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Haki Doku, il paraolimpionico albanese che non si ferma davanti a nulla: «La mia disabilità non è una sciagura»

giugno 15, 2014 Caterina Cazzaniga

Un incidente sul lavoro lo ha costretto in carrozzella. Ma non si è mai arreso, grazie a medici, amici e famiglia. Intervista al primo atleta nella storia ad avere rappresentato l’Albania alle paralimpiadi

haki-dokuSi chiama Haki Doku, ha 45 anni, vive a Milano con la famiglia ed è di origini albanesi: è lui il primo atleta nella storia ad avere rappresentato l’Albania alle paralimpiadi. Doku ha gareggiato con la sua handbike (un particolare tipo di bicicletta in cui a pedalare non sono i piedi bensì le mani, bicicletta adatta quindi a persone con lesioni midollari) alle Paralimpiadi di Londra 2012, portando sulle spalle la bandiera rosso-nera della sua nazione.
L’incidente che ha causato a Doku una lesione alla colonna vertebrale che lo costringe alla sedia a rotelle risale al 1997, quando aveva 27 anni e lavorava in un cantiere edile italiano. La vita del giovane muratore cambiò imprevedibilmente proprio sul lavoro: Doku cadde da un ponteggio e da allora è paralizzato. Ma quella caduta non fu la fine di tutto, ma solo un nuovo inizio come dimostrano i tanti successi, sia sportivi, in primis l’impresa di Londra, sia privati: oggi Haki Doku vive serenamente con la moglie e con i suoi due bambini.
L’ultimo traguardo raggiunto è stato la partecipazione alla Vogalonga, l’annuale regata non competitiva di imbarcazioni a remi che si tiene a Venezia e che quest’anno è andata in scena lo scorso 8 giugno. Qui Doku si è presentato con la hand water bike, un prototipo di imbarcazione a propulsione umana pensata per i soggetti nelle sue condizioni. «La mia disabilità non è affatto una sciagura», dice a tempi.it.

Doku, a Venezia, alla 40° edizione della “Vogalonga“, lei ha voluto partecipare con la sua hand water bike, una sua idea. Come è nato questo progetto e cosa ha significato per lei questo successo?
La Vogalonga è un evento straordinario già di per sé: l’uomo si trova a contatto con la natura, in pace con tutto e con tutti. Non era una manifestazione a livello internazionale, ma erano presenti rappresentanti di una trentina di nazioni: è uno straordinario luogo di incontro. L’idea della hand water bike la devo a mio figlio Mario e ad una gita in famiglia all’idroscalo di Milano. Qui ci sono molte imbarcazioni ma c’è bisogno dei piedi! Io non ho potuto guidare il pedalò, lo ha dovuto fare Mario. Se l’è cavata bene, ma guardandomi mi ha chiesto: “Non c’e un modo perché tu possa pedalare con noi?”. Così è nata la hand water bike: non voglio che i miei figli vedano la disabilità come una barriera e se una barriera esiste ci si impegna per abbatterla. Così mi sono messo alla ricerca di chi mi potesse aiutare e, grazie all’Università di Verona e a Luca Ardigò, in pochi mesi il prototipo è stato realizzato. È appunto un prototipo, va migliorato in modo che possa essere utilizzato da tutti, anche da chi ha lesioni midollari alte, e che è limitato nell’uso di altre imbarcazioni a remi. Tutti infatti devono potere provare quella sensazione di libertà, sensazione che da molti anni non provavo, e che ho sperimentato usando la hand water bike la prima volta nel Lago di Garda.

Come la pratica sportiva la aiuta nella sua vita e cosa si è portato a casa dall’esperienza delle Paralimpiadi di Londra?
È per me impossibile dimenticare i Giochi di Londra. Sono arrivato alle gare non al massimo della mia forma fisica, anzi devo dire che ho gareggiato male per una serie di imprevisti e difficoltà. Non ho raggiunto un buon piazzamento ma questo non mi impedisce di avere un ottimo ricordo di quella esperienza. Quando leggiamo i giornali sembra che il mondo sia un luogo terribile, ma entrando al villaggio olimpico la sensazione era esattamente l’opposta: ci trattavamo da amici pur non essendoci mai incontrati prima di quell’evento. Il rapporto sperimentato con gli altri atleti è qualcosa che mi sogno con i miei vicini! Questo non me lo toglie nessuno, anzi, lo voglio raccontare a tutti: la prima cosa importante è l’aspetto sociale, poi nella gara chi vince, vince. Lo sport è miracoloso: la medicina è il primo passo, ma il secondo è sicuramente lo sport. Aiuta noi in carrozzina ad abbattere le barriere anche psicologiche: uno pensa che tutti lo guardino in un modo strano e invece poi scopre che non è così.

Quindi lei può dirsi contento? Pensa che la disabilità sia una tragedia oppure valuta positiva la sua vita anche dopo l’incidente?
Io sono contentissimo, l’incidente non è stato una sciagura irrimediabile: subito mi sono trovato accanto persone che mi hanno aiutato. Medici, infermieri, mi sono stati vicini, mi hanno permesso di andare avanti e questo non posso dimenticarlo. Ora li posso dire miei amici, in particolare con uno di loro c’è un rapporto sincero; sono loro che mi hanno salvato quando ero tra la vita e la morte. Bisogna sempre valutare che ci sono persone con noi che ci vogliono bene, che ci supportano. Questo mi ha messo in salvo e lo voglio dire a tutti.

Cosa le permette di essere così sereno? Cosa non le fa perdere la speranza di fronte a tutte le difficoltà che ha incontrato e incontra?
Vede, sono circondato da persone straordinarie: mi è impossibile cedere alla debolezza, non posso arrendermi. E poi c’è la mia famiglia che è il più grande sostegno: io per loro non cedo neanche un millimetro, voglio dare tutto come papà. Voglio fare tutto come un padre normale e d’altronde sono un padre normale; per i miei figli la carrozzina non è un problema, non la vedono come un ostacolo e per me è importante. La famiglia è il primo supporto. Oggi vado in Germania per una gara, una competizione a livello europeo importante per potere andare a Rio 2016 con la mia handbike e spero in un buon risultato. Ci vado con tutta la famiglia: quello è un posto straordinario e voglio che i miei bambini lo vedano; questa gara è un’occasione anche per loro.

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