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Hillary Clinton lascia il vertice della diplomazia americana. La rivedremo presto alla Casa Bianca

febbraio 2, 2013 Simone Crolla

Ha lasciato ieri il ruolo di segretario di Stato. Ha saputo gestire fasi cruciali, dal surge in Afghanistan alle primavere arabe, dalla minaccia nucleare iraniana al conflitto libico, sino alla recente crisi nel Sahel.

Hillary Rodham Clinton, il 67° Segretario del Dipartimento di Stato, ha lasciato ieri l’incarico, dopo quattro anni al vertice della diplomazia americana; Hillary Clinton ha saputo gestire fasi cruciali, dal surge in Afghanistan alle primavere arabe, dalla minaccia nucleare iraniana al conflitto libico, sino alla recente crisi nel Sahel e alla drammatica escalation in Siria. Vorrei sottolineare come la ex first lady, dopo essere stata sconfitta da Barack Obama nella corsa democratica per la Casa Bianca nel 2008, ha saputo mettersi al servizio della Nazione e del Presidente, con totale spirito di servizio assumendo un incarico prestigioso ma al tempo stesso delicato e umanamente assai impegnativo.

È questa sensibilità per il bene del Paese che viene prima dell’interesse dei singoli a segnare ancora oggi una differenza marcata tra Stati Uniti e Italia, una differenza macroscopica sul cosa s’intenda per “fare politica” e sul come si debba mettersi “al servizio della Nazione”. Lo ha testimoniato molto bene la calorosa cerimonia che si è svolta ieri nel primo pomeriggio a Washington, alla presenza di tutto lo staff del Dipartimento. Un commiato che è caduto in un giorno ancora una volta difficile per la diplomazia americana, dopo l’attentato all’ambasciata Usa di Ankara, che ha tenuto il Segretario di Stato impegnato sino all’ultima ora della propria missione.

Mi pare importante ripercorre i punti salienti del mandato di Hillary Clinton. Ha affiancato Obama nel surge militare necessario per uscire dal pantano Afghanistan, su un tema (il ritiro delle truppe da Kabul) che era stato uno dei capisaldi della campagna elettorale democratica. Senza paura di cadere in contraddizione, ha offerto all’incremento delle truppe voluto dal Commander in Chief una copertura diplomatica indispensabile. Propaganda ai minimi, concretezza sugli scudi. Ha affiancato le primavere arabe (è noto il suo impegno per i diritti femminili nel mondo e in quello arabo nella fattispecie) con determinazione. Per questo ha pagato il prezzo di una transizione drammatica, come il conflitto libico, e a volte addirittura tragica.

La morte dell’ambasciatore Stevens a Bengasi, vicenda per la quale Hillary si è assunta di fronte al Congresso piena responsabilità, è stato forse il momento che ne ha delineato la completa figura di statista. Quasi il 70% degli americani, in quella circostanza, hanno dichiarato di approvare il coraggio, la condotta e la politica del Segretario di Stato. Infine Iran e processo di pace in Terra Santa. Con il regime di Teheran ha dimostrato la fermezza di una posizione chiara e responsabile, senza mai adombrare minacce di escalation, che invece avrebbero fatto molto piacere alla leadership israeliana del poco amato Netanyahu.

Sul tema Palestina, l’impegno alla difesa d’Israele si è coniugato con la costante condanna degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania e con la richiesta per una soluzione “due popoli, due stati”, che sembra sul terreno la più logica e foriera di garanzie e pace per la Regione. Non credo che Hillary Clinton si prenderà un lungo periodo di riposo. Non mi stupirei di vederla tra i protagonisti della prossima campagna presidenziale, quando Obama avrà concluso il suo secondo e ultimo mandato.

Tra quattro anni, come candidato democratico, potrà mettere in campo un curriculum difficilmente eguagliabile: otto anni da first lady (anni per nulla decorativi ma spesi in prima linea e, ancora, anni di continua crescita economica), otto anni come Senatrice dello Stato di New York e quattro anni come Segretario di Stato. Insomma un patrimonio di storia e di esperienza – dal 1993 sino a oggi passando per l’angoscioso giro di boa dell’11 settembre 2001 – che difficilmente la politica USA potrà trascurare, a partire dal Senatore John Kerry al quale ieri è stato passato un testimone tutt’altro che facile da portare.
L’autore è deputato del Pdl, membro della Commissione affari esteri della Camera

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