambiati e i missili non si sparano più dall’alto delle colline. Restituire le colline del Golan in cambio della piena integrazione di Israele nel contesto mediorientale sarebbe di gran lunga più proficuo che continuare ad arroccarsi sul Monte Hermon. Assad si toglierebbe dalle scarpe il sasso che lo infastidisce da decenni, da quando aspetta di rivolgersi a egiziani, palestinesi e giordani, guardarli in faccia e dire: “Brutti scemi, ecco come si tratta una pace vera con Israele!”. Barak invece conta sul fatto che a quel punto il contenzioso con i palestinesi sarebbe ridotto a una disputa locale, non più il pomo della discordia tra Israele e il mondo dove Israele si trova a vivere. Inoltre i protocolli sul disarmo del trattato di pace con la Siria darebbero a Israele una pace assai più sicura di quella costruita occupando il Golan e il Libano del sud. Ultima considerazione: Israele e Siria non hanno firmato il trattato sulla messa al bando delle armi chimiche. Damasco, che sa come la pace si faccia preparando la guerra, ha recentemente acquisito il letale gas nervino VX, tanto per evitare che qualcuno pensi che la Siria è un interlocutore innocuo o in ginocchio. Israele i gas non li compra, li produce (come la bomba atomica, del resto) e ciò comporterà in breve un prezzo salato, le sanzioni economiche contro i suoi prodotti chimici, e in tempi medi un prezzo salatissimo, le sanzioni economiche contro i suoi prodotti elettronici. L’accordo di pace porrebbe riparo anche a questo. La strategia dunque è chiara, Barak però sa che Assad non è Arafat: non fa sconti, né saldi di fine stagione (politica). Il negoziato o è complessivo – ritiro da tutto il Libano del Sud e da tutto il Golan – o non è.

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