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“Guantanamo non è a Cuba, è in Italia”: in piazza i direttori di carceri

luglio 7, 2011 Chiara Rizzo

Cronaca della manifestazione di 100 direttori (su 200) delle carceri e dell’ufficio esecuzione penale esterna per la situazione dei pentinziari: 67 mila detenuti per una capienza di 45 mila posti. Il direttore Sbiglia: «Nelle carceri un perverso concetto di uguaglianza, per cui tutti dentro devono soffrire». Da domani in edicola l’inchiesta di Tempi sullo stato delle carceri

«C’è per le carceri italiane un perverso concetto di uguaglianza, per cui tutti dentro devono soffrire». Parola di Enrico Sbriglia, che da solo dirige i penitenziari di Trieste, Udine e Gorizia, e che ha organizzato come segretario nazionale del Sidpe (il sindacato maggioritario dei direttori delle case di detenzione) una manifestazione in corso in queste ore a Roma, per denunciare la situazione allarmante delle carceri.

Il grido in piazza è «Guantanamo è in Italia, non a Cuba»: e a dirlo sono proprio un centinaio di direttori. «È una partecipazione significativa – spiega Sbriglia telefonicamente a Tempi.it, proprio durante la manifestazione – perché in piazza in questo momento siamo esattamente la metà di tutti i direttori di carceri e di Uffici dell’esecuzione penale esterna (Uepe). Un centinaio di persone sulle duecento totali che hanno preso un giorno di congedo dal lavoro, proprio per esprimere una grande indignazione per un governo che ha ridotto lo Stato in una condizione così precaria. Noi direttori del carcere e dell’Uepe non abbiamo più un contratto, né regole, da ben quattro anni. Questa situazione di totale abbandono fa il paio con la totale assenza di attenzione per il mondo delle carceri, per le persone detenute e per le persone che in carcere lavorano: educatori, polizia penitenziaria, psicologi e volontari».

Nel corso della manifestazione vengono consegnate copie dell’ordinamento penitenziario (del 2000) listato a lutto, perché, come spiega Sbriglia, «non c’è norma che abbia trovato concreta attuazione». Così il direttore ha raccontato alla trasmissione Radio Carcere di Radio radicale: «Il regolamento del 2000 non ha mai trovato gambe, braccia, occhi: vogliono fare carceri dentro le carceri. Ma all’interno dei penitenziari ci sono comunità di persone. È già sbagliato il concetto di gestire le persone ma se almeno riuscissimo ad attuare questo lavoro con il conforto di norme attuate, sarebbe un grosso passo avanti». Purtroppo l’esecuzione della pena in Italia, oggi, non solo è al di là di ogni condizione umana (67 mila persone detenute secondo i dati ufficiali, contro una capienza di 45 mila posti: l’amnistia è oggi un passo essenziale e decisivo), ma trascura del tutto quello che dovrebbe essere il suo obiettivo principale, la rieducazione della persona detenuta.

Un percorso che si potrebbe attuare attraverso un reinserimento nella società come previsto dalla Legge Gozzini, che dà la possibilità di avere permessi per il lavoro esterno, o l’affidamento ai servizi sociali per svolgere attività utili alla comunità: nel 94% dei casi, secondo le statistiche ufficiali del ministero della Giustizia, quando queste misure alternative sono concesse, si concludono positivamente. Eppure i magistrati di sorveglianza, che possono scegliere in modo arbitrario se concedere queste misure o meno, tendono a farlo estremamente di rado, anche di fronte all’esistenza dei requisiti previsti dalla legge. Inoltre, contrariamente all’immaginario collettivo, in carcere le persone detenute fanno di tutto per lavorare, come dimostrano ancora una volta i dati ufficiali (nel solo 2010 hanno lavorato per l’amministrazione carceraria 12 mila persone detenute, e altre 2 mila persone per datori privati esterni o addirittura hanno lavorato in proprio): eppure nuove falle si aprono proprio rispetto al tema del lavoro in carcere, con la fine, a metà anno, dei fondi previsti dalla legge Smuraglia per le cooperative sociali che assumono persone detenute.

Di questi temi si parlerà in dettagliate inchieste nel prossimo numero di Tempi, in edicola il 7 e l’8 luglio.

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