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L’immortalità al prezzo di un monolocale? No, grazie

gennaio 15, 2015 Marcella Manghi

Sono almeno 2.000 i contratti firmati da persone che scelgono di pagare per conservare il proprio corpo a 196 gradi sotto zero. Converrà veramente?

ibernazioneInverno a Milano, tempo di neve, vento e gelate mattutine. Ma anche il freddo più pungente ha il suo perché. L’ultima volta che m’è passato sotto gli occhi qualcosa degno di essere surgelato è stato un mese e mezzo fa in visita al paesello d’origine. Mia madre – lungimirante massaia emiliana d’altri tempi – ha infilato nel frigider due bei chili di tortellini al prosciutto tirati a mano. Roba che, quando la sera di Natale li ha immolati nel brodo di cappone, avrebbe fatto risuscitare anche i morti. Il riferimento alla resurrezione che vien dal freezer non è casuale. Da oggi, il congelamento non riguarda solo cibo da scodellar nel piatto: anche l’uomo vuole fare la sua parte da protagonista. Ed ecco che un qualunque individuo – purché benestante – potrà incarnare la parte del tortellino, dando oltretutto al processo un ché di miracoloso.

Chi infatti non si rassegna a morir su questa terra, ora si può rivolgere a centri specializzati nell’ibernazione (negli Stati Uniti sono un paio, ma nel mondo ne stanno per aprire altri) e sono almeno 2.000 i contratti firmati da persone che scelgono di pagare per conservare il proprio corpo a 196 gradi sotto zero. Nelle loro vene – immediatamente dopo l’arresto cardiaco – sarà iniettato del crioprotettore e verranno lasciati lì, in attesa che la scienza sviluppi la capacità di restituire la vita. Le tariffe del servizio sfiorano i 150 mila euro; appena la metà se si vuol “salvare” solo la testa: in tal caso, di corpi ne verrà fornito uno d’ufficio a tempo debito. Quel che viene, lo si tiene.
Sarà, ma se c’è qualcosa di agghiacciante per me è già solo l’idea di svegliarmi da un letargo di decenni e ritrovarmi d’emblèe in un corpo di terz’età che mai nessuno delle persone intorno a me ha visto invecchiare. Sopravvissuto al galoppare del tempo, quel corpo si troverebbe senza marito (quello che ho svegliato di colpo una mattina d’autunno quando ho trovato sulla mia testa il primo capello bianco), senza figli (che mi hanno regalato tre begli strati di cicatrici da cesareo), o amici di sorta. Per non parlar di beni materiali! Una volta resuscitata, non mi resterebbe che andare a caccia della mia eredità come un cane segugio nel sottobosco dei pronipoti… Sgusciar fuori da una macchina del tempo, per ritrovarsi a cenare tu per tu solo con la propria immortalità? No, grazie.

Che poi: se fosse davvero possibile defilarsela da questo mondo per qualche tempo, io qualche ideuccia l’avrei… Anziché aspettare che esali l’ultimo respiro, mettetemi sottovuoto piuttosto durante la settimana dei colloqui a scuola, del cambio stagione con pulizie primaverili annesse, o per l’immancabile weekend lungo a Rivabella con la suocera a metà giugno… E poi ripescatemi come un sottaceto al momento giusto: quand’è pronto in tavola per esempio, o la seconda domenica di maggio, il sette di gennaio coi saldi, se proprio vogliamo darci una data precisa.
E’ una illusione voler affermare la propria capacità di onnipotenza senza considerare che la vita – così come non ce la siamo data – nemmeno ce la ridaremo una seconda volta. Agli aspiranti arbitri del proprio destino: l’Unico capace di concedere eventuali tempi supplementari è Lo stesso che ha dato il fischio d’inizio. Ma poi, perché mai si dovrebbe sborsare una fortuna, per tornare a vivere comunque con la scadenza di un BTP? Già che ci siamo, tanto vale pensare in grande.
E poiché tornare a vivere sarebbe di nuovo un gran bel lavoro, vale la pena lasciar perdere accordi temporanei, puntare in alto e sapere aspettare: che all’ultimo giorno, il gran Capo rinnovi il contratto a tempo indeterminato.

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