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Perché rileggere oggi “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, l’Odissea del popolo armeno

aprile 23, 2015 Mauro Grimoldi

Il romanzo di Franz Werfel è il racconto del genocidio attraverso la vicenda di Gabriel, che cercherà un’ultima resistenza sul monte di Mosè

FRANCE-TURKEY-ARMENIANS-FILER-4Articolo tratto dal settimanale Tempi in edicola (qui la pagina degli abbonamenti) – Ci sono anniversari che non sono anniversari. Come se il tempo passato, scivolando fuori dalle traiettorie consuete, si presentasse di colpo in mezzo alla scena del presente e, guardandosi intorno, riconoscesse vicende a lui familiari. Cento anni fa il genocidio degli armeni, un milione e mezzo di persone, scaraventate fuori ad una ad una, dallo spazio e dal tempo della loro irripetibile vicenda umana: il loro canto, la loro vita. C’era la guerra, la Grande Guerra, e il mondo poté giustificarsi dicendo che c’era troppo rumore nell’aria per sentire le suppliche dei cristiani di Turchia. Oggi gira per il mondo gente troppo indaffarata intorno ai fatti propri per porgere l’orecchio al clamore cristiano che si alza in Africa o in Asia. Lì gente dà la vita pur di non perdere quella fede che da noi è avvertita con fastidio e indifferenza.

Degli armeni ha scritto Franz Werfel, nato a Praga nel 1890, austriaco, ebreo, emigrato a Parigi quando Hitler mise le mani sull’Austria e di lì fuggito negli Stati Uniti, dove morì nel 1945. I quaranta giorni del Mussa Dagh, pubblicato nel 1933, rimane ancora oggi un gran libro, anche nella mole: novecento pagine da leggere, per chi è abituato a leggere; per imparare a leggere, per chi non è solito farlo.

Il protagonista è un armeno, Gabriel Bagradian, che si è stabilito a Parigi, ha sposato una francese, Juliette, da cui ha avuto un figlio, Stephan. Per ragioni familiari e di lavoro deve tornare nel villaggio natale, dove manca da molti anni, e porta con sé la famiglia. Qui, prima di tutti gli altri, fiuta il pericolo; capisce che i turchi tramano qualcosa di terribile contro il suo popolo. In silenzio, da solo, studia nei dettagli un piano ardito di difesa e sopravvivenza sulla montagna di Mosè, il Mussa Dagh. Così, quando tutto diventa chiaro e l’assemblea degli abitanti dei villaggi su cui si sta abbattendo la sciagura si riunisce attonita e impreparata, Gabriel prende la parola ed espone il progetto. Non lo seguiranno tutti, ma qualche migliaio di persone darà vita con lui a una inaspettata resistenza. Dolorosa per tutti e per Gabriel in particolare, perché intrecciata con le travagliate vicende della sua famiglia.

Chi, poi, volesse spingersi oltre il romanzo può procurarsi La vera storia del Mussa Dagh di Flavia Amabile e Marco Tosatti (ed. Guerini).

Foto Ansa

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2 Commenti

  1. Ugobagna scrive:

    L’ho finito di leggere tre mesi fa, è un libro straordinario che ti coinvolge totalmente, ed è scritto molto bene, pur dentro la struttura del romanzo affresca molto bene la situazione storica di quel periodo, ti tuffa dentro l’atmosfera dell’ambiente turco e del popolo armeno e ottomano/arabo del periodo (a quel tempo la dominazione turca comprendeva ancora molti paesi arabi, eravamo agli sgoccioli, la grande città di riferimento di quel gruppo di villaggi armeni sotto al Mussa Dagh era, a parte Alessandretta, pensate, Aleppo, la bella città cosmopolita), senza cadere in facili schematizzazioni che oggigiorno a 100 anni di distanza è più facile fare… Anche tutti i vari personaggi sono ben caratterizzati, c’e di tutto, e’ la rappresentazione di un popolo con anche tutte le sue meschinita’ e debolezze e dove in ciascuno e’ messo in scena il dramma della liberta’ in azione. Veramente consigliato, l’unica cosa e’ che provoca un po’ di malinconia in quanto e’ l’affresco di un popolo e una civilta’ scomparsi, almeno in quelle terre…

    • BIASINI scrive:

      Mio padre, nato nel 1908, teneva in grande considerazione il romanzo di Werfel che custodiva nella sua piccola biblioteca. Ho potuto leggerlo anch’io tanti anni fa e lo avevo seppellito nei meandri della mente. Lo ricomprerò, per rivivere il moto di compassione e di partecipazione che mi aveva avvinto.

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