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I test di orientamento servono. «Gli studenti vengono responsabilizzati»

gennaio 31, 2012 Daniele Ciacci

Giovanni Gobber, ordinario di Linguistica in Cattolica, spiega a tempi.it perché l’idea di istituire test d’accesso “orientativi” obbligatori in ogni facoltà non è niente male: «Trovo serio puntare sull’autovalutazione, bisogna imparare a responsabilizzare gli studenti. E poi non si può, salvo in alcuni casi, negare allo studente di impegnarsi in ciò che desidera».

Prima che si accendessero i toni sul valore legale del titolo di studio, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo aveva avanzato un’altra proposta nel decreto legge sulle semplificazioni, poi caduta nel vuoto. L’ex rettore del Politecnico di Torino aveva previsto l’istituzione di un test d’accesso obbligatorio in ogni facoltà, il cui fine non è “bocciare” ma “orientare”. Le domande a risposta multipla del quiz avrebbero il compito di indicare allo studente se è portato per il corso di studi che vuole seguire, invitandolo ad autovalutarsi. È un’idea innovativa che può responsabilizzare i neodiplomati o un tentativo blando di raggiungere una meritocrazia senza valore? Ne parla a tempi.it Giovanni Gobber, docente ordinario di Linguistica presso l’Università Cattolica di Milano.

Mi scusi, ma non sarebbe più utile bocciare chi non passa l’esame?
Il problema è complesso. In primo luogo, la legge non consente di impedire l’accesso a tutti i corsi di studio. Ci sarebbero ricorsi al tribunale amministrativo. Solo alcune facoltà sono a numero chiuso: medicina, veterinaria, infermieristica, ecc. Per le altre, le prove d’ingresso devono essere solamente indicative. Non si può, a parte alcune eccezioni, negare allo studente di impegnarsi in ciò che desidera.

Ma allora a che cosa serve un test di orientamento?
Serve, io trovo abbastanza serio puntare sull’autovalutazione. Gli studenti sono capaci di giudicare il proprio operato, e sicuramente far notare la mancanza di una serie di competenze necessarie ha un impatto notevole. Io seguo le matricole, e noto in loro la capacità di autocritica e la consapevolezza dei propri limiti. Il problema non è bocciare. Spesso la bocciatura viene vista come un atto di imperio dove non sono le proprie competenze a essere valutate negativamente, ma le circostanze avverse. Così, sono agevolato nella condizione di fregare il docente. Invece, bisogna imparare a responsabilizzare gli studenti. E l’autovalutazione è un metodo assolutamente positivo, quando il test è ben fatto.

Su che cosa punterebbe un test di autovalutazione?
Sia su quiz di logica che su dati nozionistici. Chiedere dei contenuti empirici che si possono apprendere dentro a un percorso di studi vuol dire eccedere nella nozione e può avere un effetto negativo. Non si tiene conto che uno studente con grandi capacità logiche può recepire velocemente dei contenuti nozionali. E poi è evidente che all’inizio del corso di studi non si avranno tutte le competenze che si apprendono durante il corso stesso. Inoltre, può essere molto utile un’analisi del testo: capirlo, estrapolarne i contenuti, argomentarlo. La capacità critica è ciò che veramente manca ai nostri giovani. Infine, orientare parte del test sulle competenze disciplinari non mi pare errato. Anche perché, in questo modo, l’università può supplire alle mancanze delle scuole superiori, mostrando in quali materie lo studente sia lacunoso. Non tutte le scuole sono uguali.

E neanche tutte le università. Si può pensare a test d’accesso più difficili per gli atenei d’eccellenza?
Il test, ripeto, ha fini orientativi, e non selettivi. Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio, si può pensare a distinguere i test. Ma metterei in luce due domande: davvero la singola università valuta tutti gli studenti allo stesso modo? Bisogna valutare l’intero ateneo, o i singoli corsi di laurea all’interno dell’università? Si deve rispondere a queste domande.
twitter: @DanieleCiacci

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