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Il cavaliere, la morte e il jihad

agosto 19, 2017 Alessandro Giuli

Nel mondo globalizzato, nell’età dello Stato mondiale, non ci si uccide più tra padri ma tra fratelli. Che cosa ci differenzia, e cosa no, dai soliti carnefici di Barcellona e Turku

“Quanto ancora dovremo attendere per iniziare a reagire e a combattere?”. Ecco la domanda del sangue, l’interrogativo che sgorga come nera sorgente sul crinale che separa la paura e il nulla inflitto ai nostri occhi dal terrorismo islamico riacceso a Barcellona, a Turku e chissà dove ancora. Reagire. Combattere. È la voce imperativa che risuona, inquieta, sulla bocca dei nostri fratelli o in qualche confuso anfratto del nostro petto. Qualcuno ci vuole morti in nome della propria fede allucinata. Qualcuno ci sta uccidendo e noi ci diciamo, ci sentiamo, ci temiamo inerti. Ma lo siamo veramente? E non è già una reazione porsi le domande fondamentali del nostro tempo?

Come insegna l’antica tradizione cavalleresca europea, porre la questione nel modo giusto è l’unica possibilità che abbiamo per attingere al vero: il Graal nelle mani vuote dell’irresoluto Parsifal, nostro eterno contemporaneo. La questione è chi sia davvero il nemico che ci azzanna, ci investe per strada, ci smembra con l’esplosivo, ci scanna ritualmente, ci spossessa della nostra sicurezza e del nostro torpore quotidiano. C’entra l’islam, certo, con la sua lettera viva e coranica piegata sul filo della scimitarra salafita: è la ragione della forza sanguinaria contro la più debole forza della ragione occidentale. Ma è tutto qui? Non direi.

Siamo in guerra, non c’è dubbio, ma con chi? Il fondamentalismo religioso maomettano. È la risposta più prossima al vero: sotto le fattezze di un mostro acefalo chiamato Stato islamico, uno stato quasi immateriale e privo di Patria (la terra dei Padri) edificato in nome di una malintesa illusione di ripristinare il Califfato. Ma il Califfato, o meglio la sua miserrima controfigura, ha radici ormai dappertutto: nelle nostre banlieue, nelle palestre della violenza del sottosuolo in cerca di un dèmone nuovo cui votarsi, nel radicalismo islamizzato dei nativi occidentali che hanno trovato la loro galvanizzante madrassa nel non-luogo dei social-web. La verità è che Polemos è un dio antiquato e negletto, in questo contesto. La Guerra autentica non ha più un domicilio certo nel mondo globalizzato. È santa per definizione poiché impone ai belligeranti rivali di de-bellare, togliere dal campo di battaglia, anzitutto il proprio lato oscuro: concetto dimenticato sin dall’antichità declinante e in parte riabilitato dalla cavalleria templare del medioevo e dalla nobiltà di spada. Per lo meno è così per la guerra tradizionale, che di regola è combattuta da giovani padri contro altri giovani padri, animati dal senso del dovere e dal retropensiero nobile ma lancinante di provocare orfani e vedove (è di poche ore fa la notizia della restituzione ai famigliari di un caduto giapponese nella Seconda guerra mondiale, da parte di un veterano statunitense, della bandiera non abbastanza beneaugurale che aveva nel tascapane il soldato del Sole nascente ammazzato sul fronte: quasi fosse il corpo di Ettore restituito a Priamo, un raro esempio di epos moderno fiorito sulle spoglie del Novecento).

Una verità non smentibile è che nel mondo globalizzato, nell’età dello Stato mondiale, non ci si uccide più tra padri ma tra fratelli: è la Guerra Civile mondiale di jüngeriana profezia. E tra fratelli-coltelli, come recita l’adagio popolare, non vigono regole di lealtà, non esistono confini sacri e inviolabili, non c’è luce di onore pubblicamente riconoscibile. L’immagine più parlante per rappresentare le condizioni della fraternità occidentale proviene dalla cronaca nera: i due disgraziati ereditieri del quartiere Flaminio a Roma che invecchiano impoverendo fino all’estremo della tragedia: lei raziona i soldi, lui la strangola e la smembra fra i cassonetti putrescenti dell’agosto capitolino. Nemmeno l’ombra fraterna dei principi tebani Eteocle e Polinice, reciprocamente fratricidi nel medesimo istante in nome della regalità. Nemmeno l’ombra della pietas di Antigone, sorella dell’ombra. Solo un lento sgretolarsi di senso, di senno, di vita. E intanto il barbaro avanza con le sue artefatte giaculatorie, invoca il suo dio desertico mentre pratica un suicidio rituale stragista di là dal quale non troverà alcuna vergine a confortarlo, ma la persecuzione eterna delle Erinni eccitate dal sangue di bambini e adulti innocenti, disarmati, inconsapevoli.

Che cosa vorremmo opporre a questa barbarie dal volto disumano e dal passaporto occidentalizzato? “Non abbiamo paura”, scandiscono a migliaia i sopravvissuti delle ramblas catalane. Anche le pecore non hanno paura quando brucano il prato come turisti della natura, e dimenticano presto l’urlo soffocato delle loro sorelle svenate per nutrire il predatore carnivoro. L’animale domestico non cerca guai perché non sa e non vuole difendersene, così porta in sé la condizione sacrificale della bestia da macello. Noi, occidentali o no (preferisco dirmi europeo, potendo), chi vogliamo essere? Quale altra nazione vorremmo invadere, e per farne che cosa, noi che a mala pena riusciamo a dare una definizione di noi stessi? Il fatto è che la guerra civile mondiale sospinge ad altre microguerre civili famigliari. Siamo divisi odiosamente, e non soltanto in Italia, sulla rappresentazione da dare a quel che ci accade intorno e dentro casa, nei nostri luoghi di apparente svago e di annichilimento danzante. Ci separa la falsa prospettiva di un conflitto tra un fanatismo superstizioso (il loro) e una civilizzazione sconsacrata (la nostra), secolarizzata, ottusamente mercantilista, a modo suo perfino infanticida e non mi riferisco soltanto all’aborto: è infanticidio anche crescere figli che già in età acerba vengono snaturati dall’infantilismo gigantesco di genitori senza radici.

Eccola, infine, la questione delle questioni di fronte alla quale il grande gioco delle geopolitica mondiale, il commercio di armi, petrolio, droga, persone, versetti coranici e salmi veterotestamentari, non sono che un epifenomeno secondario: chi ama la morte più della vita l’avrà vinta su chi crede di amare la vita accendendo candele sul sangue dei propri martiri o invocando guerre alla cieca, reazione scomposta da caproni ebbri di umori molesti? E sopra tutto: quanto si avvicinano carnefici e vittime, siano pure queste ultime mai davvero riscattate come tali nella narrazione giustificazionista della sinistra apolide, quella per cui è il contesto a rendere cattivi i cattivi ed è la remissività a rendere buoni i buoni, ancorché morti?

Per rispondere, abbiamo bisogno di capire se e quanto la malapianta del terrore che ci infesta possa indurci a riconoscere in noi stessi i primi e peggiori nostri nemici. Non per autodistruggerci ma per ridefinirci, riplasmarci, ricrearci più forti e sovrani delle scelte gravose a venire. La metamorfosi fatale della forma umana, il declino anche soltanto demografico dei monoteismi più anziani, l’insicurezza permanente e angosciosa moltiplicata dal contagio dei media di massa: tutto ciò spoglia il proscenio da orpelli e attenuanti di vario ordine e grado, ma esige che dietro le quinte ci si guardi dentro di sé. E qui ritorniamo alle origini, ai primordi, al riferimento a quella Grande Guerra Santa che è interiore e si combatte per trascendere verso l’alto la condizione umana, pena il regresso nell’informe, nel subumano, nel terrore urlante del jihadismo e in quello silenziosamente eutanasico dell’occidente contemporaneo che si è votato all’egoismo selvaggio della materia, alla dimenticanza delle radici.

Essere fedeli a se stessi: ecco la consegna ultima che il terrore ci sta offrendo. Essere vittime oppure victimarii, coloro che in antico rivestivano la funzione sacerdotale abilitata a calare la scure del Padre celeste sulla vittima immolata. E un guerriero consapevole deve essere il primo victimarius. Fuor di metafora, si tratta di sacrificare la nostra natura inferiore, irrazionale, promiscua, ottusa, bestiale; prendere idealmente congedo dalla terra del tramonto in cui ci s’immagina discendenti dai quadrumani e in diritto, se non addirittura in dovere, di seguirne il modus vivendi. Fino alla prossima mattanza.

Ps. I simboli parlano e alcuni nomi sono involucri di significati abissali.
Barcellona porta nel suo nome l’eredità dei Barcidi, i cartaginesi discendenti da quell’Amilcare Barca che combatté all’ultimo sangue Roma e la sua idea immortale, insieme con i suoi figli Asdrubale e Annibale. Se allora avessero vinto loro, i Punici, l’occidente sarebbe presto divenuto la grande riserva coloniale d’un popolo di mercanti del medioriente ferocemente matriarcale, uso al sacrificio umano di fanciulli primogeniti sull’altare di Moloch (fuoco degli inferi), incline a un tenebroso e indistinto sensualismo. I secoli che si sono via via stratificati sopra Barcellona l’hanno consegnata ai Visigoti, ai Mori, ai Franchi, agli Aragonesi, al Principato di Catalogna, all’indipendentismo anarco-repubblicano. Ecco che, in circostanze estreme, i secoli vengono calcinati nel sangue e scompaiono come polvere. Riemerge l’archetipo, l’abisso si riaffaccia alla soglia.
Turku è un nomignolo un po’ sinistro per un cristianissimo borgo medievale finlandese chiamato in latino Aboa, attraversato dal fiume del Gran Carro dell’aurora boreale (in lingua locale: Aura). Le terre dell’estremo nord europeo, quanto a consapevolezza, vitalità e conservazione delle radici, sono il cimitero di ogni razzismo biologico. La loro quieta cedevolezza nei confronti della secolarizzazione e del radicalismo fondamentalista rappresentano un monito vivente (per quanto ancora vivente?) a beneficio di tutti i sovranisti bovini e xenofobi di cui si pasce il lato oscuro dell’occidente.

Foto Ansa

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