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«Il dna non è infallibile, addio al mito di Csi»

aprile 27, 2015 Chiara Rizzo

«La prova del dna è considerato il “sigillo di Dio” della modernità, ma è solo uno strumento umano». Intervista a Alice Andreoli, autrice del libro “Identità alla prova”

Crime Scene InvestigationVentisei condanne a morte sulla base di prove viziate, e un centinaio almeno di casi da rivedere. Negli Stati uniti è bufera dopo che il Washington post ha divulgato l’esito di un’indagine condotta dall’Associazione nazionale avvocati difensori (Nacdl) e dal Progetto innocenza su 500 casi complessivi. Nel 90 per cento dei casi è emerso che la prova scientifica usata (l’esame del capello) è stata falsificata da 26 specialisti dell’Fbi. E per i 268 di questi casi che poi sono sfociati in un processo, sale al 95 per cento la casistica in cui l’Fbi ha fornito una prova falsificata a sostegno delle tesi accusatorie contro gli imputati. È accaduto in particolare per 32 casi arrivati a condanne a morte, e purtroppo 14 di questi “dead man walking” sono stati ormai giustiziati o sono morti in carcere. «È una notizia importantissima perché per la prima volta l’Fbi ha fatto un’ammissione di colpevolezza del genere» spiega a tempi.it Alice Andreoli, giornalista e autrice del libro Identità alla prova che per la prima volta raccontava casi in cui era stata falsificata la prova del dna. «È la fine del modello Csi dove la prova del dna è considerato tout court una sorta di “sigillo di Dio”, una prova incontestabile».

Il test di cui si parla oggi negli Stati uniti è diverso dall’esame del dna?
Sì. In questo caso si tratta di esami tricologici falsificati, a partire dal 1972 e fino al 2000. Resta il fatto che si tratta di una notizia importantissima che ha costretto l’Fbi a fare per la prima volta un’ammissione di colpevolezza su prove fasulle. Dal 2000 è stato introdotto il test mitocondriale sul capello, che ormai ha sostituito ovunque il precendete test tricologico: tuttavia la notizia statunitense resta interessante anche perché dimostra che i 26 esperti dell’Fbi avevano usato una prova ritenuta scientificamente inattendibile anche prima del 2000, e almeno sin dagli anni ’70. L’analisi tricologica del capello si basa su dati qualitativi (grandezza, colore del fusto esamianto al vetrino) e già negli anni ’70 uno studio aveva messo in luce che per quest’analisi l’errore di attribuzione era del 67,8 per cento. Paradossalmente si sarebbe indovinato di più tirando in aria una moneta, insomma. Gli avvocati dell’associazione Innocence project da tempo si battono per quei condannati per cui esiste un dubbio affinché venga riconosciuto che non possono essere alla base di una condanna alcuni tipi di analisi ormai inattendibili da un punto di vista scientifico, come l’esame tricologico o quello dei morsi. Finalmente, alcuni di questi casi dopo questa scoperta verranno rivisti.

Uno dei casi più interessanti è quello di George Perrot, di cui ha scritto anche lei.
Si tratta di un ragazzo accusato di stupro rimasto in carcere 30 anni, da quando ne aveva 17. Malgrado non fosse stato trovato nulla che lo collegasse alla scena del delitto e che nessun testimone lo aveva riconosciuto, al processo un esperto dell’Fbi assicurò che un capello ritrovato sulla scena del crimine era di Perrot, sulla base dell’analisi tricologica. A partire da questa deposizione, che aveva eliminato ogni ragionevole dubbio, il ragazzo fu condannato. Oggi è stato finalmente dimostrato che Perrot è stato condannato ingiustamente ed è stato uno dei primi imputati a ricevere l’esito dell’indagine sui test Fbi. Ora i suoi avvocati chiedono la revisione. Ci sono stati molti casi in cui è stato falsificato poi anche il dna.

Per esempio?
Quello di Josiah Hutton, un ragazzo afroamericano di sedici anni, che venne arrestato per l’accusa di sequestro e stupro di una ragazza. Sul sedile di un auto erano state trovate tracce di liquido seminale, ma Josiah era certo che l’esame del dna lo avrebbe scagionato. Invece non è stato così, anzi, Joshua è incriminato proprio sulla base della deposizione del perito di laboratorio. Tempo dopo, grazie all’accurata inchiesta di due giornalisti e di alcuni avvocati, è emerso che il dna di Josiah non è mai stato presente in nessun reperto e che l’esito dell’esame aveva solo appurato che il dna sull’auto poteva appartenere ad un uomo ogni 15 afroamericani.

Com’è possibile commettere degli errori del genere?
Molto dipende dall’imperizia. La prova del dna è una macchina della verità, ma come ogni macchina, quando è in mano agli uomini può essere usata male. Non è vero che si tratta di una prova inattaccabile o indifendibile. In Germania per 15 anni la polizia ha dato la caccia ad una serial killer donna, di cui veniva regolarmente trovato il dna sulla scena del crimine. Alla fine si è scoperto che il dna apparteneva al tecnico di laboratorio, che aveva contaminato tutti i kit di raccolta prove. Il dna è una prova infallibile finché è correttamente interpretato e ben raccolto, e finché e si ricorda che è uno strumento dell’uomo.

Purtroppo anche l’Italia ha conosciuto casi in cui l’esame del dna è stato sopravvalutato prima di rivelarsi errato. Un ultimo esempio è il caso di Amanda Knox e di Raffaele Sollecito, oggi prosciolti definitivamente da tutte le accuse. Cosa ne pensa di questa vicenda?
A mio avviso, il vero scandalo è che li abbiano condannati. Forse andava ascoltata di più l’avvocato difensore di Raffaele Sollecito, Giulia Bongiorno, che più volte aveva denunciato che, dato il modo con cui erano state raccolte le presunte prove, gli esami del dna non potevano essere considerati come infallibili. L’accusa ha considerato prova la presenza del dna di Raffaele su un gancetto del reggiseno di Meredit, gancetto che però era stato ritrovato dopo un mese in un pavimento esposto a vari agenti. Un indizio contro Amanda era invece il suo presunto dna sul coltello, e anche quello si è rivelato un esame mendace. Un altro caso in cui il dna ha creato solo confusione è stato quello di via Poma, che si è concluso con l’assoluzione in Cassazione dell’ex fidanzato della vittima.

Nel suo libro lei scrive che dopo la diffusione di telefilm come “Csi”, per l’opinione pubblica «la prova genetica è evocata come “firma o sigillo di Dio”», una prova “inattaccabile”. E non sono solo gli attori a descriverla così, ma anche giornalisti, avvocati o accademici». Dopo tutti questi casi si può dire che viviamo la crisi di questo “modello Csi”?
Sì. Non si può considerare che esiste solo la prova del dna tout court, ma che esiste un preciso contesto. Gli avvocati di Innocence project, che ho intervistato per il mio libro, hanno detto: «Il dna non ha tutte le risposte, ma ci mostra solo quali sono le domande giuste». È convinzione diffusa che il dna sia risolutivo, ma non è così. È vero che si possono analizzare reperti del dna anche del giurassico, ma non è sempre un’analisi risolutiva, i risultati possono essere anche ambigui, inconcludenti. L’esame inoltre risponde in termine di probabilità, non di certezza: ci sono vari gradi di probabilità a seconda di come il dna è conservato, e questo va sempre ricordato. Speriamo che questa indagine che oggi ha creato bufera negli Usa spinga tutti a rivedere gli atteggiamenti avuti sinora riguardo alle indagini scientifiche.


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