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Il clarinetto italiano che ha sedotto anche le guardie tedesche nel lager. Storia del soldato Aldo Valerio Cacco

febbraio 3, 2014 Gianluca Salmaso

Il libro “Un clarinetto nel lager” racconta la storia di un italiano che non si è piegato nel lager nazista e che con la sua musica ha dato speranza e riacceso la fede nell’animo dei compagni di prigionia

cacco-clarinetto-lagerDa quando è stata istituita la Giornata della Memoria, qualche anno fa, una retorica truculenta e greve ha preso il sopravvento. Come già per altre celebrazioni, prima fra tutte il Venticinque Aprile, un certo modo di raccontare la storia ha completamente soppiantato la realtà, considerando solo le sofferenze del corpo e non quelle dello spirito di coloro che si sono ritrovati ad essere prigionieri o internati.

SOLDATO E AMANTE DELLA VITA. La storia di Aldo Valerio Cacco, un simpatico signore di Vigonza, comune incastonato nel mezzo del Veneto nelle vicinanze di Padova, è in controtendenza rispetto a questa visione del mondo. Il signor Cacco è un Imi (Internato Militare Italiano), ossia uno di quei soldati che dopo l’8 settembre si ritrovarono prigionieri dei loro ex alleati germanici.
Valerio Cacco però non è solo un soldato o un prigioniero: è anche un giovane cresciuto in orfanotrofio e temprato dall’esistenza ad amare la vita e la libertà ad ogni costo. È persino monarchico e il giuramento al Re non lo rinnegherà mai, anche quando questo avrebbe potuto risparmiargli dolori e privazioni.

«BASTONE TEDESCO, ITALIANO NON DOMA». «I carcerieri erano soliti raccogliere in una pentola il loro cibo avanzato, ci pisciavano sopra oppure ci sputavano dentro apposta per alterare il sapore delle cibarie e per umiliarci, ci volevano morti. Io mi rifiutai di mangiare questo cibo. Gli altri italiani invece lo mangiavano. Allora mi son fatto tradurre questa frase in tedesco dal nostro interprete Filipputti: “Bastone tedesco, italiano non doma, non crescono al giogo le stirpi di Roma”». È questa la frase che Cacco ripeteva all’aguzzino che gli intimava di mangiare.
La frase, così come la storia di quest’uomo retto, quasi una timida quercia, è rimasta nascosta fino a quando, pochi anni fa, un giornalista e professore di religione cattolica suo compaesano non l’ha convinto a pubblicare il suo diario di prigionia e a raccontarsi in un libro.

IL CLARINETTO. “Un clarinetto nel lager” è uscito nel marzo del 2011, scritto a quattro mani dai due vigontini che ancora non sapevano ciò che li attendeva. Dal momento della stampa infatti, le loro vite  sono state rivoluzionate: la timida quercia diventa un simbolo e le scuole di tutta Italia se lo litigano per una lezione, un dibattito. La sua storia è potente e grande nella sua infinita umiltà. Aldo Valerio Cacco deve la vita al suo clarino, uno strumento umile e mite quanto il suo padrone che ancora oggi suona con amore agli studenti come a Porta a Porta.

TEDESCHI SEDOTTI. Forse un po’ scordato ma vivo, quel pezzo di legno seppe sedurre gli animi più duri con le note di Lili Marlene nelle fredde giornate di lager. La speranza si fece musica quando c’era da celebrare il Natale, anche se non si può dire fosse una festa, o salutare un compagno defunto. Il Tu scendi dalle stelle diveniva prima brusio sommesso, poi canto e infine coro di quegli sventurati che in esso ritrovavano la speranza di rivedere un giorno la casa e la famiglia. Persino i tedeschi non riuscivano a rimanere indifferenti alle sue melodie e scambiavano qualche piccolo genere di conforto con un po’ di musica.

PROVVIDENZA. Ecco, quel clarinetto è quanto di più simile possa esistere alla Provvidenza manzoniana: in quelle poche note c’è tutta la dignità di un uomo, di tanti uomini che ascoltandolo si sono fatti forza, hanno ritrovato la fede e scorto il bene anche dove il male sembrava trionfare su tutto e su tutti. Una fede che trapela ad ogni pagina del diario di prigionia, che fa sentire orgogliosi di essere cristiani e italiani, e divampa alla fine nella preghiera più dolce e accorata: «Signore mio, aiutami, proteggimi, difendimi affinché io riveda ancora la mia cara famiglia che tanto ho cara».

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