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Ho in me tutti i sogni del mondo

maggio 16, 2017 Manuela Maddamma

Passeggiata tra i padiglioni della cinquantasettesima edizione della Biennale di Venezia

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Un anonimo guardiano sorveglia la porta del Padiglione Centrale dei Giardini, è vestito di bianco e fissa un muro, sulla schiena ha una fascia arancione fosforescente con la domanda “Which future?”. Poco importa se sia un performer o un artista di strada, alla sua domanda numerosi artisti che animano la cinquantasettesima edizione della Biennale di Venezia, rispondono in modo unitario: nessun futuro. O almeno, non un futuro che passa attraverso l’azione, quanto piuttosto un futuro forgiato dal sonno, dal sogno, dalla rappresentazione dei propri fantasmi, degli ectoplasmi del mondo interiore.

I primi passi conducono in stanze anguste, raccolte, spazi meditativi come quello di Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev che con l’installazione-performance The artist is Asleep, ci mostrano l’artista “addormentato” in un letto austero, un letto d’altri tempi, sotto una tappezzeria antiquata, dalla coperta spunta appena un ciuffo di capelli. È il paradosso del sonno che è più attivo della veglia, Eyes wide shut, Occhi spalancati chiusi, per citare il film di Kubrick sull’indistinzione tra realtà e sogno. Secondo i due artisti del Kazakistan, il dormiente è l’artista vero, profondo.

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Realistica, familiare, la stanza ricreata di Franz West, che nell’installazione Otium dispone una chaise longue, un vhs, delle fotografie. Alla parete sono incollati alcuni fogli in cui sono trascritti a macchina suoi pensieri e digressioni precedentemente dettati. Successivamente l’artista è intervenuto per correggere il testo col bianchetto e aggiungere delle note. L’atmosfera è quella wittgensteiniana: «La correzione di un testo è infinita».

L’atmosfera da laboratorio analitico è infranta dall’onirica Suspension di Sebastián Díaz Morales: in una densa nuvola di vapore che lentamente si dissipa, appare un uomo sospeso, corpo limbico, su uno sfondo di un rosso crepuscolare: l’esito incerto di una ambigua finis comoediae.

Usciti dal Padiglione Centrale, entriamo nel cuore dei Giardini, l’impressione di vulnerabilità, di una sottile paura – paura di disgregazione, di una morte della carne cui non seguirà la resurrezione – che circonfonde le opere più forti e originali, si conferma e aumenta. Indifese e soggette a influssi celesti, emanati dalle grandi stelle di vetro antico e opale al centro della sala, le fanciulle di Kiki Smith disegnate a inchiostro su carta nepalese, sottile e traslucida, e simile a una pelle, accentua la fragilità delle figure. Sono personaggi archetipici, modelli espressivi, attraversati da scie stellari, comete, tracce celesti che trasportano energie, forze affettive e corporee come in Influence o Listen.

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La domanda “Quale futuro” è allora forse da rivolgere all’Oracolo dorato di Mark Bradford, che trasforma il padiglione americano in un tempio dalla tenebrosa volta celeste, sulla quale è dipinta una spirale di oro antichizzato. Ho la sensazione di entrare in un luogo sacro, di confrontarmi con un Dio unico, brillante, che conosce un remoto futuro in cui, per quanto incredibile, sarò anche io.

Anche il padiglione inglese riproduce un tempio, ma la sua Divinità è barbarica, violenta, crudele. Gli sono state innalzate colonne colossali, accostati massi come rozzi altari sacrificali. Il titolo dell’opera di Phyllida Barlow è ambiguo: Folly, che vuol dire sì follia, ma in questo caso richiama più il significato di capriccio architettonico, di stravaganza che accozza disparati elementi: pilastri, balaustre, gabbie, cataste. La suggestione è quella di un passato monumentale, andato definitivamente in pezzi, regredito a rovina cancellata di ogni segno intellegibile.

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Lasciati i Giardini ci spostiamo all’Arsenale, dove incontriamo gli sciamani amazzonici della tribù degli Huni Kuin, portati dal brasiliano Ernesto Neto. A Sacred Place, è il titolo della sua opera, costituita da una maestosa tenda di nastri di cotone intrecciati, che producono una trama iridescente e finissima. Sotto il velame di questa maglia, all’interno, una scala di corda conduce simbolicamente alla volta celeste. Tolte le scarpe, entro e sfioro con le dita un tamburo, riconosco una concentrazione di forze, il luogo di assunzione dell’Ayahuasca, la base per l’evocazione delle presenze che ci circondano, invisibili.

Colpiscono il segno le fastose, illuminate corone funebri, estratte dalla tradizione russa, di Irina Korina. Good intentions, recita il titolo, ed è forte il senso di una preghiera per i defunti, e per la grande Madre Russia.

Un’analoga, commossa lievità si percepisce in Do you realise there is a rainbow even if it’s night? del kossovaro Petrit Halilaj. Le sue falene di ciniglia sono quanto resta, sembra, della tradizionale iconografia angelica: angeli di stracci, ma ancora potenti.

Concludo il mio viaggio nel Padiglione italiano, davanti alla gigantesca Imitazione di Cristo di Roberto Cuoghi. Il Cristo è unico, molteplici sono le sue imitazioni, dunque tanti corpi, o sagome, e volti, di materiali organici e dunque deperibili, che andranno col tempo a sfibrarsi, polverizzarsi. Siamo noi, le imitazioni di Cristo? È il nostro destino che l’artista ci mostra? Il tema medievale dell’imitatio Christi e la sua consegna per la quale “il tuo vivere deve essere un morire” sembra qui declinata secondo modalità di umile, rassegnata purezza.

Fuori dalla Biennale, grande scalpore mediatico ha suscitato, nelle sale di Palazzo Grassi, Treasures from the Unbelievable di Damien Hirst. Un altro tipo di imitazione, o di adorazione, forse del Vitello d’Oro.

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