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I robot ci parlano ma non favellano

ottobre 22, 2017 Leone Grotti

Per i linguisti Andrea Moro e Lucio D’Arcangelo la capacità di esprimere idee e percezioni è troppo misteriosa per essere riprodotta. Ecco perché gli automi non avranno mai un autentico pensiero

intelligenza artificiale

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Bob: «Io posso, posso io, io qualunque altra cosa». Alice: «I palloni hanno zero a me a me a me a me a me a me a me a me a». Bob e Alice non sono pazzi. Sono due robot sviluppati da Facebook che durante un esperimento di intelligenza artificiale hanno cominciato a parlarsi con quello che tutti i giornali del pianeta, terrorizzati e ammirati, hanno definito «un nuovo linguaggio inventato da loro». Le macchine, è stato scritto, hanno abbandonato l’inglese, sviluppando una forma di comunicazione in totale autonomia e incomprensibile a noi umani. I media hanno stuzzicato la fantasia di tutto il mondo e riaperto la possibilità di un futuro abitato da tanti HAL 9000, il supercomputer della nave spaziale Discovery che nel capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio era in grado di pensare e prendere decisioni in autonomia ribellandosi ai suoi padroni umani. È davvero possibile allora che un giorno le macchine soppiantino l’uomo invertendo i rapporti di forza e di dominio, rappresentando una minaccia?

In fondo era già tutto compreso nel famoso saggio del 1950 di Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, nel quale il matematico, considerato oggi il padre dell’intelligenza artificiale, si chiedeva che senso avesse la domanda: «Le macchine possono pensare?». Ma prima di lanciarsi in scenari fantascientifici, come quelli partoriti dalla brillante mente di Philip K. Dick, converrebbe ricordare anche la risposta di Turing: «Il matematico in buona sostanza disse che un giorno il termine “pensare” avrebbe avuto un’accezione abbastanza ampia da includere l’attività di una macchina, allo stesso modo un giorno il verbo “parlare” sarebbe stato considerato in modo così ampio da poter dire che le macchine parlano. Mi sembra che la morale sia evidente». Andrea Moro, 55 anni, neurolinguista affermato a livello internazionale, prorettore vicario della Scuola superiore universitaria Iuss di Pavia e direttore del NeTS (Centro di neurocognizione e sintassi teorica), ha dedicato troppo tempo della sua vita allo studio del linguaggio e al rapporto tra cervello e parola per farsi ancora ammaliare da teorie che non hanno alcun fondamento. «La notizia dei due robot che hanno inventato un linguaggio è una bufala», spiega il professore a Tempi. «Tra le due macchine c’è stata comunicazione come ce ne può essere tra il forno di casa e la lavatrice. Nessuna lingua, nessuna coscienza oltre a questo».

Simulare non è capire
Eppure c’è ancora chi paragona il cervello a un calcolatore e l’uomo a una macchina che, in quanto tale, potrà essere riproducibile in un robot perfetto quando l’avanzamento tecnologico e le nuove scoperte lo consentiranno. «Chi sostiene queste cose non conosce la storia del pensiero occidentale», continua il docente ordinario di Linguistica generale. «Il concetto di macchina applicato all’uomo è così fragile che non riesce nemmeno a spiegare come mai possiamo pensare e dire quello che vogliamo indipendentemente dagli stimoli cui siamo esposti. Nessuna macchina lo fa. Certo, ci sono aspetti della nostra vita che sono meccanici, ma non quelli relativi al linguaggio e alla coscienza. La neurolinguistica contemporanea ha già distrutto la teoria basata sulla similitudine tra un cervello-hardware e un pensiero-software».

Non solo il linguaggio umano (al momento) non può essere neanche marginalmente riproducibile in una macchina, ma non è neppure lontano parente di quello animale. «L’uomo è l’unico essere vivente in grado di generare significati tramite la ricombinazione di pochi elementi primitivi. È l’unico cioè in grado di combinare le parole in frasi. È anche l’unico che, per dirla con Wilhelm von Humboldt, “fa uso infinito di mezzi finiti”. Chi altri ha la capacità, facendo astrazione dei limiti di memoria, di produrre strutture infinite come i numeri o le note? Grammatica, matematica e musica sono caratteristiche esclusive degli esseri della nostra specie». Oggi gli informatici più talentuosi sono lontani anni luce dal riprodurre il linguaggio umano, riescono al massimo a «simularlo ma una macchina che simula non è una macchina che capisce. Questo era già chiaro nel Settecento quando si trattava di comprendere altri aspetti degli esseri viventi».

Da brillante seguace del linguista Noam Chomsky, che formulò negli anni Cinquanta la teoria delle proprietà matematiche fondamentali comuni a tutte le lingue umane, portando all’ipotesi che la sintassi delle lingue non sia arbitraria ma dipendente dalla struttura neurobiologica del cervello, Moro coglie l’aspetto «misterioso» del linguaggio umano: «Nessuno scienziato può escludere la parola “mistero” dalla sua ricerca, qualunque sia il suo campo. Naturalmente occorre distinguere due gradi di mistero: quello che ci aspettiamo di risolvere dati i metodi e gli strumenti dei quali siamo in possesso e quello che invece potrebbe essere per sempre al di fuori della nostra portata cognitiva. Non sappiamo se il linguaggio appartenga al primo o al secondo tipo».

Suoni e significati infiniti
È per scoprirlo che oggi Moro – che di tutti questi temi, e di molto altro, tratta nel suo ultimo libro, Le lingue impossibili, pubblicato in America dalla casa editrice del Mit e appena tradotto in italiano da Raffaello Cortina – continua nella sua ricerca «degli elementi primi e delle regole che ci permettono di combinare suoni e significati in modo infinito, ma anche nel tentativo di decifrare il segnale elettrico che sottostà alla comunicazione dei neuroni quando computano dati linguistici». Campi di studio complessi, apparentemente in contraddizione con la facilità e la naturalezza con cui ciascuno di noi parla e comunica ogni giorno. Ma non è un caso se per spiegare il fascino che produce su di lui il linguaggio, il professor Moro ama ripetere una frase di Chomsky: «È importante imparare a stupirsi di fatti semplici». Che nessuno sia ancora riuscito a penetrare il mistero del linguaggio, costruendo una macchina pensante e parlante che assomigli davvero all’uomo, suscita infatti delle domande: «In passato pensavamo di avere capito tutto dell’uomo. Io, invece, non riesco nel mio lavoro a fare a meno di chiedermi: come mai certe capacità ce le abbiamo solo noi?».

Neanche una traduzione
Non c’è bisogno del resto di seguire il pensiero di Chomsky per dubitare dell’equazione uomo=macchina e per vedere i troppi limiti che separano i robot odierni dagli aspiranti replicanti alla Blade Runner. Sempre a partire dal linguaggio: «Le lingue sono sistemi estremamente complessi, intraducibili l’una nell’altra. Sono sistemi organici, quindi strettamente connessi con la visione del mondo, il punto di vista del parlante sul mondo. Sono talmente radicate nella vita delle persone che, ad esempio, è impossibile una traduzione da una lingua all’altra che non sia approssimazione», spiega a Tempi Lucio D’Arcangelo, importante linguista, autore di numerose pubblicazioni e responsabile tecnico-scientifico del disegno di legge numero 993 del 2001 (ora numero 354/2008) per l’istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana.

«Io non credo alle teorie di Noam Chomsky, per me la lingua dipende dalla cultura più che dalla natura», continua D’Arcangelo. «Ciò non toglie che pensare che una macchina possa sviluppare un suo linguaggio è assurdo. Un computer non è neanche in grado di effettuare una traduzione, perché questo richiederebbe una coscienza interpretativa. Può al massimo realizzare una traduzione letterale parola per parola, una cosa molto semplice. Ma questo non è parlare».

Foto Ansa

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