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Il curato di Binc

luglio 21, 1999 Luppino Giuseppe

Colloquio di Giuseppe Luppino
con don Lush Gjergij*, parroco di Binc, Kosovo

La testimonianza di prete cattolico kosovaro che ha scelto
di non fuggire durante la guerra. Per condividere in tutto il destino della sua gente. Erano in 2.500 fino al 27 marzo. Poi tutti via, in fuga dalle bombe e dalle squadracce serbe. Avevano pochi minuti per scappare. Poi era massacro. I drammatici e gloriosi 79 giorni di un uomo che si era preparato a morire insieme a duecento donne,
vecchi, malati, bambini, che non sapevano dove fuggire.
La banalità del male, la profondità del bene

Don Lush Gjergij, sacerdote kosovaro, piccolo di statura, parroco di Binc, paese nei pressi di Urosevac-Ferizaj. Laureato in Psicologia all’Università di Roma, è anche giornalista e scrittore. Biografo di Madre Teresa di Calcutta, Caporedattore della rivista “Drita” (La Luce), collabora con vari quotidiani e riviste nazionali e internazionali. Aveva amici ovunque e parecchi posti all’estero dove potersi rifugiare. E invece durante la guerra ha scelto di rimanere con i suoi parrocchiani. Ecco la storia di don Lush.

Quali sono le origini della tragedia che ha travolto il Kosovo?

Nel Kosovo la crisi è cominciata subito dopo la morte di Tito. Le prime rivolte scoppiarono nel 1980, studenti e operai insieme cominciarono a manifestare chiedendo maggiore autonomia e più libertà perché già da allora avevamo intuito che dopo la morte Tito il comunismo sarebbe entrato in crisi e che quindi occorreva muoversi per trovare un nuovo modello di convivenza tra popoli che fino a quel momento erano stati tenuti insieme dalla dittatura comunista, la quale a sua volta non era altro che la continuazione, sotto la coperta dell’ideologia e di un internazionalismo proletario fasullo, del modello della “vecchia Jugoslavia” del 1918, regno serbo-croato-sloveno.

E quali risultati conseguì la sollevazione dei primi anni ’80?

La repressione del movimento albanese, a cui fece seguito l’occupazione dell’esercito, e soprattutto della polizia jugoslava.

Milosevic non è che un’espressione molto antica di quel revanscismo serbo che puntav alla creazione della “terza Jugoslavia”, cioé della “Grande Serbia”. Politicamente Milosevic si afferma proprio in quel periodo, con l’appoggio, implicito – e certe volte anche esplicito – dei croati, degli sloveni, dei bosniaci e dei macedoni. Nel 1989 è già molto forte e potente, tanto da diventare segretario generale del partito comunista serbo. Comincia subito a realizzare le prime tappe del suo progetto: abolisce l’autonomia del Kosovo, abolisce l’autonomia della Voivodina e – fatto mai condannato da nessuno – realizza, senza spargimenti di sangue, un colpo di stato cambiando tutta la dirigenza politica del Montenegro. In questo modo, agli inizi degli anni ’90, metà Jugoslavia è già sotto la sua dittatura, e cioé: Serbia, Montenegro, Voivodina e Kosovo. Intanto la comunità jugoslava e quella internazionale non sanno cogliere il senso di quanto sta avvenendo e non fanno nulla per difendere quelle autonomie. Da topolino, Milosevic diventa un leone, potente e forte. Le sue intenzioni? Marciare verso la conquista delle altre parti della Jugoslavia. Si prepara infatti alla guerra contro la Slovenia, contro la Croazia, contro la Bosnia e, speriamo sia l’atto finale, contro il Kosovo.

Qual è il suo giudizio a riguardo della posizione assunta dall’Occidente in questi anni, fino all’intervento della NATO?

Mi sembra che la comunità internazionale abbia gestito male l’81 e peggio l’89. Basta guardare a quello che è successo nella guerra contro la Slovenia, contro la Croazia, per non parlare dell’inferno in Bosnia. Soprattutto l’Occidente ha perso la grande occasione degli accordi di Dayton (l’accordo di pace che ha dato il via a quel fragilissmo puzzle che è l’attuale Bosnia ndr), per tentare una soluzione complessiva in vista di una ricomposizione della ex Jugoslavia, o meglio ancora di tutta l’area dei Balcani. Si è voluto affrontare un singolo caso alla volta, astraendolo dal contesto globale. La comunità internazionale ha riconosciuto prima la Slovenia, poi la Croazia, molto dopo la Bosnia e non ha ancora riconosciuto il Kosovo. Con questa politica era inevitabile che si arrivasse allo scontro. Le stesse trattative di Rambouillet e di Parigi sono state condotte in modo tale da rendere inevitabile un “intervento chirurgico” della NATO contro la Jugoslavia. La guerra si poteva e si doveva evitare, però il metodo con cui sono state gestite le trattative ha portato a una situazione di stallo. Per cui alla fine non rimaneva nient’altro da fare nei confronti di Milosevic che un intervento armato.

Com’è sopravissuto lei e la sua gente stretto tra la morsa dei bombardamenti e della pulizia etnica?

Io ho fatto questa scelta di restare con la mia gente. Ho detto loro: “Chi vuole vada pure, chi vuole restare resti. Quello che accadrà a me, accadrà anche a voi”. Chi ha potuto è fuggito. Gli altri sono stati sistematicamente cacciati via dalla polizia o dall’esercito serbo: davano alla gente dai 5 ai 15 minuti di tempo per abbandonare le loro case, prima di ucciderli o bruciarli vivi. La parrocchia di Binc contava 2.500 anime fino al 27 marzo scorso. Sono rimasti con me solo in 210, tutte persone che non sapevano dove andare. E così si è creata una comunità molto particolare, composta da bambini di sei o sette mesi, una trentina di ragazzini fino a 15 anni e molte donne. Il resto erano uomini vecchi e malati. Abbiamo fatto insieme l’esperienza di 79 giorni di guerra. Posso dire che siamo stati salvati e siamo sopravvissuti solo per miracolo. Io sono stato minacciato personalmente tante volte. Quello che ci è dispiaciuto è che alcuni serbi locali – con i quali abbiamo avuto sempre buoni rapporti, avendoli aiutati in tutti i modi, sia con i medicinali delle suore del nostro ambulatorio, sia mantenendoli economicamente (io personalmente ho aiutato, in tutto quello di cui avevano bisogno, cinque famiglie serbe povere), anche tramite la Caritas – si siano lasciati travolgere da una pazzia collettiva per cui mi dicevano: “Perché non vai via, tanto sarai bruciato vivo…”.

Quali riflessioni le suscita questa tragedia a cui è sopravvissuto?

Sono contento di aver fatto questa scelta, felice di essere rimasto, di aver sofferto e di aver potuto offrire la sofferenza al Signore per noi e per i serbi che stavano causando tutto questo. Abbiamo fatto un cammino tra la vita e la morte. Ormai la morte non mi faceva più paura, avevo preso familiarità con essa. Mi vedevo già morto, ma guardavo la gente che si era affidata a me, venendo ad abitare presso la mia parrocchia, e pregavo il Signore. In certe situazioni si può cedere ad un fatalismo invece che abbandonarsi alle mani del Signore e dire: “Se Tu vuoi ancora che io viva, fa che io viva per Te e per gli altri, per testimoniare Te, perché non ho più niente da vivere e da fare”.

Come viveva questa sua comunità assediata dal terrore?

Come in un convento. Tutta la gente pregava con noi, mangiava con noi, facevamo una vita comunitaria. Ogni giorno ho celebrato l’Eucarestia, ogni giorno pregavamo insieme, parlavo con le persone. Passati alcuni giorni, tutta questa gente si sentiva talmente calma e sicura stando con me e le suore, che oramai quasi si pensava che non ci fosse la guerra. Tutto crollava intorno a noi, ma non dentro di noi. Era veramente bello vedere come tutti avessero una fiducia immensa. Io, scherzando, dicevo alle suore: “Questi si sentono come se fossero alla Casa Bianca”.

Sappiamo che lei ha avuto modo di lavorare accanto a Madre Teresa di Calcutta, la cui famiglia tra l’altro è originaria proprio del Kosovo, e che è stato anche il suo biografo…

Guardi, io prego personalmente Madre Teresa almeno cinque volte al giorno e molta della nostra gente la considera già santa. Ho avuto la grazia di conoscerla e di stargli vicino dal 1968 fino alla morte. Ho imparato anche da lei a condividere tutto con tutti. Tutti, soprattutto durante i primi giorni e le prime notti della guerra, restavano profondamente colpiti quando mi vedevano con un pezzettino di pane o di formaggio, mentre li tenevo in mano come si fa nell’infanzia, senza piatti e nient’altro. E dicevano: “Anche don Lush mangia come noi e mangia con noi”. Sa, il prete… è stata una sorpresa per loro vedere che condividevamo in tutto il loro destino. Così si è creato un tale legame che, quando è finita la guerra, questa gente gioiva sì nel poter tornare alle loro case, distrutte e quasi totalmente saccheggiate o bruciate, ma allontanandosi da noi piangevano come bambini.

Che futuro prevede per il Kosovo?

Adesso sembra che finalmente la comunità internazionale abbia capito che la questione dei Balcani si può affrontare e risolvere solo nella globalità. È questo che occorre, se vogliamo creare quell’unità che si chiamerà Europa, non più divisa in oriente ed occidente, come non si stanca mai di ripetere il Papa: o l’Europa è unita, e riconosce le sue radici cristiane, costruendo un dialogo interreligioso e interecclesiale, oppure veramente non vedo che futuro ci potrà essere. Con la guerra un pericoloso cancro è stato fermato. Resta adesso un lavoro che non può fare la NATO, ma che è un compito per noi: l’unità nella diversità, a livello religioso e a livello politico nazionale. In questo senso c’è ancora molto da fare, ma noi siamo distrutti solo materialmente, non spiritualmente e moralmente.

La chiesa ortodossa esce duramente provata da questa guerra. Ci sono rapporti tra ortodossi e cattolici?

Bisogna ripartire da un cammino comune. Ci sono spiragli e prospettive per un dialogo sincero – che è mancato fino ad oggi – tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Dopo il distacco del Sinodo e del patriarca, Sua Beatitudine Pavle, da Milosevic e da quella concezione alla quale purtroppo hanno collaborato, mi auguro che si possano creare delle aperture. Vogliamo un dialogo sincero con i fratelli cristiani, serbi e ortodossi. Ma anche con quegli albanesi fratelli nel sangue, nella lingua, nella cultura, nella tradizione e per secoli anche nella fede, che sono stati islamizzati dalle persecuzioni dei turchi.

Quali sono stati da parte vostra i rapporti con gli ortodossi e i musulmani durante la guerra?

Ho cercato più di una volta di contattare il prete ortodosso, parroco di 1.500 serbi che abitano nella zona della mia parrocchia. Lui si è fatto sempre negare; poi, dietro mia decisa insistenza, sono riuscito a parlargli e gli ho detto: “Guarda quello che sta succedendo. Purtroppo, la tua gente non si comporta bene. Alcuni di loro saccheggiano, rubano, picchiano e bruciano le case. Non dobbiamo pensare solo al momento attuale: passerà e, se non io, qualcuno degli albanesi sopravviverà. Alla fine della guerra come pensate di vivere insieme con noi?”. Allora lui mi dice: “Hai ragione, mi vergogno di quello che stanno facendo. Perciò ho evitato di incontrati. Anch’io sono d’accordo, anche la nostra chiesa condanna le violenze”. Era la Pasqua ortodossa e Sua Beatitudine Pavle aveva scritto una lettera di condanna dove diceva che non si difende la Serbia e il serbismo nel Kosovo con la bestialità, con il vandalismo e le uccisioni. “Voi cattolici – riprendo le parole del prete ortodosso – siete fortunati perché avete gente che vi crede e vi segue. Da me non ci sono più né uomini né tanto meno cristiani. Purtroppo posso fare poco, non so se posso cambiare qualcosa”. Gli ho detto: “Facciamo la nostra parte. Non sono un capo che può fermare la guerra, ma la mia parte la devo fare fino in fondo. Devo dare giudizi di valore alla gente e devo prendere delle posizioni”. Finita la guerra, mentre tanti serbi fuggivano, sono ritornato da lui e gli ho chiesto di dire alla sua gente, adesso che sono loro nella situazione di minaccia, che io come prete cattolico sono vicino a tutti. E così, come ho detto alla mia gente “Se avete paura dei bombardamenti, venite tutti indistintamente da me e vi proteggerò”, adesso, a quelli che stanno tornando, dico: “non ci vendicheremo, la nostra vendetta è il perdono. Cercheremo in tutti i modi di proteggere la popolazione e le proprietà dei serbi”.

Però nonostante la fine della guerra le violenze continuano…

Purtroppo ci sono notizie di vendette, non si può negarlo, ma non sono tali da parlare di clima di violenza generalizzato. Grazie a Dio, nessuno del popolo è convinto che dobbiamo restituire il male con il male. Solo i gruppi dell’UCK e alcuni di quelli che, avendo perso tutto, dalla disperazione si lasciano andare all’odio. I serbi hanno usato le loro case, anche nella mia parrocchia, o come depositi di armi o come depositi di roba rubata dalle case degli albanesi…

Cosa occorre fare per ristabilire condizioni di vera pace?

La comunità internazionale deve continuare a disarmare indistintamente tutti, serbi e UCK. Quello che Rugova ed io abbiamo proposto da anni per la pace è una demilitarizzazione totale, un protettorato internazionale che preparasse la creazione di un’entità o di uno stato libero e democratico, aperto alla realtà albanese e quindi all’Albania, aperto alla realtà serba e quindi alla Serbia.

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