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Il blog Erroridistampa, che ha denunciato la Rai. «E al Fatto non pagano i collaboratori»

febbraio 22, 2012 Chiara Rizzo

Intervista a Valeria Calicchio, fondatrice di erroridistampa, coordinamento dei giornalisti precari, che ha denunciato i licenziamenti delle donne incinte imposti da mamma Rai alle giornaliste che collaborano. «Sono tante le storie come questa, anche il Fatto quotidiano non paga i collaboratori. Queste battaglie mi danno il respiro per proseguire».

Valeria Calicchio risponde al cellulare da un ospedale. «Ma sto bene, posso parlare». Oggi è la giornata delle telefonate: la denuncia del coordinamento che Calicchio ha fondato un anno fa con degli amici oggi è sui principali giornali italiani. È il caso dei licenziamenti delle donne incinte imposti da mamma Rai alle giornaliste che collaborano. Erroridistampa, il coordinamento di Calicchio, ha raccolto numerose segnalazioni e ha denunciato tutto. E il dg Rai Lorenza Lei è dovuta correre ai ripari, assicurando personalmente che verrà rivisto il contratto di lavoro per i collaboratori precari e che comunque non ci sono mai stati licenziamenti. Sarà: intanto però c’è, e concreto, l’incubo di una class action dei precari, che ora non hanno più paura. Un successone, per erroridistampa, che ad oggi era soprattutto noto come blog. Calicchio se glielo fai notare sbuffa. «Oggi mi chiamano tanti colleghi professionisti, e regolarmente assunti, per intervistarmi e poi dirmi che siamo stati coraggiosi. Io dico: e dov’eravate tutti voi prima? Anche voi sapete che queste cose succedono, ma state zitti. Perché in fondo siete conniventi».

Battagliera, salernitana, trentenne. Ma più che l’aggettivo per descrivere Calicchio, serve mettere in fila alcuni fatti. Fino ad un anno fa, era una come tantissime coetanee. «Ero una Co.co.pro. in un ufficio stampa, a 700 euro al mese» – racconta a tempi.it -. «Avevo un gruppo di amici e colleghi, conosciuti lavorando alla cronaca romana, tra agenzie o quotidiani. Ci eravamo conosciuti perché facendo il giro di “politica”, finivamo per vederci tutti i giorni, alla fine pure per aiutarci. Poi mi sono licenziata e sono diventata free lance, che è un altro modo di dire disoccupata. Ora al mese se va bene racimolo 200 euro. Collaboro stabilmente con una free press e saltuariamente con testate on line. Ad un certo punto ci siamo guardati in faccia. I sindacati non ci tutelavano, nessuno lo faceva, a dire il vero. Così abbiamo deciso di farlo da soli, ed è nato erroridistampa».

Un nome che racconta la sensazione di chi, nel mondo del giornalismo dove non si emerge facilmente dal precariato, finisce per sentirsi uno sbaglio. Un errore di stampa. «Il problema è che essere free lance in Italia non è una scelta» prosegue Calicchio, e racconta quello che emerge dalle tante storie raccolte nel blog (erroridistamparm.blogspot.com). Ci sono le storie di lunghe gavette, «andate avanti a promessa di assunzione e concluse con una stretta di mano perché l’azienda ha aperto lo stato di crisi, e mi ritrovo pagato a cottimo». E c’è il caso del redattore (a E-polis) che di punto in bianco si trova in mezzo alla strada per il fallimento. E poi tante altre.

«Il Fatto quotidiano – dice Calicchio – per esempio non paga i collaboratori. Peter Gomez voleva fare una grande inchiesta sul precariato così mi ha contattato per chiedermi dati e storie. Ho risposto di sì, però ho proposto che venissero pagati i collaboratori esterni che da due anni ancora aspettano il pagamento. Gomez me lo ha promesso, sono passati 20 giorni, e ancora nulla. Diamo ancora il beneficio del dubbio per un po’ a Gomez, e poi ritorneremo all’attacco. Ma anche a Il Tempo succede lo stesso, ci sono situazioni gravissime lì. E un collega del Giornale di Sicilia mi ha raccontato che lo pagano a 3,50 euro al giorno». Perciò essere free lance, spiega Calicchio, non è una scelta: «È un modo diverso di dire disoccupato. In tutti i principali quotidiani – Repubblica, Libero, il Messaggero nessuno esente – di fatto collabori come un dipendente interno, perché ogni giorno devi aspettare la chiamata del caporedattore, e poi ti metti in moto per scrivere l’articolo. Ma poi ti pagano a pezzo: e non hai il tempo e il modo di fare altro. I pagamenti arrivano, se tutto va bene, 60 giorni dopo, e non hai garanzie di malattia, gravidanza, contributi. È come se non ci fossi». Erroridistampa ha deciso di rimboccarsi le maniche. È nato così il primo autocensimento sulle retribuzioni, un piccolo libro nero che denuncia come si può essere pagati anche solo 10 euro lordi a pezzo (quindi al giorno). Ma anche un modo di rivelare gli esempi virtuosi. È il caso, ad esempio, de Il Foglio, che paga 120 euro a pezzo, o di TvRoma56, composta interamente da giornalisti con contratto regolare. Poi si è arrivati alla Carta di Firenze firmata dall’Ordine dei giornalisti lo scorso anno per tutelare i precari. Un caso emblematico, quest’ultimo, di come (non) funzioni però il sindacato di categoria, la Fnsi.

«La Carta prevede infatti una sanzione in caso di responsabilità di omesso controllo per lo sfruttamento dei precari a tutta la “catena di montaggio”, dal direttore al caporedattore. Per la Fnsi firmare questa clausola significava andare contro i colleghi regolari: perciò non ha ratificato la Carta di Firenze. Si capisce la gravità della cosa? Non mi stupisce. È uno dei tanti esempi di come i precari nelle redazioni siano spesso vessati proprio dagli stessi colleghi, che non denunciano mai le situazioni di abuso». Erroridistampa oggi è accompagnato da analoghe esperienze sorte in altre 8 Regioni. La prossima battaglia è quella di un disegno di legge per l’equo compenso per i giornalisti precari, che al momento aspetta di essere votata al Senato. Un disegno di legge bipartisan, questa volta appoggiato caldamente anche dall’Odg e dall’Fnsi. «Ma per l’ostruzionismo della Lega Nord è completamente impantanata» spiega Calicchio. Candidamente confessa: «L’estate per guadagnare qualcosa vado a fare la lavoratrice stagionale nei campeggi: lascio immaginare quante volte mi è passato per la testa di cambiare mestiere. Ma sono sempre qui e non demordo. E devo ammettere che queste battaglie mi danno il respiro per proseguire».

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