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«La guerra con l’Isis la stiamo vincendo, ma abbiamo bisogno di aiuti economici»

marzo 29, 2016 Rodolfo Casadei

Intervista al ministro per gli Affari esteri del Governo regionale curdo. «Il pericolo che minaccia il Kurdistan iracheno non è l’Isis, è la crisi economica»

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DAL NOSTRO INVIATO IN KURDISTAN (IRAQ) – «Il pericolo che minaccia il Kurdistan iracheno non è l’Isis, è la crisi economica». Il ministro per gli Affari esteri del Governo regionale curdo (Krg) vuole stupire l’interlocutore con un paradosso. O forse vuole dire esattamente quello che dice. In dieci anni che capeggia il dipartimento da lui stesso creato, Falah Mustafa Bakir non si è mai trovato in tempi duri come quelli presenti. Negli ultimi sei mesi l’amministrazione pubblica ha pagato solo uno stipendio ai suoi dipendenti: impiegati, personale scolastico e sanitario, operai dei lavori pubblici. Se si considerano anche i peshmerga, nel Kurdistan iracheno i dipendenti pubblici sono 400 mila per una popolazione di 5 milioni di abitanti (senza contare i profughi e gli sfollati che negli ultimi dodici-tredici anni ondata dopo andata si sono installati nel Kurdistan iracheno). Costano più di 800 milioni di dollari al mese, e da tempo l’amministrazione non può più permettersi questa spesa.

Da quando il governo centrale ha smesso di trasferire il 17 per cento del bilancio federale al Krg nel febbraio 2014, ma soprattutto da quando il prezzo del petrolio, unica vera fonte di entrate da esportazione della regione, è crollato passando in pochi mesi da 110 a 30 dollari al barile. All’inizio infatti il Krg suppliva ai mancati trasferimenti federali aumentando le esportazioni autonome dei giacimenti presenti sul suo territorio (l’esportazione indipendente di petrolio curdo è stato il casus belli che ha spinto l’allora primo ministro al Maliki a non versare più la quota concordata del bilancio nazionale).

I rapporti con la Turchia sono buoni, e ciò permette ai curdi iracheni di esportare il loro petrolio attraverso il territorio turco fino al porto di Ceyhan, fatti salvi gli attentati dell’Isis e di altre forze più o meno oscure contro l’oleodotto che da Kirkuk arriva al mare Mediterraneo. Ma la repentina discesa del prezzo del barile ha creato nei conti pubblici una voragine da 310-320 milioni di dollari al mese. Le conseguenze sono il mancato pagamento degli stipendi nel settore pubblico (con la parziale eccezione dei peshmerga e dei medici ospedalieri, che normalmente non sono in ritardo di più di uno o due mesi sul salario), la sospensione dei progetti infrastrutturali finanziati dal governo regionale (si calcola che nel solo 2015 ne siano stati sospesi 6.000), il crollo del mercato immobiliare, con flessioni fantascientifiche dei prezzi anche del 300 per cento, e massicci licenziamenti nel settore privato.

Karwan è un consulente del dipartimento per gli Affari esteri proveniente dal mondo del business: commercio di prodotti agro-zootecnici, e lavora anche al ministero non per avidità ma per mettere insieme uno stipendio vero, dopo che la crisi ha affossato la sua attività: «In un anno abbiamo dovuto licenziare i due terzi dei dipendenti, è crollato il consumo interno e non ci sono stati rinnovati i contratti con le regioni arabe». Fra le fila dei lavoratori dei dipartimenti del Krg il doppio lavoro non è affatto un’eccezione, per necessità e non per avidità: gli autisti la sera fanno le guardie private davanti a hotel e ristoranti, le impiegate fanno anche le commesse sfruttando orari part-time. A Erbil le proteste di piazza sono rare, ma a Suleymania e in altre località ci sono stati scioperi e blocchi stradali, animati anche da peshmerga furiosi per il ritardo dei loro stipendi. Ministri e direttori generali del settore pubblico si sono tagliati i ricchissimi stipendi del 40 per cento per mostrare la loro sensibilità verso i più colpiti dalla crisi. Ma il malcontento cresce, e da sociale rischia di diventare politico. A Erbil il volto più visibile della crisi è rappresentato dalle centinaia di edifici in costruzione che ingrigiscono nella stasi dei lavori. Le fughe prospettiche di gru e di betoniere parcheggiate a decine negli spiazzi prospicienti gli edifici in costruzione hanno l’immobilità straniante e l’assenza di presenza umana di un dipinto metafisico di De Chirico.

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«Se la crisi economica continua, anche la situazione militare ne sarà influenzata negativamente. Se la demotivazione colpisse i ranghi dei nostri combattenti, perderemmo i territori riconquistati e sarebbero a rischio tutti gli altri», dice Falah Bakir. Gli si fa notare che in realtà, a parte la città di Sinjar con la strada che porta in Siria e qualche villaggio del distretto di Telkeff a nord-ovest di Mosul, i peshmerga e i loro alleati non hanno riconquistato altro dai giorni dell’offensiva del Daesh nell’agosto 2014. Nonostante l’esercito iracheno abbia aperto un fronte all’altezza di Makhmour, a sud-ovest di Erbil, e nonostante le scaramucce quotidiane lungo tutta la fascia a nord di Mosul, la riconquista della grande città del nord sembra davvero di là da venire, e quella delle cittadine cristiane e yazide della sovrastante Piana di Ninive un sogno che avvizzisce mese dopo mese, e che spinge all’esodo fuori dai confini iracheni decine di migliaia di abitanti di quelle località, esasperati dalla vita nei centri per profughi. «Abbiamo già le forze per riconquistare tutte le località cristiane e yazide della piana di Ninive, ma non lanciamo l’offensiva perché senza la contemporanea caduta di Mosul sarebbe un’operazione inutile e sanguinosa, uno spreco di vite umane e di risorse militari», asserisce il ministro. E dà la sua spiegazione: «Riconquistare Bartellah, Bakshikah, Qaraqosh, Batnaya e Telkeff adesso non serve a nulla. Non potremmo farci tornare la gente fino a quando Mosul è nelle mani dell’Isis: da lì i jihadisti possono compiere continuamente incursioni contro i villaggi o bombardarli con le loro artiglierie e mortai. Stiamo aspettando che l’esercito di Baghdad e la coalizione internazionale schierino una forza importante per attaccare Mosul, a quel punto anche noi faremo la nostra parte».

Falah Bakir esprime gratitudine per gli aiuti militari finora forniti, ma non soddisfazione: «Siamo grati per l’impegno dell’Italia nella cooperazione militare con le forze del Krg, per i consiglieri e gli istruttori che avete mandato, e per i rapporti politici che si sono creati negli ultimi due anni con scambi di visite istituzionali ad alto livello, ma non posso non dire che le nostre necessità sono più grandi della risposta che abbiamo finora avuto. Con le armi e le attrezzature attuali, i peshmerga sono esposti a rischi altissimi. Il Daesh ci attacca con armi chimiche. Abbiamo bisogno di attrezzature per proteggerci da quello e da altri rischi».

Mentre combatte con l’Isis e fa fronte a una crisi economica senza precedenti, il Governo regionale curdo si trova a gestire l’emergenza di 1,8 milioni di sfollati interni e profughi da altri paesi (specialmente Siria) che hanno trovato rifugio sul suo territorio, e insieme equivalgono a un terzo della popolazione locale. «L’assistenza a loro dovrebbe essere responsabilità del governo centrale, ma da Baghdad arriva molto poco. Noi facciamo quello che possiamo, ma senza l’intervento degli enti delle Nazioni Unite e delle Ong internazionali, questa gente sarebbe alla fame e afflitta dalle malattie. Nei primi mesi dell’esodo, lei lo ha visto, i curdi aiutavano spontaneamente questa gente portando cibo, materassi e ogni aiuto possibile agli sfollati. Ma adesso sono diventati poveri anche loro. Perciò il mio appello è il seguente: 1,8 milioni di profughi e sfollati hanno bisogno dell’aiuto internazionale finché le loro terre non saranno liberate dall’occupazione del Daesh. Ma ci sono anche 5 milioni di curdi che hanno bisogno di aiuti finanziari internazionali se non vogliamo che l’amministrazione pubblica vada in fallimento. Se questo succede, ci saranno ricadute sulle capacità militari dei peshmerga, e rischieremo di perdere la guerra col Daesh, proprio quando possiamo vincerla».

I precedenti articoli del reportage:

Vivere il Venerdì Santo a Erbil nel campo profughi cristiano

La croce, l’arma dei monaci del monastero di Mar Mattai


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3 Commenti

  1. soldo says:

    Crisi economica anche in Siria:

    srive “Il giornale”:
    <>

    E l’Europa vuole dare 6 miliardi alla Turchia.

    • soldo says:

      srive “Il giornale”:
      …Ha poi aggiunto il presidente siriano che l’ondata migratoria che ha colpito la Siria è dovuta non solo “al terrorismo e alla questione della sicurezza” ma anche “alle SANZIONI introdotte dall’Occidente contro la Siria”.
      “In molti ha detto hanno lasciato aree dove il terrorismo non c’è per colpa delle condizioni di vita. Ecco perché noi, in quanto Stato, dobbiamo fare passi avanti, almeno a livello base, per migliorare la situazione economica e il settore dei servizi. Ed è quello che stiamo facendo in termini di ricostruzione, ancora prima che la crisi sia finita, così da ridurre i flussi migratori”…

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