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I bilanci delle spese per il carcere. Pagano (Dap): «La società deve contribuire»

luglio 25, 2012 Chiara Rizzo

Più di 2 miliardi spesi per il personale, 55 milioni per le infrastrutture, solo 5 miilioni per le condizioni dei detenuti. Il vicedirettore del Dap: «Anche gli investimenti sul personale hanno ricadute positive per chi è in carcere»

In questi giorni è stata presentata la relazione sulla perfomance 2011 del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal documento si evince la distribuzione delle risorse economiche per le carceri italiane: la parte del leone, con l’85 per cento delle assegnazioni finanziarie, la fanno le spese per il funzionamento dei servizi istituzionali: 2 miliardi e 637 milioni di euro. Più nello specifico, all’interno di questa voce, le spese per il personale del Dap (da quello degli uffici a quello che lavora dentro le carceri, compresa polizia penitenziaria, direttori, educatori) ammontano a 2 miliardi 300 milioni. Tolte le voci di spesa per il personale, per il miglioramento delle condizioni di detenzione (che direttamente influisce sulla vita delle 67 mila persone detenute), sono stati spesi 5 milioni 884 mila euro, per le infrastrutture (con le spese di ammodernamento, manutenzione, restauro degli istituti) circa 55 milioni di euro e poi ancora 37,9 milioni di euro per la valorizzazione delle risorse umane, una voce che comprende le spese (850 mila) per la formazione di nuovi allievi presso le scuole di formazione, e per i corsi di aggiornamento presso l’Istuto superiore di studi penitenziari per personale già in ruolo.
Tempi.it ha parlato di questi dati con Luigi Pagano, attuale vicedirettore del Dap. Pagano, dopo una lunga e proficua esperienza alla direzione di San Vittore e poi del provveditorato regionale lombardo, si è insediato da pochi mesi al Dap.

Le risorse destinate al personale superano di gran lunga quelle destinate al miglioramento della vita dei detenuti. Perché questa sperequazione nella distribuzione delle risorse economiche?
È normale ci sia perché la voce sul personale comprende anche gli stipendi per una struttura che comprende 60 mila dipendenti, tra polizia, educatori, psicologi.

Nelle carceri italiane ci sono 67 mila detenuti. Anche al netto degli stipendi, solo per la formazione del personale, si sono spesi 37 milioni di euro, contro gli oltre 5 milioni per detenuti, comprensivi – in questo caso – anche delle spese per la formazione, l’istruzione e il lavoro, oltre che del vitto. Non è eccessiva la differenza tra queste voci?
Il mantenimento degli istituti costa notevolmente, ma anche il loro miglioramento sicuramente tenderà a ridurre il sovraffollamento. Allo stesso modo, la formazione professionale al personale ha delle ricadute sulla qualità di vita del detenuto.

Ma voi misurate l’efficacia oggettiva di questi investimenti per la formazione? Misurate l’efficacia delle ricadute sulla qualità della vita dei carcerati?
Sì sicuramente vengono misurate; così come viene misurato l’aumento delle linee programmatiche del reinserimento. Per quanto riguarda la spesa per le carceri ci sono poi sicuramente dei grossi problemi per quanto riguarda la vita in carcere, è conosciuto il problema enorme del vitto, sia per le quantità che la qualità. Ma per quanto riguarda la spesa per il singolo detenuto c’è da riprendere il discorso sulla spesa giornaliera.

Si riferisce ai dati del ministero della Giustizia, secondo cui su 112 euro spesi al giorno per ogni detenuto, in media 98 euro servono a coprire i costi del personale penitenziario, 4 per il funzionamento della struttura, e 6 per pagare vitto, cure mediche, istruzione e lavoro dello stesso detenuto?
Mi riferisco a questo dato sì. All’interno del quale ci sono tutta una serie di variabili come la spesa sanitaria che, in realtà, non dipende più dalla nostra gestione, perciò non è inserita effettivamente in quei 6 euro. Il settore sanitario non è più affidato alla gestione del Dap e dal 2008 è a carico del sistema sanitario nazionale: per questo quei 6 euro non comprendono questa voce. Lo stesso discorso vale per quanto riguarda l’istruzione ordinaria, la cui spesa ora è a carico del ministero dell’Istruzione, mentre quella della formazione professionale dipende dalle Regioni. Dopo di che, è vero che, per quanto riguarda i detenuti, c’è stato il taglio delle voci delle mercedi (i compensi che spettano ai detenuti che lavorano dentro il carcere per l’amministrazione penitenziaria), ma, dall’altra parte, c’è stato il nostro tentativo di portare dentro le carceri le aziende private che diano lavoro e paghino i detenuti. Le voci di spesa per il detenuto sembrano misere, e questo non dipende solo da un problema di spending review, perché altrimenti sarebbe una banalità. C’è invece l’interesse a raggiungere un obiettivo: che tutta la società esterna investa e contribuisca alle spese del carcere. Solo così si può attuare la rieducazione e il reinserimento. Anche se avessimo risorse maggiori – e attualmente c’è uno stato d’emergenza – comunque la maggior parte di ciò che serve alle carceri deve arrivare dalla società esterna. Con questo stesso obiettivo stiamo lavorando anche sulla programmazione trattamentale, per coinvolgere sempre di più le aziende esterne, per portare il lavoro in carcere dall’esterno, sull’esempio di quello che accade a Bollate.

Tuttavia i fondi della Smuraglia, cioè i contributi destinati proprio alle aziende che portano lavoro in carcere dall’esterno, nell’ultimo semestre 2011 sono stati tagliati. Non ci risulta che siano stati riattivati nel 2012. Qual è la situazione?
I fondi della Smuraglia non sono stati ancora finanziati: adesso so che il parlamento sta lavorando anche per ripristinarli.

Come pensate, dunque, di portare lavoro dall’esterno?
La Smuraglia, è vero, dà degli incentivi alle imprese. Gli incentivi della Smuraglia sono solo uno dei mezzi, ma il mezzo privilegiato è quello di portare i detenuti a lavorare all’esterno e presso imprese esterne, come si vorrebbe fare a Milano per l’Expo. A Bollate un call center fa lavorare 100 detenuti, ed è l’impresa a pagare direttamente il detenuto: è solo uno degli esempi di ciò che avviene nelle carceri, e ora lavoriamo anche a linee programmatiche per le case di reclusione, per abbassare determinati tipi di livelli di sicurezza, e portare dentro più facilmente le imprese private. La strada è questa.

Nel 2011 sono stati elaborati due Piani esecutivi d’azione per fotografare la situazione delle aree educative e la situazione dell’istruzione delle carceri. Che esito hanno avuto?
Per il momento non posso renderle pubbliche. I due Pea hanno sicuramente espresso risultati positivi. Ogni attività che si fa in termini di personale e di detenuti, ha sempre risultati positivi.

Avete eseguito una fotografia precisa anche dell’efficacia di quello che si fa dentro le carceri per il reinserimento lavorativo? Con che esito?
Sicuramente viene misurato l’aumento delle linee programmatiche del reinserimento. Andare a stimare il reinserimento è un’indagine molto importante, da fare in profondità, anche sulla recidiva, e quindi occorre aspettare un lungo periodo. A Bollate possiamo dire di aver visto una riduzione del 30-40 per cento della recidiva, anche se in un arco di tempo basso (3-4 anni dopo l’indulto). In quel caso, i rientri in carcere sono sicuramente diminuiti. Su questo modello stiamo cercando di modificare tutti gli istituti. Se si prendono i risultati sul “momento”, sul breve periodo, essi saranno negativi. Se si tiene conto invece di ciò che è successo negli ultimi 20 anni, l’esempio è stato testimoniato anche dai detenuti di Poggio Reale, che hanno parlato di un ottimo lavoro del personale penitenziario. La trasformazione è stata enorme negli ultimi 20 anni nel lavoro in carcere e soprattutto da parte della polizia penitenziaria.

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