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Guatemala, El Salvador e Honduras: ecco la zona più mortale del mondo

luglio 26, 2011 Rodolfo Casadei

Il triangolo della morte è costituito dai tre paesi, che sono il primo, il secondo e il quinto paese del mondo per numero di omicidi in rapporto agli abitanti. La causa è l’ingresso nella regione dei cartelli messicani del narcotraffico. Il presidente guatemalteco Alvaro Colom ha chiesto l’istituzione di «una forza in stile Nato» dei paesi dell’America centrale per combatterli

«Il triangolo settentrionale di Guatemala, El Salvador e Honduras è la zona più mortale del mondo, ed è molto più pericolosa di teatri di guerra attivi come l’Iraq e l’Afghanistan». A dirlo non è un pincopallino qualsiasi, ma il comandante in capo del Comando meridionale degli Stati Uniti, il generale Douglas Fraser. Le statistiche più recenti sui tassi di omicidio sembrano dargli ragione: El Salvador, Honduras e Guatemala sarebbero, nell’ordine, il primo, il secondo e il quinto paese del mondo con la più alta percentuale di omicidi in rapporto al numero di abitanti (71, 67 e 46 delitti di sangue ogni 100 mila cittadini).

A far precipitare una situazione dell’ordine pubblico già molto difficile sarebbe stato, negli ultimissimi anni, l’ingresso nella regione dei cartelli messicani del narcotraffico. L’esodo di queste grandi organizzazioni criminali verso sud si spiegherebbe con la guerra senza quartiere loro dichiarata dallo Stato messicano sotto la presidenza di Felipe Calderon. Secondo il governo di Città del Messico l’ecatombe di 40 mila morti negli ultimi quattro anni nel paese sarebbe la testimonianza non di una mancanza di controllo della situazione da parte delle istituzioni, ma del fatto che lo Stato sta combattendo seriamente il fenomeno del narcotraffico come prima non era stato fatto. A questo proposito si sottolinea che negli ultimi quattro anni le forze dell’ordine, nonostante i palesi limiti di cui spesso si parla (disorganizzazione, corruzione, ecc.), sono state capaci di arrestare o eliminare 21 dei 37 capi di cartello più pericolosi.

Effettivamente alcune delle bande più pericolose hanno trasferito interi settori delle loro attività nell’istmo centramericano. È il caso delle “zetas”, che indisturbate hanno creato basi e campi di reclutamento e addestramento nella giungla della regione del Peten, in Guatemala; in Honduras già nel 2009 il cartello messicano di Sinaloa è stato in grado di uccidere, per il tramite di elementi locali, il capo della Dea honduregna generale Julian Aristides Gonzalez. Quanto questi paesi si sentano soverchiati dal fenomeno lo si intuisce dalle loro reazioni. Il presidente guatemalteco Alvaro Colom ha chiesto, in un’intervista al Financial Times, l’istituzione di «una forza in stile Nato» dei paesi dell’America centrale e dei loro vicini del nord e del sud incaricata di combattere le bande criminali attraverso le frontiere della regione.

In Honduras il parlamento ha votato quasi all’unanimità una riforma della Costituzione che permette la creazione nel paese di “città modello”, improntate alle “charter cities” teorizzate dall’economista americano Paul Romer: zone urbanizzate dotate di regimi speciali, dove vigono leggi sulle imprese e sul lavoro diverse dal resto del paese, la magistratura è scelta localmente e distinta da quella nazionale, e le autorità locali possono concludere anche trattati internazionali che hanno solo bisogno dell’approvazione a maggioranza semplice del parlamento nazionale. In teoria da domani imprenditori e operai honduregni potrebbero andare a vivere e lavorare in una zona economica speciale dove la legge e la sicurezza sarebbero garantite da forze militari internazionali, sempre ammesso che riescano a stringere accordi con paesi stranieri o enti multilaterali.

Si stima che attraverso i paesi dell’istmo passi ogni anno l’80 per cento della cocaina destinata al mercato degli Stati Uniti, per un valore pari a 40 miliardi di dollari: è più o meno l’equivalente del Pil annuale di ogni paese della regione; per esempio il Pil del Guatemala nel 2010 è stato di 41 miliardi di dollari. Il reddito pro capite locale è di norma un terzo di quello messicano, la povertà è più diffusa, i tassi di disoccupazione sono molto alti e riguardano fasce di popolazione a rischio: ex militari vittime della smobilitazione delle forze armate col ritorno alla democrazia negli anni Novanta e giovani attratti nell’orbita delle “maras”, le bande giovanili centramericane che negli ultimi anni hanno creato “succursali” fra gli emigrati latinos negli Usa. Già si segnala l’ingresso di ex militari delle forze speciali guatemalteche nelle “zetas” (che hanno la stessa origine) e l’utilizzo dei giovani delle “maras” per compiti di secondo livello nel contesto del narcotraffico. Gli osservatori temono che nel tempo si riproducano le dinamiche viste all’opera in Messico, coi corrieri locali che scendono in guerra contro le organizzazioni che li hanno assunti per impadronirsi direttamente dei traffici. Si tenga presente che la consistenza delle sole “maras” nei paesi centramericani è stimata in 70 mila unità.

Attualmente l’84 per cento degli 1,6 miliardi di dollari stanziati dalla cosiddetta Iniziativa di Mérida, il programma per la lotta al narcotraffico in Messico e nell’America centrale finanziato dagli Stati Uniti, vanno al paese di Felipe Calderon. Per evitare il collasso della sicurezza e dell’ordine pubblico nel triangolo Guatemala-El Salvador-Honduras è necessario che Washington rimodelli le proporzioni o che aggiunga nuove risorse.

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