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I pigri religiosi dello Stato islamico

maggio 7, 2017 Rodolfo Casadei

Qual è il vero volto dei jihadisti dell’Isis? Cosa spinge i giovani europei ad arruolarsi tra le milizie del califfo Al Baghdadi?
Contrappunto alle tesi dello studioso Olivier Roy

isis-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Da trent’anni scrive di islam politico con taglio prima etnologico, poi politologico e sociologico, ma da qualche tempo tutti lo citano per una frase che dovrebbe aiutare a capire l’origine di ciò che succede nelle strade e nelle piazze di mezza Europa quando gruppi d’assalto o lupi solitari improvvisati attaccano indifferentemente folle inermi o poliziotti in assetto di servizio nel nome di Allah e della vittoria dello Stato islamico: «Non siamo di fronte a una radicalizzazione dell’islam, ma ad una islamizzazione del radicalismo». Professore all’Istituto universitario europeo di Fiesole, in molte interviste Olivier Roy ha illustrato questa sua dibattuta interpretazione delle cose, e adesso più estesamente la spiega in Le Djihad et la mort (Le Seuil, 2016), che dopo essere stato tradotto in inglese (Jihad and Death – The Global Appeal of Islamic State, Hurst Publishers 2017) ora è sul punto di apparire in italiano per Feltrinelli.

Ecco come Roy cerca di dimostrare la sua tesi. L’Isis proclama di condurre il suo jihad per instaurare nuovamente il califfato, ma lo fa in un modo che rende politicamente irrealizzabile il suo obiettivo: non accompagna la lotta armata con la prospettiva di un negoziato in vista del riconoscimento di uno Stato entro confini definiti, ma pretende di condurre una campagna militare a oltranza mirata a conquistare il mondo intero attraverso successi sul campo di battaglia e atti terroristici che dovrebbero spingere alla sottomissione le masse degli infedeli. Queste tattiche rendono strategicamente impossibile la creazione dello Stato islamico, e svelano l’obiettivo dell’instaurazione del califfato per quello che è: una fantasia, una giustificazione ideologica di quello che è semplicemente un patto di morte, una fascinazione per la rivolta e per la morte eroica che sono il vero contenuto ultimo del jihad dell’Isis: «La dimensione nichilista è centrale. Ciò che seduce e affascina è l’idea della pura rivolta. La violenza non è un mezzo, è un fine in se stessa». La genialità dell’Isis consiste nel fornire la narrazione entro la quale i giovani in rivolta (compresi i mentalmente disturbati, gli psicolabili e i ribelli senza causa) possono realizzare le loro aspirazioni nichiliste.

Il database di 100 terroristi che hanno agito in nome dell’Isis o di Al Qaeda sul suolo francese e che Roy ha analizzato confermerebbe questa intuizione: nessuno di loro apparteneva ai Fratelli Musulmani, nessuno era membro di enti caritativi islamici, nessuno aveva partecipato ad attività di proselitismo religioso, nessuno aveva preso parte a movimenti di solidarietà col popolo palestinese, nessuno era stato radicalizzato da un movimento religioso prima di passare al terrorismo. La loro radicalizzazione religiosa non ha avuto luogo presso una moschea salafita, anzi molti di loro hanno avuto problemi con la moschea che frequentavano.

Il radicalismo appare il prodotto di un percorso individuale o dentro a un piccolo gruppo: avviene attraverso la fruizione di siti internet e chat, presso palestre dove si praticano le arti marziali o in prigione. Il 50 per cento dei jihadisti francesi hanno conosciuto la prigione per reati legati al traffico di droga, ad aggressioni e in qualche caso a furti e rapine. Il profilo della grande maggioranza dei terroristi che hanno operato su suolo francese e belga è identico sotto molti profili e non è cambiato dai tempi dei primi attentati jihadisti a Parigi nel 1995: sia Khaled Kelkal (autore di sette attentati diversi fra il luglio e il settembre 1995 prima di essere ucciso dalla polizia) che i fratelli Kouachi (i responsabili del massacro presso la sede di Charlie Hebdo) sono immigrati di seconda generazione, hanno alle spalle esperienze inizialmente positive di integrazione, sono passati attraverso la piccola criminalità, si sono radicalizzati in prigione, sono morti armi alla mano in scontri a fuoco con la polizia.

Conversione improvvisa
Nessuno di questi jihadisti ha assorbito l’estremismo religioso e politico dalla famiglia di origine, tutti hanno vissuto nella lontananza dalla pratica religiosa, immedesimandosi negli aspetti più caratteristici e discutibili della cultura giovanile occidentale: la frequentazione delle discoteche, l’assunzione di sostanze stupefacenti, la passione per la musica rap, la promiscuità sessuale, la devianza. La conversione all’islam radicale avviene improvvisamente, e normalmente passa poco tempo fra essa e l’entrata in azione o il progetto di compiere attentati in Europa, ovvero la partenza per andare a combattere in Siria o Iraq: i fratelli Abdeslam frequentavano bar e discoteche ancora pochi mesi prima dell’attacco al Bataclan. Criticano i genitori denunciando la loro pratica religiosa come una forma di islam contraffatto dall’influenza del colonialismo e dallo spirito di sottomissione alla società europea; oppure, come nel caso dei fratelli Kouachi, provengono da famiglie in crisi o divorziate e hanno perso i rapporti coi genitori.

«Riassumendo – scrive Roy nell’edizione inglese – il tipico radicale è giovane, immigrato di seconda generazione o convertito, molto spesso coinvolto in episodi di piccola criminalità, praticamente privo di educazione religiosa ma con una rapida e recente traiettoria di conversione/riconversione, più spesso nell’ambito di un gruppo di amici o su internet che nel contesto di una moschea. L’adesione alla religione raramente è tenuta segreta, ma è piuttosto esibita, tuttavia non corrisponde necessariamente a un’immersione nella pratica religiosa». In discussione non è la sincerità dell’adesione all’islam: i giovani europei che si danno al terrorismo o partono per andare a combattere in Medio Oriente credono realmente che l’islam sia l’unica vera religione, che sia giusto rifondare il califfato e che se moriranno combattendo saranno premiati da Allah con le gioie del paradiso riservate ai martiri. Tuttavia sono molto ignoranti della dottrina e della teologia islamiche in generale e proprie dell’Isis in particolare.

Spiega Roy: «Qualunque database si analizzi, la povertà di sapere religioso fra i jihadisti balza agli occhi. Secondo documenti dell’Isis di cui si è entrati in possesso contenenti informazioni relative a più di 4 mila combattenti stranieri, benché la maggior parte di loro abbia avuto una buona scolarizzazione, il 70 per cento di essi dichiara di avere solo una conoscenza elementare dell’islam. È importante qui distinguere fra la versione dell’islam fatta propria dall’Isis stesso, che è molto più radicata nella tradizione metodologica di esegesi delle parole del profeta Maometto, ostentatamente basata sul lavoro di “studiosi”, e l’islam dei jihadisti che si richiamano all’Isis, il quale prima di tutto ruota attorno a una visione di eroismo e violenza contemporanea. Le esegesi scritturali che riempiono le pagine di Dabiq e di Dar al-Islam, i due periodici dell’Isis scritti in inglese e in francese, non sono la causa della radicalizzazione. Esse aiutano a fornire una razionalizzazione teologica alla violenza dei radicali, basata non su una vera conoscenza, ma sull’appello all’autorità. Quando i giovani jihadisti parlano di “verità”, non è mai in riferimento alla conoscenza discorsiva. Si riferiscono alla loro propria certezza, qualche volta supportata da riferimenti incantatori ad autori che non hanno mai letto».

Non sono utopisti
Un altro sintomo della natura ideologica del riferimento all’islam starebbe nel fatto che i giovani jihadisti europei non sono veramente interessati allo sviluppo di una società islamica: «I fautori dello Stato islamico non parlano mai della sharia e quasi mai della società islamica che sarà edificata sotto il controllo dell’Isis. Quelli che dicono di essere andati in Siria perché volevano “vivere in una vera società islamica” sono tipicamente dei rimpatriati che negano di aver partecipato ad azioni violente mentre erano là (…) vivere in una società islamica non interessa ai jihadisti: non vanno in Medio Oriente per vivere, ma per morire. Non sono utopisti, ma nichilisti».

La tesi di Roy è certamente affascinante, ma restano dei punti irrisolti. Dire che il fenomeno a cui ci troviamo di fronte consiste in un’islamizzazione del radicalismo piuttosto che in una radicalizzazione dell’islam non fa del tutto i conti col fatto che i giovani che si danno al jihadismo sono pressoché tutti figli di immigrati di religione musulmana, non ci sono figli di immigrati latinoamericani o dell’Europa orientale fra loro: perché la rivolta giovanile della seconda generazione che sfocia nel terrorismo dovrebbe restare appannaggio dei giovani musulmani, mentre gli altri dovrebbero accontentarsi del rap e delle bande di quartiere?

I “pronti al sacrificio”
Roy evidenzia il fenomeno degli autoctoni convertiti all’islam radicale e jihadista, che secondo le sue fonti contano per il 25 per cento del totale dei combattenti di origine francese. In Italia e in altri paesi questa percentuale è certamente molto inferiore, e sembra un po’ troppo alta anche per la Francia. L’etichetta del nichilismo affibbiata ai giovani disposti al sacrificio della vita per il califfato, poi, trancia un po’ troppo disinvoltamente il filo che li lega alla tradizione degli shahid, i martiri della fede morti nell’adempimento di un comandamento religioso come la partecipazione a un jihad. Prima che dall’Isis, questa tradizione è stata fatta propria dai palestinesi e dai curdi (i peshmerga sono “coloro che stanno di fronte alla morte” e chiamano shahid i loro caduti in battaglia) e recentemente persino dai cristiani caldei iracheni (Dwekh Nawsha, il nome di una milizia della Piana di Ninive, significa letteralmente “pronti al sacrificio”).

Roy scrive che la sua analisi non esonera l’islam dalle proprie responsabilità e dal dovere di fare qualcosa per i giovani sviati, ma il punto non viene particolarmente approfondito. Suggestiva invece è la definizione, presa in prestito dall’imam di Bordeaux Tareq Oubrou, dei terroristi jihadisti come «religiosi pigri»: anziché guadagnarsi il Cielo praticando tutti e cinque i precetti dell’islam per tutta la vita (comprese le preghiere all’alba e i digiuni), preferiscono di gran lunga farsi saltare per aria e guadagnare il paradiso in un attimo. Più che di nichilismo, si tratterebbe della cultura consumista e materialista occidentale del “tutto e subito” trasferita all’interno di una cultura religiosa tradizionale come l’islam.

Foto Ansa

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