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I bambini e la guerra

giugno 2, 1999 Tempi

I bambini e la guerra

Da più di un mese, qui vicino all’Italia, è in corso una guerra, che miete molte vittime soprattutto fra la popolazione inerme. I miei genitori mi hanno sempre educato alla non violenza, nei rapporti coi compagni di scuola, con gli amici, nei rapporti di studio e di lavoro, praticamente sempre. Inoltre mi hanno insegnato ad aiutare chi era in difficoltà e a non giudicare. Mi è sempre stato naturale quindi, andare verso i compagni di classe o di lavoro che si trovavano in difficoltà e venivano magari presi in giro per qualche difetto fisico o altro. Ho sempre cercato di fare sentire a proprio agio tutti, non ho mai ostentato niente, nè ho mai portato rancore verso chi, invece, con me si comportava in altro modo. Non posso sopportare i modi violenti, la gente che urla per niente, picchia il proprio figlio o magari anche la moglie. Mi mette a disagio anche solo sentire battere violentemente le porte o vedere qualcuno, che in un impeto di rabbia straccia o rompe o lancia delle cose, anche se proprie. Trovo che urlare a qualcuno, significhi cercare di umiliarlo e ferirlo, perciò non l’ho mai sopportato. Credo fermamente che si possano dire le stesse cose in un altro modo, eppure ci sono persone che si comportano così sistematicamente. Un giorno, camminando per la strada, ho sentito un marito che urlava alla moglie sgridandola e poi ha dato uno schiaffo sonoro al figlio, facendogli scendere dei lacrimoni che ricordo ancora adesso, anche la moglie piangeva. Mi sono bloccata, non riuscivo più ad andare avanti e piangevo, in cuor mio avrei tanto voluto andare là ad asciugare le loro lacrime e lenire la loro umiliazione.

Chissà invece quali e quante tremende umiliazioni stanno subendo tutte le popolazioni coinvolte in questa guerra, quale dolore profondo lascerà in chi sopravviverà. Alcuni pediatri e psicologi che hanno visto per primi i bambini nei campi profughi hanno già detto che soffrono d’insonnia, ansia e si mettono a piangere appena sentono un rumore.

Io appartengo ad una generazione che ha visto la guerra tramite gli occhi e i racconti dei nostri genitori che l’hanno vissuta. Mia madre mi faceva vedere tutti i documentari sul fascismo e sul nazismo perché io e le mie sorelle imparassimo cosa erano le brutture della guerra e l’orrore del razzismo nazista. Devo dire che ancora adesso mi chiedo, come allora, come sia possibile fare tanto male al nostro prossimo. Come si può umiliare, torturare, deridere, picchiare un proprio simile? Cosa vuol dire quella parola aberrante che tutti i giornali scrivono: pulizia etnica. I kosovari sono diversi, ma da chi? Come si può pensare che un altro essere umano sia diverso da te, visto che apparteniamo tutti al genere umanità? Mio figlio che ha appena 6 anni dice sempre che dentro siamo tutti uguali, amiamo, soffriamo, gioiamo per le stesse cose, nasciamo e moriamo tutti. Che cosa mai dovrebbe avere di diverso un bambino kosovaro dal mio?

Fulvia Riccardi, Milano “Grande è la potenza del male”, fa dire alla protagonista del suo Dies Irae il regista danese Carl Theodor Dreyer. E grandi, continuiamo a descrivere con George Bernanos, sono i cimiteri sotto la luna. Guardiamoci dentro e intorno. Capiamo che non solo dietro la pulizia etnica o nell’asettica tecnologia che presiede alla distruzione di un intero paese o nel delitto delle Br c’è il nulla, inghirlandato dall’odio o dal sorriso del portavoce militare. È già tutto nel “cattivo sangue”, come evocato in una poesia di Arthur Rimbaud, questo nulla ( “e pare che nessuno mi abbia visto”) che ci assedia e che il cristianesimo identifica in quell’ombra, misteriosa ma reale, allungatasi sulla vita del mondo dopo il peccato d’origine. Resta pur vero che la particolare congiuntura storica in cui viviamo sembra farci sentire molto più vicini all’anticamera dell’inferno piuttosto che tra le braccia amiche di un popolo in pur doloroso pellegrinaggio verso il regno dei cieli. È talmente imbarazzante la nostra attuale situazione, che proprio in Europa, il continente cristiano per elezione e per due mila anni di storia, non solo si sono consumate in questo secolo le tragedie più atroci del millennio, ma il nulla è diventato lo spettacolo più reclamizzato. Pensiamo ad esempio a quel palcoscenico di Cannes, che si dice rappresenti ancora la massima vetrina internazionale del cinema, cioé dell’arte moderna per antonomasia.

Vetrina e arte di che, abbiamo sentito raccontare nei resoconti degli inviati al festival? Dell’obitorio. Per cui , ad esempio, “Umanità” è, come recita il titolo di uno dei film che ha fatto più scalpore e come dice il regista: “copulare e copulare fino alla morte, il sesso è il solo modo per essere uniti”. Bisognerebbe approfondire l’osservzione arendtiana: “la capacità umana di agire, e specialmente di agire di concerto, è estremamente utile per scopi di autodifesa o per il perseguimento di interessi; ma se non ci fosse niente di più in gioco che il servirsi dell’azione come mezzo per raggiungere un fine, è evidente che lo stesso fine potrebbe essere conseguito molto più facilmente dalla muta violenza”. È una muta violenza quella che ci penetra da ogni parte, dalla tv alla strada, e che sembra dire una sola cosa: questa è l’epoca umanitaria e violenta per eccellenza, dei Grandi Benefattori anonimi e dei Grandi Criminali anonimi, figure solitarie “che di solito entrano nella scienza della storia in tempi di corruzione, disintegrazione e bancarotta politica”. Sì, cara Fulvia, siamo capitati in tempi molto simili a quelli della fine dell’impero romano, quando le tribù barbariche spadroneggiavano per l’Europa e l’agire non rivelava altro che c’era da qualche parte un capo che veniva sollevato sugli scudi, davanti ai quali si inchinavano i vinti che avevano conservato la testa sulle spalle un attimo prima che questa finisse nella cesta dei vincitori. Ma Bendetto e i suoi monaci erano presenti, una presenza che alla fine fece tutta la differenza, così che, dalla barbarie, rinacque la civiltà. Evidentemente che noi e le generazioni che verranno siamo chiamati a ricostruire. Per questo, non la grande potenza del male, ma colui che disse “senza di me non potete fare nulla”, resta l’unico caso serio, da esaminare, in ciò che chiamiamo vita, storia, o valle di lacrime.

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