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Haiti, cinque anni dopo la catastrofe. Voce e immagini di una presenza amica che allora era già lì e che «da lì non se ne va»

gennaio 7, 2015 Elisabetta Ponzone

Avsi, la testimonianza di un impegno che «ha messo radici». Nell’anniversario del terremoto che uccise 220 mila persone e ancora oggi ne costringe 600 mila alla miseria

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Italia Haiti anno quinto. 13 gennaio 2010: un terremoto squassa l’isola uccidendo oltre 220mila persone. Proviamo a riscriverlo, perché questo dramma, così lontano, nei Caraibi, oltreoceano, accanto alle spiagge bianche di Santo Domingo, proprio non va giù; o meglio, se ne è andato troppo in fetta e nessuno vuole ricordarlo.

Dicevamo… proviamo a riscrivere il numero dei morti: duecentoventimila abitanti, ovvero duecentoventimila persone come me, come i nostri figli, come i nostri padri, le nostre madri. Come noi. L’intera provincia di Siena, 36 comuni, è abitata da circa 270mila persone. Cancellate Siena, Montepulciano, Montalcino, Poggibonsi, le crete senesi, la Val d’Orcia e via così. Tutto polverizzato, le arnie dell’amico Antonio, le profumate colture di Claudio e le campagne tanto amate da Blaire! Ma continuiamo a fare i conti: terremoto di Irpinia 1980, 3mila morti; Aquila 2009, 150 morti. Alle elementari io ero in una classe con 22 bambini. Significa che nel terremoto di Haiti sono state spazzate via, annientate, uccise 10mila classi. Diecimila. Mi seguite?

Eppure, a cinque anni dal disastro, sembra che a nessuno interessi ricordare. A nessuno importa fermarsi e riflettere. Proviamoci.

avsi-haiti-4Haiti cinque anni fa non era certo una pacchia. Delinquenza, analfabetismo, povertà. Ma anche bellezza. Sono arrivata a Port-au-Prince qualche anno prima del terremoto e con i bravi dell’Avsi ho incontrato bambini a scuola, famiglie contadine e giovani all’università. I banchi un po’ storti, i campi poco coltivati, i sassi al posto dei fiumi, le case traballanti. Un mare divino, montagne spelacchiate, mercati colorati, elettricità intermittente, pescati squisiti, immondizia, strade sfondate, supermarket con tutto e il cielo stellato più bello del mondo!

E poi la gente. Mamme giovani e belle, bambini infiocchettati e sorridenti, giovani simpatici e con occhi a mandorla. E tutti curiosi. Volenterosi di imparare. In cucina nei centri nutrizionali, a scuola sui libri, nelle officine a lavorare o nei campi a seminare. Lavoretti, a volte troppo semplici, ma che aiutavano a uscire dal quotidiano per andare a incontrare il nuovo e la speranza. Quella che ho visto era una Haiti vibrante, ma già ferita. Orgogliosa, ma dolorante. In albergo una mappa ricordava le tratte delle grandi crociere, quando le navi con a bordo dame ingioiellate e uomini con sigari sbarcavano a Port-au-Price per scappare dal freddo dell’Occidente. Che poi, rispetto ad Haiti, quasi tutto è a Oriente. Un mondo scombinato. Un mondo sottosopra. Se negli anni Cinquanta si vendeva zucchero, rhum, sigari, riso, caffè e cacao, oggi (prima e dopo il terremoto) Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo. Ma non per questo va dimenticata.

avsi-haiti-6Nel 1804 Haiti è il primo stato nero indipendente e il secondo d’America, dopo gli Stati Uniti, grazie alla cacciata delle truppe napoleoniche che dominavano il paese. Da quel momento, in oltre duecento anni di storia, soltanto un paio di governi hanno portato a termine il proprio mandato e sembra che neppure questo ce la farà. L’attuale presidente è Michel Martelly, pioniere della musica kompas (dance haitiana cantata in creolo), il cui popolo chiede le dimissioni con manifestazioni e scontri dal 1° gennaio per le strade di Port-au-Prince e intanto, è stata nominata la nuova prima ministra ad interim, Florence Duperval Guillame, attuale ministra della salute, dopo le dimissioni di Laurent Lamothe del 14 dicembre. Nel paese da anni è in corso una missione internazionale di aiuto sotto l’egida dell’Onu, che vede la presenza di un contingente guidato dal Brasile, i cui soldati parlano portoghese, mentre gli haitiani creolo e francese. Un mondo alla rovescia.

“Eravamo in ufficio a Port-au-Prince. La prima scossa è stata fortissima”. Era il 13 gennaio 2010 quando Fiammetta Cappellini di Avsi era l’unica voce da Haiti che comunicava con l’Italia via Skype il giorno dopo il terremoto che ha devastato l’isola (qui la sua testimonianza del 13 gennaio 2012, ndr). E prima ancora del terremoto, nel 2004, l’uragano Jeanne aveva già strapazzato e stremato la popolazione. Luigi (il direttore di Tempi) era sbarcato con un charter nella vicina Repubblica Dominicana e a bordo di uno sgangherato camioncino era andato alla ricerca del bambino che sosteneva a distanza. E lo aveva trovato in mezzo a una foresta, con la sua famiglia in una casa a forma di cubo: insieme a loro il suo insegnante. Perché in mezzo al nulla c’era una scuola, una comunità, delle famiglie. Mamme e bambini. E una chiesa. Semplice.

avsi-haiti-1Haiti primitiva. Haiti primordiale. Oggi quel bambino è diventato grande. In Haiti 85 mila persone (come la popolazione di Como) sono ancora sfollate, 600mila (Genova senza periferie) vivono in condizioni di insicurezza alimentare mangiando poco e male, e più di 50 mila persone, ogni anno, si prendono il colera. In un contesto di forte decrescita economica, la popolazione di Haiti vive per la maggior parte in situazioni di povertà inaccettabile e i diritti, anche i più elementari, non sono garantiti.

Dal 1999 Avsi ha fatto di Haiti una sua casa, come in tanti altri paesi sconsolati del mondo. Da lì non se ne va, grazie agli aiuti di tanti. Ha messo radici e impegno. Ma c’è ancora tanto da fare. Oggi più che mai in questo momento di profonda crisi anche politica. Partendo dalla dignità, cercando di sostenere gli amici di Haiti a costruirsi un luogo più giusto dove crescere i figli e far riposare il cuore.

* * *

Le foto pubblicate in questa pagina sono tratte dalla galleria Flickr di Avsi: per vedere le altre immagini clicca qui.

Per sostenere l’impegno di Avsi nel paese e restare informati sui progetti si può fare riferimento a questo indirizzo: http://haiti.avsi.org

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