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Hai portato bene parola e carrozzella come un Cireneo la croce

luglio 17, 2017 Renato Farina

L’amicizia per la nostra famiglia era tale che accettò con entusiasmo di essere padrino di cresima del primogenito, accettando una trasferta faticosa, e quasi proibita

navarro-valls-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ho un debito con una grande persona, un giornalista santo, credo di avere un protettore in più in cielo. Tanto più Tommaso, che qui scrive di cibi e di gusto, e ha preso ad esempio l’eleganza di Joaquín Navarro-Valls. L’amicizia per la nostra famiglia era tale che accettò con entusiasmo di essere padrino di cresima del primogenito, accettando una trasferta faticosa, e quasi proibita: papa Wojtyla lo voleva sempre vicino. Navarro, forte di un’amicizia intima con Giovanni Paolo II, recitava a soggetto sullo stesso palcoscenico del grande attore Wojtyla. Avevano da ragazzi entrambi calcato le scene. Karol a Cracovia recitava i suoi drammi, Joaquín a Barcellona interpretava Romeo. Nel gran teatro del mondo sono stati primo e secondo attore della stessa compagnia di giro: il Papa polacco faceva un gesto imprevedibile, e subito Navarro, senza bisogno di spiegarsi con lui, lo trasformava in parole, lo legava alla storia.

Il momento in cui più è stato portavoce di Giovanni Paolo è stato quando gli è morto. E non poteva mettersi in disparte, come fece Gesù di notte sul monte. Le tv in quei giorni di diretta col Papa in agonia fecero rimbalzare il suo nome continuamente. Finché quel sabato sera non osò scendere, mandò avanti un foglietto, e chi lo conosce capì. La morte era lì. In quei giorni veniva giù dall’appartamento pontificio del terzo piano, e pareva un’ombra scontenta della propria eleganza. Era il portavoce del Papa. Ma se il Papa non ha voce cosa fa un portavoce? Lui decise di aprire gli occhi come una telecamera e portare le immagini. Professionale. Perfetto.

Parlava cinque lingue, laurea in medicina: i bollettini medici pronunciati da lui erano disinfettati. Ma egli era amico del Papa. Non ci si abitua alla sofferenza di chi ami. Lui che ha i nervi d’acciaio a un certo punto, nel descrivere l’immagine del Papa, si è turbato profondamente. «In 26 anni non avevo mai visto questa immagine, la sua difficoltà di respirare». In mezzo a troppi prelati che sembravano usciti da un cartone animato, finalmente le lacrime di un uomo. L’ultima ora, Wojtyla ha rincuorato anche lui, con parole soffocate: «Grazie per il suo lavoro di questi anni, dottor Navarro».

Navarro l’aveva accompagnato in ogni viaggio, dagli inizi come inviato per ABC di Madrid. Poi dal 1984 cambiò datore di lavoro: Wojtyla. Con l’andar del tempo sempre più stava vicino al Papa. Non era la balia dei giornalisti, ma il suo consigliere per la comunicazione. L’idea che Navarro si è fatta quasi subito è l’impossibilità di qualsiasi strategia di mass media con il suo principale. Bisogna solo fare in modo che i giornalisti lo vedano da vicino. Il resto accade. Di solito si cita McLuhan: «Il mezzo è il messaggio». Per il Papa polacco non funzionava: le tv se le mangiava, lui non entra nel canale dei media, il suo messaggio dà forma ai media. Questo è stato il pensiero di Navarro.

Un giorno sulla tomba del fondatore dell’Opus Dei
Per questo non si è opposto che il Papa si rivelasse anche nei momenti di dolore. Il Papa non ostentava il dolore. Andava dove doveva andare. Lo aspettavano in Azerbaigian? Eccomi. Con la carrozzina se necessario. Doveva cacciare i giornalisti per non farsi vedere? Perdeva saliva in diretta? Peggio per loro se si attardano sul filo di catarro. Chi perdeva la dignità? Il Papa o chi sfrucugliava il suo corpo? L’incredibile amore dei milioni alla veglia e ai funerali diede la risposta. Bravo Navarro, hai portato bene la parola e la carrozzella, come un Cireneo la croce.

Era già portavoce quando diventammo amici. Un giorno mi condusse sulla tomba di Escrivá. Non era ancora stato fatto beato, ci inginocchiammo. Mi regalò un santino. Chiedi una grazia, mi consigliò. Funzionò. Lui abitava vicino, in una casa ai Parioli insieme con altri “numerari”. L’appartamento aveva sobrietà lucenti, marmi scuri, intimità spagnole. Leggenda vuole che avesse fatto oltre che l’attore anche il torero. Ammise: «L’ho fatto in un paio di occasioni, ma mi rifiutai di ammazzare il toro». Ora che farà? Intanto si fuma una sigaretta.

Foto Ansa

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