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La guerra tra Iran e Arabia Saudita passa per la Mecca

settembre 8, 2016 Leone Grotti

Per la prima volta in 30 anni gli iraniani non parteciperanno al pellegrinaggio rituale. I due paesi si accusano a vicenda di «non essere musulmani»

La guerra tra Iran e Arabia Saudita, i due paesi più grandi e potenti del Medio Oriente, va avanti e si arricchisce di un nuovo capitolo. L’ultimo terreno di scontro è l’hajj, il pellegrinaggio rituale alla Mecca che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita, al quale, per la prima volta in 30 anni, non parteciperanno cittadini iraniani.

LA STRAGE. L’anno scorso quasi 3 milioni di musulmani si recarono in pellegrinaggio e oltre 2.400 morirono calpestati in un tragico scontro tra due gruppi nei pressi di Mina. L’Arabia Saudita non ha mai fatto mea culpa per la pessima organizzazione e continua a sostenere che i morti sono 769, nonostante l’Associated Press abbia ampiamente dimostrato il contrario. L’Iran è il paese che ha subito più perdite con 464 fedeli deceduti.

L’IRAN SI SFILA. Da un anno si susseguono incontri e discussioni tra rappresentanze saudite e iraniane per mettere a punto alcuni dettagli, al fine di garantire la sicurezza dei fedeli persiani, ma non è stato raggiunto un accordo. Così, a maggio, gli ayattolah hanno annunciato che nessun iraniano avrebbe partecipato al pellegrinaggio, accusando i sauditi di incompetenza. Già allora si intuiva che il diverbio religioso non era che un capitolo di quello politico e geopolitico, ma nei giorni scorsi si è avuta la conferma.

SCIITI E SUNNITI. Iran e Arabia Saudita rappresentano le due anime dell’islam: il paese degli ayatollah guida il fronte sciita (il 95 per cento della popolazione è sciita), mentre quello degli sceicchi guida il fronte sunnita (il 90 per cento della popolazione è sunnita). Le divisioni religiose tra sciiti e sunniti non fanno che riflettersi in politica estera, dove i due paesi giocano sempre su tavoli opposti e si contendono di fatto il ruolo di potenza principale del Medio Oriente.

SIRIA E IRAQ. L’Arabia Saudita cerca di defenestrare lo sciita Bashar al-Assad in Siria, sostenuto dall’Iran, mentre l’Iran appoggia i ribelli sciiti Houthi in Yemen, che combattono il governo sunnita, appoggiato dall’Arabia Saudita. Gli sceicchi finanziano milizie jihadiste sunnite tra Siria e Iraq, mentre gli ayatollah inviano reparti delle Guardie rivoluzionarie per combatterle, alleandosi a volte con la Russia e a volte perfino con gli Stati Uniti.

«PICCOLI SATANA». Nel pellegrinaggio rituale, che comincia sabato 10 settembre, i due paesi più rappresentativi dell’islam hanno trovato un’ottima scusa per usare la religione per combattersi a vicenda. Così, il 5 settembre, il grande ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran e degli sciiti, ha definito i sauditi «infedeli e blasfemi, piccoli Satana nelle mani degli Stati Uniti».

«NON SIETE MUSULMANI». La risposta del più importante religioso saudita, una delle massime autorità del mondo sunnita, il Gran muftì Shaykh Abdul Aziz ibn Abdullah, lo stesso che vorrebbe distruggere tutte le chiese del Golfo, non si è fatta attendere: «Dobbiamo capire che non sono musulmani», ha detto riferendosi agli sciiti iraniani, «figli di Magi», e la «loro ostilità verso il vero islam risale molto indietro nel tempo». Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha ribattuto subito sottolineando la differenza tra «l’islam degli iraniani e della maggior parte dei musulmani, rispetto all’estremismo fanatico» dei wahabiti sauditi, i veri «predicatori del terrorismo».

USO POLITICO DELLA RELIGIONE. L’Iran ha anche proposto di togliere all’Arabia Saudita la gestione del pellegrinaggio. Anche questa richiesta religiosa è in realtà politica: re Salman, il leader saudita, si fregia del titolo di «Custode delle due sacre moschee», la Grande moschea della Mecca e quella di Medina (la prima costruita da Maometto). È su questo titolo, oltre che sul petrolio, che l’Arabia Saudita ha costruito la sua autorità morale, religiosa e politica nel mondo (non solo islamico). Togliere a re Salman la gestione del pellegrinaggio alle due moschee significa togliergli ogni legittimità spirituale e terrena.

RELIGIONE IN GUERRA. L’uso della religione come arma politica da parte dell’Iran contro l’Arabia Saudita è una sorta di legge del contrappasso per gli sceicchi. È dall’inizio della guerra in Siria, infatti, che i sauditi per delegittimare Assad negano ai siriani i visti per recarsi nella città santa musulmana. Se anche nel mondo non è in atto una guerra di religione, di sicuro l’islam è una religione in guerra.

Foto Ansa

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4 Commenti

  1. Freddy scrive:

    E di fronte a tutto questo marasma in cui non ci si capisce niente, Obama ha pensato bene di nominare come nuovo giudice federale un musulmano (sciita o sunnita non so, ma è indifferente).
    Siamo pazzi a non capire che ci stiamo portando in casa un problema enorme (l’islam in quanto tale).

  2. Sebastiano scrive:

    Eh che diamine…si tratta di uno scambio di cortesie fra amiconi.

  3. felpa scrive:

    Già. Come si amano tra musulmani….(sarcasmo).

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