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I dolori del “non-più-giovane” Wenger

agosto 27, 2012 Emmanuele Michela

Sarebbe difficile vederlo agitarsi in qualsiasi situazione. Anche ieri, dopo il misero 0-0 contro lo Stoke City, “le professeur” in conferenza stampa è apparso tranquillo. Naso arcigno sempre imponente, sguardo riflessivo di chi sembra saperla più lunga degli altri: la faccia di Arsene Wenger non vuole tradire la minima preoccupazione per la sua Arsenal, a […]

Sarebbe difficile vederlo agitarsi in qualsiasi situazione. Anche ieri, dopo il misero 0-0 contro lo Stoke City, “le professeur” in conferenza stampa è apparso tranquillo. Naso arcigno sempre imponente, sguardo riflessivo di chi sembra saperla più lunga degli altri: la faccia di Arsene Wenger non vuole tradire la minima preoccupazione per la sua Arsenal, a secco di gol nelle prime due partite ufficiali.

E dire che di ragioni per esserlo ne avrebbe. In casa Gunners la partenza di Van Persie si sente eccome: mentre sabato l’olandese apriva le marcature del 3-2 dei Red Devils sul Fulham, ieri pomeriggio Podolski e Giroud steccavano un’altra volta, non riuscendo a scrollarsi di dosso quello 0 che, nella classifica dei gol fatti, costringe i londinesi ad assistere allo spettacolo della Premier da lontano. A fare da padrone, per ora, è il Chelsea di Di Matteo: la reazione alla sconfitta in Community Shield c’è stata, e il 2-0 di sabato al Newcastle è la terza vittoria consecutiva, grazie alla quale i Blues (con un match in più) volano in vetta al campionato. La squadra di Abramovich è una vecchia berlina tirata a lucido, su cui però è stato montato un potente motore di nuova produzione, quell’Eden Hazard a lungo inseguito proprio dall’Arsenal.

Anche le altre big faticano: Liverpool e Man City regalano un frizzante (e pieno di errori) 2-2, lo United vince a fatica col Fulham schiodandosi dal fondo della classifica, e il Tottenham non riesce ad andare oltre l’1-1 contro il West Brom. Ma chi pare messo peggio sono i Gunners, e con essi il “Frenchman” che inizia ora la sedicesima stagione sulla loro panchina. Strana la vita negli ultimi anni di chi allena l’Arsenal: ti trovi ad allevare campioni, costruire squadre competitive in patria come in Europa, ma da anni non riesci a vincere più nulla (l’ultimo trofeo è datato 2005). E inevitabilmente quei campioni li perdi, arriva qualcuno che gioca a chi ce l’ha più grande (il portafoglio, of course) e ti strappa via il campione di turno. Che appena se ne va, vince. È successo con Fabregas al Barcellona, è successo con Clichy e Nasri al Manchester City. A giugno Wenger si era lamentato per questo atteggiamento della sua società: non aveva attaccato nessuno apertamente, ma si era semplicemente lasciato andare ad un «a volte certe persone distruggono il tuo lavoro». Chissà come sarà felice ora di aver regalato i 30 gol dello scorso anno di RVP al rivale di sempre, Sir Alex Ferguson.

«Allora, se mi volete convincere che, con Van Persie, abbiamo perso un giocatore eccezionale state perdendo il vostro tempo. Sono stato il primo a dirlo. Ma dobbiamo trovare un modo per evitare il problema», ha detto ieri sorridendo in conferenza stampa il tecnico. «Penso che ce la potremo fare. Giroud segna 20 gol a stagione, Podolski segna 20 gol… Segneremo, ne sono sicuro. Diaby, Ramsey, Walcott, Gervinho… Vogliamo giocare come una squadra, e se giochiamo bene come una squadra, allora riusciremo ad andare in rete». Fiducia nel gruppo, anche senza il leader di un anno fa: perché all’Emirates Stadium il leader è lui, con quell’aria snob e quegli occhialini di chi si sente sempre davanti agli altri. L’Arsenal è un suo prodotto: ogni anno gli tocca salutare un big, ogni anno si trova a ripartire da chi ha in casa, valorizzando nuovi nomi. Questo nonostante sopra la sua testa tiri aria tesa, con le frecciate dell’azionista Usmanov al proprietario Kroenke, troppo umile nel puntare ogni anno al solo ingresso in Champions, senza candidarsi mai seriamente per altri trofei.

Insomma, il clima è caldo in casa Arsenal, e intanto la stagione è entrata nel vivo: serve tutto l’inventiva di Wenger. Maniche rimboccate e fiducia nel gruppo: qualcosa per migliorare la partenza c’è. E lui lo sa. È il professore.

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