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I quarant’anni della scuola “La Zolla”. La battaglia quotidiana

settembre 29, 2012 Caterina Giojelli

Uno scantinato, il “don”, la Luisella, otto selvaggi. Così un’opera ardita, nata dalla libera iniziativa di pochi combattivi genitori negli anni Settanta, è diventata una scuola di vita per migliaia di famiglie milanesi.

Preso a sé, nudo e crudo, pareva un quadretto un bel po’ squinternato. C’era il prete, c’è sempre un prete nelle storie di frontiera, e c’era lo scantinato. Poi c’erano otto bambini, una maestra bellissima, l’auto e un pentolone. E un manipolo di genitori che a metà degli anni Settanta aveva l’ardire di chiamare tutto questo scuola. Il fatto è che sono passati 40 anni. E anche uno scantinato, un pentolone, pure il prete paiono qualcosa di formidabile se li si guarda, quarant’anni dopo, con gli occhi pieni di reverente stupore. Ecco, questa è la storia di un manipolo di genitori che un bel giorno degli anni Settanta ha dato vita nel centro di Milano alla scuola la Zolla, una creatura un po’ ardita e decisamente precaria che avrebbe marciato nella storia fino a diventare il punto di riferimento stabile per migliaia di famiglie. Questione di gambe? No, questione di fede, fin dalla preistoria. Sentite qui.

Si erano affacciati agli anni 70 con le ossa rotte, o così pensavano gli extraparlamentari che nel ‘68 avevano dato fuoco alle loro sedi: la verità era che molti ragazzi di Gioventù Studentesca erano diventati genitori in una città che offriva loro solo i postumi della rivoluzione e cupi prospettive di droga e terrorismo. Così almeno scrivevano i padroni del pensiero dell’epoca, che poi molti sono gli stessi di oggi. Non scuola di classe, meritocratica, non borghese, certo non oscenamente privata, laica o d’ispirazione religiosa, comunque la si scegliesse l’istituzione preposta all’Istruzione aveva liofilizzato il suo nesso con la famiglia, finendo per risolvere la sua missione nell’applicazione di tecniche di addestramento a crescere, in età e statura, e magari diventare maestri di rigidi codici morali (da applicare ovviamente con rigore agli altri, che la morale per gli amici si interpreta e per i nemici si applica). E questo era insopportabile per chi era cresciuto nel solco educativo di don Luigi Giussani, sporcandosi le scarpe nel fango della Bassa per far studiare i bambini delle cascine agricole. Qui ha inizio la preistoria della Zolla. Che vede i genitori Zola, Bertacchi, Mineo, Mainardi, Clericetti, Ferrari e figlioli assaltare al grido di “facciamo l’asilo” due scampoli di Milano, i locali delle suore Paoline in via Duccio da Boninsegna e quelli della parrocchia di Santa Maria del Paradiso, asili presto confluiti, su indicazione di don Giussani che invitava all’unità dei genitori quale condizione necessaria per un progetto educativo, in un unico avamposto in via Bellotti dalle suore Benedettine. Fino ad arrivare, anno 1973, alla prima classe elementare nella parrocchia di San Babila di don Antonio Villa e al momento di diventare grandi. Già, perché con le elementari il tempo dell’improvvisazione è finito e i fondatori si trovano ad un bivio: scegliere se continuare con la precarietà o diventare un soggetto legalmente riconosciuto.

 

Il prete, la maestra e i volontari
Poteva chiamarsi scuola? Se lo chiedevano i genitori mentre avvitavano i banchi di De Padova (un “dono” delle signore della parrocchia) nello scantinato di San Babila, se lo chiedeva don Villa mentre osservava «la Veronesi che voleva tagliare il cuore a fette della Bertacchi e la Bertacchi che prima di mangiare doveva fare una scenetta presentandosi come “mary meccatis”», se lo chiedeva Luisella Cambieri mentre recuperava lo scotch all’Upim tenendo per mano i titolari dei banchi avvitati. Per loro don Villa spentolava in canonica, macinava chilometri per riportarli a casa, raccontava storie di santi e profeti come di amici presenti lì, ora, in quello scantinato. Dell’improbabile destino che legò il sacerdote, Luisella, che morì in un tragico incidente nel ’75, e otto “selvaggi” di sei anni, e delle vicende che seguirono, racconta bene il libro Penso che il lunedì è il giorno più bello di Ines Maggiolini e Caterina Meroni, editato da Itaca per il trentennale della Zolla. Quello che è certo è che quando nello studio del notaio-papà De Carli nasce la cooperativa di genitori La Zolla sono in tanti a mobilitarsi, vedendo in quel manipolo di genitori un’avventura per tutti. Volontari, universitari, insegnanti che diventano imprese di pulizie, servizio pulmann, una segreteria e una direzione. Nel 1980 viene firmata davanti al Provveditorato una convenzione di parifica. E intorno a otto bambini inizia a farsi le ossa un popolo. Più scuola di così.

Tre domande impastate col das
Chi sono? Di chi sono? Dove vado? I bambini sono dei genitori in potenza che però non si sottraggono a queste domande. Impastando la battaglia di Legnano col das, disegnando la mamma come un grande volto, ripetendo Peguy per la recita di Natale se le pongono e le ripropongono senza paura, perché qui alla Zolla fin dagli albori, fin dalla canonica di don Villa, tutto avviene all’interno di una storia, dell’ospitalità generata dall’unità di adulti, insegnanti e famiglie. Anche per loro tutto riaccade, grazie a piccoli ometti capaci di tramutare in azione, e per questo in storia, con personaggi in carne ed ossa la vita di Gesù, le gesta dei romani, dello hobbit. Perfino la matematica s’impara scappando nel West al bandito Sottraendo. E allora si capisce un po’ meglio l’attualità di quel regolamento che nel 1976 sanciva che La Zolla è «una scuola libera, cattolica, la cui continuità educativa è intesa come obbedienza ad un progetto che mette al centro la persona e ne promuove il valore in rapporto alla sua origine», la battaglia per essere una scuola incontrabile da tutti, specialmente per i bambini diversamente abili, e per tutti. Anche dal punto di vista economico, da sempre il banco di prova della posizione originaria dei fondatori per la cooperativa: chi può aiuta chi non ce la fa da solo. Con gesti semplici: organizzando in molti i banchetti alla festa di Natale, si arriva anche alla gratuità per qualcuno. E si riescono a fare cose molto grandi, impensabili se non da chi non pone confini alla fantasia di Dio che opera attraverso le sue mani da poveraccio da protagonista della storia. Nel 1999 il gemellaggio con La Zolla permette a 80 bambini di Beirut di lasciare il Libano per raggiungere Cerano, ospiti dei padri Guanelliani e riprendere la scuola andata distrutta nei bombardamenti.

Anno scolastico 2012-2013, La Zolla conta 1.100 bambini. E altrettante famiglie che si avvicendano attorno alle 13 classi di scuola dell’infanzia distribuite a Milano nelle sedi di via Bergognone, Carcano e piazzale Brescia (ex San Vittore), le 25 classi di scuola primaria, distribuite nelle due sedi di Carcano e Tranchedini, le 6 classi, di scuola secondaria di primo grado nella sede di via Carcano. Sì, Carcano, uno scampolo di città inesplorato fino all’anno 2000, quando La Zolla subentra alla gestione delle suore sacramentine del polo educativo alle spalle della Bocconi che oltre a materne ed elementari annovera anche le medie. E questa, iniziata con l’incontro di due carismi così diversi, è ancora una nuova e ugualmente antica storia. Anch’essa generata da quella che Tina Venturi, storica direttrice didattica della scuola dell’infanzia, da sempre chiama «una sovrabbondanza di positività, esistenziale e culturale, senza la quale non è possibile educare, immaginare e creare gli strumenti per investire sul futuro». L’intuizione è la stessa di allora, la battaglia, nella confusione di oggi, non è mai sembrata più urgente. Perché a bussare alle porte delle scuole odierne sono oggi a volte genitori più interessati alla protezione e organizzazione della vita dei figli che non a chiedersi: chi sono, di chi sono, dove vado, come educarli al loro destino. E basta scorrere le pagine dei giornali – pagine che smembrano la famiglia, che ne fanno un oggetto di analisi e lavoro e non più soggetto sorgivo di vita – per capire come sia complicato destreggiarsi nell’impresa educativa.

 

L’impegno per la parità
Ad oggi la legge 62/2000 (“Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”) che ha fatto di una sudata conquista un pezzo di carta, senza la parità economica è pericolosamente monca, impone obblighi onerosi senza un adeguato sostegno finanziario. Ciò rischia di far venir meno la condizione che portò, negli anni Settanta, a iniziare questa storia: la libera scelta di genitori, liberi di scegliere quale educazione dare ai propri figli e di offrire pari libertà, senza condizionamenti economici, a chiunque lo desideri. Per questo la battaglia per la parità (leggi: per riportare la famiglia e non lo Stato a soggetto decisore del modello educativo) è tutt’altro che chiusa. Bisogna resistere, certi che il corretto  metodo educativo «concepisce il bambino come soggetto vivo e attivo, con una sua dotazione originaria e con la sua storia, capace di libertà anche a tre anni». Lo affermano con forza le direttrici didattiche della scuola primaria e della scuola dell’Infanzia e la preside della  secondaria della Zolla. Lo affermano mentre la Zolla si fa storia e visita la storia con l’unico metodo che fa scuola da quarant’anni: l’esperienza.

Ecco allora le gite ad Assisi, sulle orme di san Francesco, all’assalto delle montagne di Pian dei Resinelli dove piccoli protagonisti in calzoncini diventano costruttori di cattedrali, pellegrini d’America, hobbit e amici di Gesù, le visite a casa Manzoni, Testori, gli incontri con i missionari nel mondo, che fanno sentire il popolo della Zolla parte del cammino intrapreso, qualche continente più in là, anche da piccoli ugandesi o colombiani. E allora, guardando la  ricchezza di film, filmini, recite, foto, disegni e immagini che vanno catturando i frutti di tanto impegno pensi che a guidare la Zolla di oggi non è affatto gente diversa da allora.

L’ardire di oggi come di allora
Qui finisce – ma solo per esigenze di spazio – un piccolo racconto di cose buone, di una storia di popolo e non di un’istituzione, di persone e non di funzioni, che non si fanno mai cronaca spicciola ma hanno l’ardire, oggi come allora, di chiamarsi scuola. E applicare il principio di sussidiarietà che mosse i fondatori, genitori che non aspettano lo Stato, ma cercano insegnanti ed aule per costruire una scuola e si battono perché venga riconosciuta dallo Stato. In altre parole, questa è la storia molto contemporanea di una scuola libera inventata 40 anni fa da un gruppo di mamme e di papà. E di bambini molto felici e consapevoli: proprio a loro scelse di rivolgersi monsignor Luigi Giussani nella sua omelia di inizio anno scolastico 1989-90: «Ringraziate i vostri genitori che vi mandano in questa scuola, ma ringraziate sottovoce l’Angelo Custode dei vostri genitori che ha mantenuto in loro la fede, perché – se vi mandano qui – vuol dire che l’hanno mantenuta».

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