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Via il bavaglio

febbraio 1, 2007 Fazzini Gerolamo

Oppressa ma non vinta, la Chiesa cinese cerca una nuova primavera. La messe è molta e gli operai (di mezza età) sono pochi

Quello che la Chiesa cinese sta attraversando è un momento cruciale. Promettente, ancorché incerto. Non è un caso che Benedetto XVI abbia voluto radunare a Roma esperti e vescovi della Grande Cina perché esaminassero «i problemi ecclesiali più gravi e urgenti». Molteplici i fattori di questo scenario in movimento, in primis il passaggio del testimone dai vescovi ottuagenari alla generazione dei quarantenni. Spiega suor Betty Ann Maheu, una religiosa americana, acuta osservatrice di questioni cinesi: «I vescovi che hanno trascorso gran parte della loro vita adulta in prigione o in campi di lavoro saranno presto un ricordo, un amato ricordo di sofferenza, uomini valorosi che hanno dato loro stessi per la Chiesa di Cristo. La loro morte chiuderà un altro drammatico e spesso traumatico periodo nella storia della Chiesa in Cina. Si inaugurerà inoltre un periodo di impareggiabile cambiamento i cui sviluppi sono ancora poco chiari».
I numeri sono lì a confermarlo. Da gennaio 2006 a oggi sono morti 11 vescovi, tra cui monsignor Li Duan, vescovo di Xian, una delle figure più carismatiche e venerate. Al posto dei pastori-martiri si sta affacciando sulla scena una generazione di vescovi che hanno la metà dei loro anni, «un gap generazionale unico al mondo, raramente verificatosi nella storia della Chiesa», osserva padre Gianni Criveller, missionario del Pime e studioso dell’Holy Spirit Study Centre di Hong Kong. Tale divario sta costando alla Chiesa cinese un prezzo molto alto, sia per quanto concerne le possibilità concrete di evangelizzazione (manca la fascia di mezz’età, quella in cui esperienza e attivismo si coniugano al meglio), sia in termini di abbandoni del ministero da parte del clero: i sacerdoti giovani mancano di punti di riferimento, faticano a misurarsi con la modernità, a reggere il passo di una società in trasformazione vorticosa.
Tale fenomeno, oltre che nella debolezza umana, ha una spiegazione storica: la brutale persecuzione attuata dal regime maoista contro la Chiesa cattolica che ha falciato letteralmente la generazione di mezz’età. La violenza dell’ostilità anticristiana fu tale che, negli anni Settanta, si arrivò a pensare il peggio, ossia che la Chiesa cattolica fosse stata eliminata dal suolo cinese. Basta sfogliare Lettere di cristiani dalla Cina che padre Gheddo curò pochi anni dopo la morte di Mao. Oppressa ma non schiacciata, perseguitata ma non vinta – parafrasando Paolo (2 Cor 4, 8-9) – la Chiesa cinese resiste. I cattolici, che erano 3,5 milioni al momento dell’instaurazione della Repubblica popolare (1949), attualmente sono 13 milioni: 5 aderiscono alla comunità “ufficiale”, 8 appartengono a quella “clandestina” (nel frattempo, va detto, la popolazione cinese è triplicata e i protestanti sono passati da 1 a 30 milioni).

I preti che spariscono nel nulla
Rispetto all’epoca maoista, se molto è cambiato, è però rimasto immutato l’assunto per il quale la libertà religiosa è una concessione dello Stato e non un diritto inalienabile della persona; di lì la pretesa dello Stato di controllare ogni forma di espressione pubblica della fede. Scrive il cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong: «Se certamente non ci sono più le persecuzioni sistematiche e in larga scala del periodo maoista, tuttavia la sofferenza della Chiesa non è affatto terminata. Le comunità e i vescovi della Chiesa ufficiale o “aperta”, cioè riconosciuta dal governo, sono sottoposti a continui controlli, interferenze, abusi e molestie. Le comunità chiamate “clandestine” o “sotterranee”, che rifiutano (e a buon diritto) di sottomettersi alla politica religiosa del governo, sono sottoposte a continui soprusi e persino violenze, cosicché non sarebbe esagerato parlare, in questi casi, di persecuzione». AsiaNews tiene puntualmente il conto: 17 vescovi sotterranei e 20 preti sono scomparsi, arrestati o tenuti in isolamento (l’ultimo episodio è del 27 dicembre scorso).
Le buone notizie, però, non mancano. E la stessa Santa Sede per la prima volta lo ha rimarcato pubblicamente: nell’una e nell’altra comunità (“ufficiale” e “clandestina”), assai meno impenetrabili di quanto si creda, la stragrande maggioranza dei vescovi è con Pietro. Il che significa che la presa effettiva dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi (il braccio politico del Partito comunista sulla Chiesa) è meno efficace di quanto temuto. Ma, soprattutto, che non è retorica l’insistenza con la quale Roma da decenni afferma che in Cina la Chiesa è una chiesa (ragion per cui nessun Papa ha mai scomunicato formalmente i vescovi illegittimi).

Un’impresa titanica
Ciò non toglie che le sfide all’orizzonte siano ardue e pesanti le difficoltà con cui la Chiesa cinese si misura quotidianamente: scarsità di preti e suore adeguatamente formati, rinnovamento della pratica cristiana dei fedeli (teologia e pietà popolare sono in larga parte ancora legate a moduli pre-conciliari), difficoltà di comunicazione tra cattolici, mancanza di spazi per una testimonianza visibile della carità in ambito sociale, risorse economiche limitate (per dirla con un eufemismo). Insomma: se il Vangelo non ha affatto perso la sua «forza propulsiva» anche a quelle latitudini, la Chiesa cinese si trova davanti a un’impresa titanica. I cattolici cinesi provengono, in maggioranza, dall’ambiente rurale, ma i giochi si fanno nelle metropoli, dove si moltiplicano le insegne di Starbucks e Mc Donald’s. Sono, per lo più, anziani e di livello culturale modesto: un problema serio, se si tiene presente che nelle giovani generazioni non sono pochi quanti, disillusi dall’ideologia comunista e insoddisfatti dal consumismo dilagante, si avvicinano al «fatto cristiano» con una curiosità esistenziale oltre che accademica, trovando raramente interlocutori all’altezza delle loro istanze.
Sono questi i problemi e le sfide in cima alle preoccupazioni di quanti a Roma seguono le vicende cinesi (e già si annuncia un osservatorio permanente in Vaticano). Più che le relazioni diplomatiche – un traguardo che, ora come ora, sta forse più a cuore a Pechino, per motivi di prestigio internazionale – a Roma interessa che in Cina si creino condizioni effettive per l’annuncio del Vangelo di Cristo e una testimonianza di fede libera. La politica può aspettare (non sono pochi i Paesi dove la Santa Sede non ha ambasciatori), l’evangelizzazione no.
* condirettore di Mondo e Missione

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