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I viaggi missionari di Giovanni Paolo II

settembre 28, 2017 Piero Gheddo

Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte

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Quello che segue è il terzo di una serie di articoli sulla “Missione alle Genti”, cioè ai popoli non cristiani, che sono i tre quarti dell’umanità. La metà dei quali (circa due miliardi) non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, Salvatore dell’uomo e dell’umanità. Questi Blog preparano il “Festival della Missione”, che avrà luogo a Brescia dal 12 al 15 ottobre 2017. (P. Gheddo)

Leggi anche la prima e la seconda puntata della serie: “Così al Concilio Vaticano II lo Spirito Santo salvò la missione Ad Gentes” e “Il Sessantotto e la crisi dell’ideale missionario dell’Occidente dopo il Vaticano II”

* * *

San Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo dal beato Pio IX, che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Fin dall’inizio del suo pontificato (1978) si è presentato al mondo con due imperativi impetuosi e tonanti: “Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!”, proclamati, anzi gridati, rivolti al mondo dove l’uomo ha paura dell’uomo, ha paura della vita e della morte, paura delle sue stesse invenzioni che possono distruggerlo. La crisi si supera solo tornando a Cristo, amando e pregando il Salvatore dell’uomo.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II il punto centrale è Cristo, Dio fatto uomo per salvare tutti gli uomini. Nella prima enciclica “Salvator Hominis”, presenta Cristo come “il centro del cosmo e della storia”, fondamento di ogni riflessione sulla Chiesa e sull’uomo. Nell’enciclica si legge (n. 10): “L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, deve avvicinarsi a Cristo… Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”.

I viaggi del Papa annunzio di Cristo ai popoli
Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte: 9 volte in Polonia, 8 in Francia, 7 negli Stati Uniti, 5 in Spagna e Messico, 4 in Portogallo, Brasile e Svizzera. E’ andato in tutti i paesi che poteva visitare. Impossibile andare in Cina, Russia, Vietnam e in altri paesi comunisti; in Arabia, Afghanistan, Iran e altri islamici.

Perché viaggiava tanto? Risponde nella “Redemptoris Missio” (n. 1): “Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività”.

Quando andò in Pakistan (16 febbraio 1981), padre Schiavone, anziano missionario domenicano toscano, mi dice: “Giovanni Paolo II è il centravanti delle missioni”. L’ho incontrato nel 1982 a Faisalabad e mi raccontava la visita del Papa a Karachi e l’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, mai avremmo immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti! Lui i goal li fa davvero!”.

In Messico la forza del cattolicesimo popolare
Si è calcolato che Giovanni Paolo II ha trascorso nei viaggi circa due anni dei suoi 27 di Pontificato. Si diceva: viaggia troppo, spende troppo, fa troppi discorsi. Ma lo dice chi non ha visto da vicino cosa suscita una visita del Papa in termini di fede, di entusiasmo popolare, di speranza, di solidarietà fra gli uomini. Ho accompagnato il Papa (come giornalista) in alcuni viaggi internazionali. Ricordo che in Messico (gennaio 1979), il governo laicista messicano aveva fatto il possibile per tenere la gente in casa: blocco dei trasporti, scuole e uffici aperti, trasmissioni televisive frequenti, raccomandazioni di non muoversi da casa, si prevedevano disordini. Quando Giovanni Paolo II arriva a Città del Messico, a riceverlo non c’é né il capo dello stato né il primo ministro, solo autorità minori.

Il viaggio del Papa in auto scoperta sulla superstrada da Città del Messico a Puebla (110 km.) avviene fra una muraglia umana calcolata dai 9 ai 10 milioni di persone e nei pochi giorni di permanenza nel paese un terzo dei messicani (l8-20 su 56 milioni) sono riusciti a vederlo di persona! In quei giorni si è manifestata la forza della religiosità popolare, che mandò in crisi l’ideologia laicista dello stato messicano. Ovunque andava c’era folla di gente che attendeva da ore per vederlo passare.

In Messico il Papa ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perché questo diventi realtà, affinché il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo e della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Quando il Papa riparte da Città del Messico, all’aeroporto ci sono tutte le più importanti autorità politiche e militari. C’è stata una identificazione completa tra il Papa e il popolo, con momenti di intensità tale da commuovere. Il Messico massone, socialista, radicale e anticlericale è stato spiazzato dalle ondate corali di partecipazione alle funzioni religiose, dalla marea di piccola gente venuta da ogni parte del paese, che dormiva all’aperto pur di poter vedere il Papa al mattino. Nessuno si aspettava un successo così travolgente, senza precedenti in Messico.

Nella bufera di neve a Nagasaki in Giappone
Sul viaggio di soli quattro giorni in Giappone (23-26 febbraio 1981), un missionario del Pime, padre Pino Cazzaniga (sul posto dal 1959), ha scritto: “La visita del Papa è stata un successo grandioso, che nessuno aveva previsto e che nemmeno i più ottimisti pensavano possibile. Ho toccato con mano l’intervento della Provvidenza per un viaggio che avrebbe dovuto risultare negativo”. In Giappone i cattolici sono lo 0,3% dei giapponesi, ma nella città di Nagasaki sono una comunità di una certa consistenza. Quando Giovanni Paolo II doveva celebrare la Messa nello stadio di Nagasaki, da due giorni tutta la regione era travagliata da una bufera di neve, che bloccava i trasporti. Il card. Satowaki e gli organizzatori pensavano di far celebrare il Papa nella cattedrale cattolica, ma al mattino presto nello stadio incominciavano ad arrivare i fedeli e la gente comune equipaggiati da alta montagna, qualcuno era arrivato alle cinque del mattino! Per la Messa lo stadio era pieno. Il Papa celebra con un freddo polare e il vento tagliente, ma aveva 61 anni e ha potuto sostenere tre ore di Messa e di cerimonie varie. Le televisioni trasmettevano in tutto il paese.

“Così – scrive Cazzaniga – tutto il Giappone vede la scena della bufera, del vento gagliardo che fa mulinare il nevischio, del Papa che ogni tanto soffia sulle sue dita per riscaldarsele. Ma vede anche quelle decine di migliaia di persone, tremanti e ad occhi chiusi, stringendosi l’una all’altra per cercare calore e sostegno. Nessuno si muove fino alla fine della cerimonia. È una resistenza commovente, fa capire che sotto c’è molto di più che un semplice accorrere per un “Wojtyla Show“. Così quel cattivo tempo, che pareva uno scherzo della dea Amaterasu, risulta invece un intervento provvidenziale che mette in risalto agli occhi di tutti i giapponesi quel che conta la fede cristiana nella vita”.

Padre Cazzaniga si chiede “cosa ha significato la visita del Papa per i non cristiani? Intanto questa visita “fa epoca” nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la Chiesa cattolica è un fatto unico. Secondo me, è il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo”.

“È come se Cristo fosse tornato fra noi”
Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava non in modo distaccato, quasi fosse solo una dottrina da trasmettere, ma come una persona viva che l’ha incontrato e di cui si è innamorato. Egli esprimeva spesso con forza questa convinzione (che viene dall’esperienza): tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare, cambiare dall’amore di Cristo. Essere cristiani non è una somma di cose da fare o da non fare, ma amare ed imitare Cristo: “In Lui, soltanto in Lui – ha detto ai cattolici tedeschi – noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte”. Nel suo ultimo viaggio in Polonia, improvvisando e sventolando come una clava il rotolo di fogli che aveva in mano e picchiandoli sul leggio, tuonava forza tre volte scandendo bene le parole: “Polacchi, peccatori, convertitevi!”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’ il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Quando Giovanni Paolo II parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente nelle coscienze dei popoli, non solo in quelli che lo ascoltavano e vedevano in quel momento. I contenuti dei suoi discorsi e dei suoi gesti vanno visti ben al di là di quel che può dare una fuggevole immagine televisiva o il titolo a sensazione di un giornale. Quante volte un popolo sofferente e umiliato – penso alla Guinea Equatoriale spagnola, appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema o al Burundi emerso dalle sanguinose lotte tribali – che hanno ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

In Asia la Chiesa porta Ceisto, non l’Occidente
Interessante il fatto che il Papa, visitando le giovani Chiesa in Asia e Africa, aveva il coraggio di porre dei gesti che rischiavano di venire mal interpretati, ma erano profetici rispetto a quella Chiesa. Ad esempio, la lunga visita in India (1 – 10 febbraio 1986) e l’insistenza sul dialogo interreligioso con indù e buddisti, mettendo però ben in risalto che il dialogo (non religioso, ma per promuovere l’uomo e i suoi diritti) non sostituisce l’annunzio. In questo era stato criticato nel gregge e anche nella stampa cattolici. Un vescovo indiano dell’Andhra Pradesh mi diceva: “Il Papa non capisce la nostra situazione in India, dove i partiti indù e nazionalisti sono anzitutto anti-cristiani e spesso noi cristiani siamo perseguitati”. Ma il Papa, come il Buon Pastore, apriva il cammino e andava per la sua strada. Così, in preparazione al Giubileo del 2000, quando insisteva sulla “purificazione della memoria”, chiedendo perdono dei peccati che i popoli cristiana hanno commesso verso gli altri popoli, non tutti approvavano. Oggi comprendiamo meglio e in futuro quelle saranno citate come parole profetiche.

Nel continente asiatico, sostanzialmente ancora impenetrabile al cristianesimo, il Papa polacco ha dato della fede in Cristo un’immagine molto positiva in senso umano, di difesa dell’uomo, della giustizia e della pace. In passato le missioni erano spesso accusate di essere collegate col colonialismo e di essere espressione della civiltà occidentale. Giovanni Paolo II, che ha appassionatamente difeso “le radici cristiane dell’Europa”, ha anche rifiutato l’identificazione del cristianesimo con l’Europa e l’Occidente. Nelle due guerre in Iraq, ad esempio, che in Asia hanno avuto un’eco negativa enorme, il Papa ha parlato forte e chiaro contro quegli interventi militari ed è apparso a tutti che non ha “sposato” la causa dell’Occidente.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionarie laicali invitano a: “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

Foto Ansa

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