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I volontari che sfidano Lucifero «per costruire il Meeting»

agosto 22, 2012 Leone Grotti

Non c’è lavoro più duro al Meeting di quello al parcheggio visitatori ovest 4. Sole a picco, polvere e automobilisti scortesi: «Però guarda qua che parcheggio perfetto».

Per capire cos’è il Meeting, bisogna andare ai parcheggi. Dal parcheggio visitatori ovest 4 la Fiera che ospita il Meeting di Rimini non si vede. Troppo lontano. Qui non giunge neanche l’eco degli incontri e delle mostre, questo è il regno di Lucifero, del sole che batte senza sosta e del polverone che si alza quando le ruote delle macchine stridono sulla ghiaia. «Ho il sudore che mi scende dal collo e mi arriva fino alle gambe» dice Michela, studente universitaria della Bicocca, tra i volontari più eroici del Meeting: i “parcheggiatori dell’ovest”. Cappellino in testa, capelli raccolti, maglietta rialzata fin sopra l’ombelico e pantaloncini corti: per vincere il caldo si fa quel che si può. Nonostante «i visitatori scortesi, quelli che qui non vogliono parcheggiare, quelli che non ti ascoltano e magari si arrabbiano, nonostante il caldo e il disagio di dover stare in piedi dalle 8 alle 13.30 il lavoro è molto bello».

Parole forti, qualche ragionevole dubbio viene, il caldo, si sa, dà alla testa. Michela continua: «Lavorando gratis, anzi pagando, qui al Meeting imparo un nuovo modo di stare con le persone. Per me il Meeting è un’opera straordinaria, un’occasione di incontro unica, e lavorando contribuisco anch’io a costruire una cosa grande. È bello lavorare così».

Poco più avanti, all’entrata del parcheggio, Andrea si sbraccia per convincere la gente a non camminare in mezzo al parcheggio ma a stare sul ciglio della stradina. Poi esplode in un: «Oh che bello, un ghiacciolo», si rivolge all’anima pia che gli porge un ghiacciolo alla menta, portandolo velocemente alla bocca prima che si sciolga. «Se non lavorassi qui, nessuno mi porterebbe regali». Andrea ha 25 anni, studia statistica in Bicocca ma al Meeting è un parcheggiatore: «Non è un lavoro così tremendo, c’è di peggio». Ad esempio? «Beh, non saprei. Comunque non mi pesa per niente lavorare qui perché il Meeting è uno spettacolo, e tutti quelli che criticano il movimento di Comunione e Liberazione dovrebbero venire qui a vedere quest’opera. Io così do una mano e quando finisco il turno mi giro la Fiera con calma».

In fondo al parcheggio, in mezzo alle file di macchine, Samuele guarda verso l’entrata. Mentre aspetta le auto si fuma una sigaretta. È l’unico temerario a sfidare il sole e il caldo senza il cappellino: «Tanto un’insolazione me la prendo comunque». Studia lettere moderne a Milano, all’Università Cattolica, e ha saputo pochi giorni prima di venire al Meeting quale lavoro gli sarebbe toccato: «Sapevo che era uno dei lavori più pesanti che c’era, ma mi sta bene. Se venissi al Meeting come turista non riuscirei a starci più di pochi giorni, preso dalla smania di vedere tutto, invece adesso, quando stacco, stanco come sono, la prendo con più calma e me lo godo di più». Certo i problemi ci sono: «Tutti i giorni sotto il sole perdi la metà dei liquidi che hai in corpo, poi a volte i parcheggiatori vogliono fare di testa loro e ti tocca pure discutere. Ma alla fine, io insisto per farli posteggiare bene anche per loro: guarda qua che ordine, che file. Il parcheggio è perfetto e io contribuisco così a costruire un’opera». Per capire cos’è il Meeting, bisogna andare ai parcheggi.

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