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Il giorno in cui saremo sorpassati per sempre

ottobre 17, 2017 Rodolfo Casadei

Nel futuro avveniristico e desolante preconizzato da Harari, il flusso onnipotente dei dati libererà la terra da tutti i mali e i difetti del presente. Compresa la morte. E l’uomo stesso

robot ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In un momento imprecisato del XXII secolo l’uomo sconfiggerà la morte, ma la vita potenzialmente eterna (cioè fatali incidenti piccoli o grandi permettendo) su questa terra sarà piuttosto schifosa: dovremo rinunciare definitivamente alla presunzione di essere dotati di libero arbitrio, di avere un sé unitario, di essere qualcosa di più di un fascio di reazioni biochimiche; e dovremo affidarci completamente ad algoritmi che ci conosceranno meglio di noi stessi e prenderanno le decisioni al posto nostro. Infine, saremo minacciati da una nuova religione: il datismo, che sostiene che l’universo consiste di flussi di dati, e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all’elaborazione dei dati. Quel che allora resterà dell’uomo, cioè la sua coscienza, rischierà di perdersi per sempre in un mondo di algoritmi inorganici, considerato che quelli organici come lui appariranno del tutto obsoleti e sacrificabili.

Questo è quel scrive Yuval Noah Harari, storico israeliano ateissimo e visionario, che nei titoli dei suoi libri ficca sempre la divinità: si è rivelato alle masse nel 2014 con Sapiens. Da animali a dèi, che ha venduto cinque milioni di copie nel mondo, e nel 2016 ha bissato il successo con Homo Deus. Breve storia del futuro. Harari non ha dubbi: il connubio fra biotecnologie e intelligenza artificiale consentirà in futuro di trasformare l’Homo Sapiens in Homo Deus. A-mortalità, felicità e divinità saranno alla sua portata. Non sarà però una passeggiata, perché anzitutto queste prerogative saranno sicuramente all’inizio fatte proprie da una classe ristretta di persone facoltose, che potrebbero anche decidere di trattare tutti gli altri come sottouomini. Il nazismo si ripresenterebbe in una forma dolce: la superiorità della razza eletta sarebbe reale, non mitica come quella hitleriana, e non ci sarebbe nessun bisogno di sterminare le razze inferiori, che non rappresenterebbero più una minaccia.

Poi c’è il problema che questo sconvolgerebbe la successioni generazionali, il mercato del lavoro e il sistema pensionistico: le persone non potranno più ritirarsi a 65 anni e lasciare il posto ai più giovani, ma soprattutto diventerà problematica la vita familiare. «Provate a immaginare una persona con un’aspettativa di vita di 150 anni», scrive Harari. «Sposandosi intorno alla quarantina, costui o costei avrà ancora 110 anni davanti a sé. È realistico aspettarsi che il matrimonio duri 110 anni? Dopo aver cresciuto due bambini quando aveva intorno ai 40 anni, questa persona, quando ne avrà raggiunti 120, avrà soltanto lontani ricordi degli anni spesi per la loro educazione – un episodio tutto sommato minore della sua lunga vita. È difficile fare previsioni su quali tipi di nuove relazioni genitore-figlio potrebbero svilupparsi in un contesto del genere».

Un altro problema sarà l’ansia degli uomini divenuti non immortali, ma a-mortali: la morte resterà comunque in agguato. «A differenza di Dio, i futuri superuomini potranno ancora morire in qualche guerra o incidente, e niente li riporterà indietro dagli inferi. Ad ogni modo, a differenza di noi mortali, la loro vita non avrà una data di scadenza. A meno che una bomba non li riduca a brandelli o un tir passi sopra i loro corpi, essi potranno vivere indefinitamente. Circostanza che, con ogni probabilità, li renderà le persone più ansiose della storia. Noi mortali ogni giorno tentiamo la sorte con le nostre vite, poiché sappiamo che esse termineranno un giorno in una maniera o nell’altra. Ecco perché intraprendiamo scalate sull’Himalaya, nuotiamo in mare e facciamo molte altre cose pericolose. Ma se credi di poter vivere per sempre, sarebbe da pazzi assumersi rischi come questi all’infinito».

Certo, molti problemi legati ai sentimenti e alle emozioni umane potranno essere risolti riprogrammando i circuiti neuronali umani, intervenendo direttamente sul cervello. Si potranno eliminare le malattie neurodegenerative, la depressione, l’aggressività, l’ansia, rendere permanenti gli stati di coscienza (euforia, tranquillità, estasi, eccetera) che oggi si raggiungono in modo pericoloso e temporaneo con le droghe. Ma c’è un problema. La scienza, scrive Harari, ha dimostrato che non esistono né il libero arbitrio, né il sé: l’uomo è dominato da desideri e pensieri che non sceglie liberamente, ma che gli sono imposti dal suo sostrato biologico, che si agita secondo gli imperativi del processo evolutivo da cui proviene. Il sé è solo un io narrante che cerca di dare un senso a quello che l’io esperienziale vive (da qui l’origine delle religioni, delle ideologie, eccetera). Il tecnoumanesimo, che promette di donare agli uomini una vita fantastica grazie al connubio fra ingegneria genetica, nanotecnologia e le interfacce cervello-computer, parte dal presupposto che il soggetto abbia una sua volontà. Ma proprio questo è ciò la scienza e il progresso tecnologico stanno annientando: «Se imparassimo a plasmare e riplasmare la nostra volontà, non potremmo più percepirla come la sorgente ultima di ogni significato e dell’autorità. Non importerebbe più quel che ci dice: potremmo sempre farle dire qualcos’altro. Immaginate che Romeo e Giulietta si apra con Romeo che deve decidere di chi innamorarsi. E immaginate che, anche dopo aver preso questa decisione, Romeo possa comunque ritrattarla e fare un’altra scelta. Che tipo di dramma ne risulterebbe? Pensate a quanto dolore si sarebbe potuto evitare se Romeo e Giulietta, invece di bere il veleno, avessero potuto semplicemente prendere una pillola o indossare un casco in grado di reindirizzare il loro sventurato amore verso altre persone».

E l’ingegnere diventerà un chip
E non è tutto. È prevedibile, scrive Harari, che nel mondo futuro sorgeranno nuove religioni. Dopo che le religioni umaniste (liberali, comuniste, evoluzioniste) hanno preso il posto di quelle teiste (anche se, aggiungiamo noi, a qualche miliardo di persone pare non sia arrivata la notizia che Dio è morto), con l’offuscamento dei concetti di sé, volontà, coscienza è probabile l’avvento di una nuova religione che caccerà l’uomo dalla sua posizione centrale dopo che l’uomo ha cacciato Dio. E metterà il flusso dei dati al centro dell’universo: «Per ottenere l’immortalità, la beatitudine eterna e i divini poteri della creazione, abbiamo bisogno di elaborare immensi quantitativi di dati, di gran lunga superiori alle capacità del cervello umano. Quindi gli algoritmi lo faranno al posto nostro. Tuttavia quando l’autorità sarà trasferita dagli umani agli algoritmi, i progetti umanisti diventeranno irrilevanti. Perché darsi tanta pena per macchine (umane, ndr) che elaborano dati ormai obsolete, quando modelli assai più avanzati sono già disponibili? Stiamo lottando per ingegnerizzare “Internet-di-tutte-le-cose” nella speranza che faccia godere a tutti buona salute, una gioia sempiterna e un potere illimitato. Tuttavia quando “Internet-di-tutte-le-cose” sarà in funzione e governerà il mondo, gli umani potrebbero passare dalla condizione di ingegneri a quella di chip, e poi a quella di dati, e alla fine potrebbero dissolversi in un fiume di dati come una zolla di terra dentro un corso d’acqua impetuoso». Vogliamo chiamarla la vendetta di Dio?

Foto Ansa

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