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I “piccoli” del tessile in rivolta con sindacati e Confindustria: «Siamo in crisi, non possono imporci questi aumenti»

aprile 2, 2014 Matteo Rigamonti

Intervista a Matteo Cavelli, presidente di TessiliVari, che spiega a tempi.it perché si è rifiutato di firmare il nuovo contratto del settore


Paese che vai, sindacati che trovi. Che il decentramento della contrattazione sindacale a livello territoriale e aziendale possa portare benefici tanto ai lavoratori quanto alle imprese ormai è appurato. Basta guardare all’esperienza della Spagna, che promuovendo una maggiore libertà nelle relazioni di lavoro tra datori e dipendenti finalmente è riuscita a rimettersi in carreggiata verso la ripresa. In Italia, dove, invece, succede che i sindacati e la Confindustria rischiano di imporre a una nemmeno troppo piccola fetta di lavoratori un contratto nazionale del lavoro che difficilmente potrebbero permettersi di sostenere, pregiudicando le prospettive di ripresa del paese. A raccontarlo a tempi.it è Matteo Cavelli, imprenditore e presidente di TessiliVari, una piccola associazione che aderisce a Confindustria in rappresentanza di quel migliaio di piccole e medie imprese che, come la sua, operano in diversi settori merceologici del tessile, dai dettagli per l’industria della moda (bottoni, cerniere lampo eccetera) ai prodotti per uso tecnico, dall’automotive all’edilizia e settore medicale, dal tendaggio al tessile per l’arredamento, e che hanno la loro produzione al cento per cento in Italia.

«NON OBBLIGATECI A SOSTENERE NUOVI COSTI». TessiliVari, spiega a tempi.it Cavelli, è composta da circa 1.500 piccole imprese «che producono tutte rigorosamente in Italia» e che «non riuscirebbero mai a far fronte agli aumenti» salariali previsti dal nuovo contratto nazionale del lavoro che Sistema Moda Italia (qui l’intervista al presidente Claudio Marenzi), la federazione che riunisce sotto l’egida di Confindustria i 500 mila lavoratori del tessile e della moda, ha firmato con i sindacati e che «per tradizione veniva replicato automaticamente anche da noi». «Come potremmo sostenere un aumento di 118 euro medi mensili lordi in tre anni e la concessione di un bonus annuo una tantum di oltre 200 euro per le aziende senza contratto integrativo, se il 40 per cento dei nostri addetti è in difficoltà, tra cassa integrazione e contratti di solidarietà?», si domanda Cavelli.
È proprio per questo motivo che Cavelli ha deciso di non firmare il contratto, prendere carta e penna e scrivere ai suoi associati per motivare la sua decisione, in attesa di incontrare di persona i sindacati e rinegoziare il rinnovo del contratto. «Abbiamo avanzato la richiesta di non obbligare le imprese a sottoscrivere contratti aziendali – ha spiegato Cavelli in una lettera aperta – perché questi devono nascere dove rappresentano una opportunità per entrambe le parti, senza vincoli o aggravi di costo stabiliti a priori a livello nazionale».

TUTELARE PRIMA IL LAVORO. «Capisco che il nuovo contratto di lavoro possa piacere ai grandi negozi monomarca che avevano la necessità di regolare le assunzioni dei loro addetti con un contratto più vantaggioso di quello precedentemente in vigore, e immagino che sia questa la logica seguita da Sistema Moda Italia», confida Cavelli a tempi.it. «Ma i grandi marchi producono ormai prevalentemente fuori dall’Italia, mentre noi abbiamo ancora tutta la produzione nei confini nazionali e con la crisi non possiamo permetterci di introdurre simili aumenti in maniera indiscriminata».
Quello di Cavelli, però, non è affatto l’appello di un industriale che non vuole sentire le richieste dei lavoratori: «Ho scritto 4 volte ai sindacati per chiedere un incontro e non mi hanno mai risposto, ma io non posso non ascoltare quei lavoratori che mi chiedono garanzie sul fatto di poter continuare a lavorare; questo, infatti, oggi interessa ai lavoratori più degli aumenti in un simile momento di difficoltà. Detto ciò, non escludiamo né l’adeguamento degli stipendi all’andamento dell’inflazione, né, tantomeno, l’introduzione di premi legati alla produttività».

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1 Commenti

  1. Cisco says:

    La “cura Marchionne” ha senso se la si applica anche alla strategia, non solo ai contratti. Per micro-aziende familiari ( già infatti molto in difficoltà a prescindere dagli aumenti salariali ) e’ impensabile continuare in Italia. Dovrebbero creare accordi e reti – se non vere e proprie fusioni e acquisizioni – per fare ciò. Che ha fatto Marchionne: “La nostra strategia è uscire dal mass market, dove i clienti sono pochi, i concorrenti sono tanti, i margini sono bassi e il futuro è complicato. Andremo nella fascia Premium, prodotti di alta qualità, con concorrenza ridotta, clienti più attenti, margini più larghi.” Siamo seri, non si può pensare di continuare a fare in Italia bottoni e cerniere lampo…

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