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I poliziotti curdi pronti a morire per salvare il figlio del loro carnefice

agosto 24, 2016 Emanuele Boffi

Il ragazzino con la maglietta di Messi e l’eroismo degli agenti di polizia. La fabbrica dei kamikaze dell’Isis e la propaganda mortifera in madrasse, tv e web

Sono almeno due le considerazioni suscitate dalle immagini del ragazzino di 12-13 anni fermato a Kirkuk (Kurdistan) dagli agenti curdi prima di farsi saltare in aria in un quartiere a maggioranza sciita-turcomanna. La prima è il coraggio delle forze di polizia che immobilizzano l’adolescente che tiene sotto la maglietta del Barcellona la cintura esplosiva. Questi uomini hanno rischiato la propria vita per evitare una strage, certo, ma anche per salvare quella di un suicida che voleva ucciderli. Senza scadere in facile retorica, resta il fatto che tale atto di coraggio non deve apparire scontato: quanti sarebbero disposti a salvare la vita del loro nemico mettendo a repentaglio la propria?
Chi sono questi uomini? Possiamo solo immaginare – e probabilmente non ci allontaniamo dal vero – che si tratti di padri di famiglia. Altri padri hanno invece educato i propri figli a farsi saltare in aria per distruggere, uccidere, devastare. Esistono due modi più lontani di intendere l’esistenza?

I CUCCIOLI DEL CALIFFATO. La seconda considerazione riguarda questi ragazzini che l’estremismo islamico utilizza come strumenti di morte. Non è un fenomeno nuovo, e il dodicenne di Kirkuk è solo l’ultimo in ordine di tempo di cui siamo venuti a conoscenza (e solo perché c’è un filmato che ha attirato l’attenzione dei media: ma non sarà l’ultimo, forse non è già l’ultimo).
Le notizie di cronaca ci raccontano che il bambino, dopo essere stato bloccato, ha raccontato agli inquirenti di essere originario di Mosul, di essere stato rapito e poi costretto dai miliziani dell’Isis a vestire la cintura esplosiva. I curdi nutrono qualche dubbio sulla veridicità di queste parole: il fratello, solo qualche ora prima, si era fatto esplodere in una moschea sciita, ferendo due persone. I due ragazzi sarebbero stati spinti nell’azione suicida dal padre.
Come ha ricordato ieri sul Giornale Gian Micalessin, sempre a Kirkuk, nell’aprile del 2009, «quattro fanciulli arrestati dalle forze di sicurezza irachene confessarono di far parte di un’organizzazione messa in piedi da Al Qaida Iraq, il gruppo precursore dello Stato islamico, formata esclusivamente da bimbi con meno di 14 anni». Allora li chiamavano i “passerotti del Paradiso”, oggi li chiamano i “cuccioli del Califfato”, ma il loro impiego è il medesimo: vengono usati perché riescono più facilmente degli adulti a sfuggire ai controlli.

BABY KAMIKAZE. Come dicevamo, il fenomeno non è nuovo e su tempi.it ve ne abbiamo spesso parlato. L’altro giorno, Avvenire ricordava che «il bimbo kamikaze con la maglia di Messi fermato a Kirkuk è solo l’ultimo di una lunga serie di minori utilizzati dalla macchina del terrore del Daesh e soprattutto di Boko Haram, che per l’Unicef utilizzerebbe bambini in almeno un attentato su cinque. L’anno scorso un rapporto riferiva di oltre 300 mila bambini al di sotto dei 14 anni indottrinati e utilizzati dai terroristi. Solo in Siria e in Iraq si contano, dalla seconda metà del 2014, ben 89 attacchi compiuti da baby kamikaze e moltissimi sono i casi di bambini-soldato».

«NESSUNO TORNERÀ A CASA». Chi sono questi bambini? Nell’area mediorientale, dopo l’avvento dell’Isis, abbiamo diverse testimonianze che ci raccontano come molti di loro siano stati rapiti e in seguito obbligati a diventare dei soldati di Allah. A noi sono rimaste impresse le parole di Dakhil, dieci anni, catturato e indottrinato dai jihadisti e poi liberato dopo il pagamento di un riscatto. «Gli uomini dell’Isis mi picchiavano con i cavi della luce», aveva raccontato. «Schiena, mani, gambe. Ci picchiavano durante l’addestramento e quando non imparavamo bene il Corano, ma anche senza motivo. Dicevano che ci avrebbero mandato a uccidere i miscredenti, gli yazidi e il Pkk. Ci dicevano: diventerete kamikaze». L’addestramento per inculcare loro l’ideologia jihadista era affidato a un uomo proveniente dall’Arabia Saudita: «Tre ore di Corano, otto con le armi, altre sette di attività fisica. Ci mostrava video di decapitazioni. Prometteva che ci avrebbe dato un’arma, un salario e una bomba per farci esplodere in Kurdistan. Ci diceva: “Nessuno di voi tornerà a casa”. Io non piangevo, era vietato».

MISCREDENTI. Di esempi ve ne sarebbero a iosa. I bambini vengono utilizzati nei video di propaganda, mostrati mentre sparano o mentre ripetono a pappagallo le parole d’odio dei loro maestri: «Allah disse: “Chi dice che Gesù è figlio di Maria è un miscredente”. E disse anche: “Chi dice che Dio è la terza persona della trinità è un miscredente”. [Li riconoscete perché] si fanno il segno della croce. Anche chi dice che Dio è due e che Gesù è figlio di Dio è un infedele. E anche chi dice che Gesù è Dio è un infedele». I loro bersagli sono i musulmani che non si piegano alle loro direttive, gli yazidi, i cristiani.
In Nigeria avviene la stessa cosa. Boko Haram rapisce donne e bambini e li riduce a schiave sessuali o a bombe umane. Una vera e propria “fabbrica di kamikaze” che compie periodicamente le sue stragi.

MADRASSE E TV. Non si può negare che, accanto a questo fenomeno, ne esista un altro non meno inquietante, come la vicenda del kamikaze con la maglietta di Messi testimonia. Spesso sono le stesse famiglie a indirizzare i bambini nelle madrasse dove si insegna l’odio. Oppure è lo stesso contesto sociale dove questi piccoli crescono a spingerli verso le grinfie degli ideologi della morte santa. Decenni di predicazione islamista nelle moschee, nelle università (sì, anche in quella prestigiosa di al-Azhar) e sulle tv (mai visto quelle legate ad Hamas?) hanno prodotto tutto questo.
“Noi amiamo la vita più di quanto essi amino la morte”, abbiamo scritto tempo fa. Questa etica nichilista per cui l’esistenza propria e altrui non vale nulla sarà sconfitta solo quando, con parole e atti, si affermerà qualcosa di più grande e positivo per cui vale la pena vivere. Come hanno fatto i poliziotti curdi: pronti a morire per salvare il figlio del loro carnefice.

Foto Ansa

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