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Crisi Grecia, raggiunta l’intesa. «Quale intesa, scusi? Qui si rischia una guerra economica»

luglio 14, 2015 Gianluca Salmaso

Intervista a Oscar Giannino: «Non so come farà Syriza, che ha vinto un referendum proponendo “mai più accordi capestro”, ad accettarne uno simile. E non è credibile che si risani un paese senza manifattura con 320 miliardi di debito e 180 di Pil»

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«Non si tratta di dare ragione o meno a Tsipras, ma di capire che finché saremo in balìa della discrezionalità nelle trattative europee non andremo da nessuna parte». Oscar Giannino non ha dubbi su dove alberghi il nodo gordiano della questione greca e del perché non sarà sufficiente questo ennesimo accordo per venirne a capo.
Da anni si consuma la tragedia che vede da una parte il debitore greco incapace di saldare i suoi prestiti, e dall’altra i creditori prima propensi a punirlo e poi disposti a salvataggi da scavezzacollo in extremis. Anche gli accordi raggiunti tra la notte di sabato e la mattina di lunedì non sarebbero che un palliativo, una toppa troppo piccola per coprire la falla che continua ad allargarsi, tra un debito non più sostenibile e una miopia generale che si ostina a non volerne vedere i rischi.

Giannino, come vede l’intesa raggiunta tra i capi di Stato della zona euro sulla Grecia?
Non riesco a giudicarla col metro degli opposti estremismi: Europa di qua, democrazia di là. Questi accordi prevedono alcune cose radicalmente diverse da quanto emerso nel recente referendum e delle altre magari di buon senso, ma che dubito il parlamento greco recepirà in tre giorni senza scossoni. Purtroppo l’Unione Europea dal 2008 non riesce a capire come deve affrontare le crisi: non si vuole rendere conto che l’unico modo per venire a capo di queste problematiche è dandosi regole comuni di principio generale.

L’Europa sembra fatta unicamente per regolamentare tutto lo scindibile.
Intendiamoci, parlo di regole semplici e chiare per affrontare le crisi dei debiti sovrani. Non è ottemperata un’uscita dall’euro con procedure concordate per minimizzare i danni, una “quarantena” seguita ad un fallimento, una ristrutturazione con ancora minori aiuti e condizionalità nel caso in cui si voglia uscire dall’euro ma restare nell’Unione Europea… Uno deve sapere a cosa va incontro prima di fare una qualsiasi scelta, il metodo europeo è invece quello di risolvere queste problematiche caso per caso con procedure inter-statali e questo non può che generare attriti.

Che tipo di attriti?
È sotto gli occhi di tutti che le tensioni degli ultimi mesi abbiano rinfocolato due bracieri sempre vivi: da una parte reazioni di tipo nazionalistico, e dall’altra il ricorso ad un ampio margine di discrezionalità. Se noi a un’elevata discrezionalità politica aggiungiamo una solvibilità che, nel caso greco, è dubbia fin da marzo, le fratture che si creano non possono che essere dolorose per l’eurozona. Non dimentichiamo che il Novecento con le sue tragedie è figlio del nazionalismo esasperato. Ora magari non rischiamo una guerra, ma una guerra economica sì, pagata da disoccupati e meno tutelati.

Alla luce dell’accordo di ieri notte, che scenario ci si prospetta all’orizzonte?
Quale accordo, mi scusi? Perché da una parte c’è Tsipras che annuncia un taglio del debito e dall’altra gli si fa eco dicendo che di “haircut” non se ne parla. Non mi sembrano le migliori premesse di un accordo che, ripeto, deve essere ancora ratificato dal parlamento greco con tutti i rischi del caso. Non so come farà il parlamento di Atene, Syriza stessa che ha appena vinto un referendum proponendo “mai più accordi capestro”, ad accettarne uno simile. Dovrebbero andare dagli elettori e dire: scusateci, avevamo sbagliato. Ci siamo sbagliati persino a farvi fare un referendum, sbagliati su tutto: non possiamo mantenere gli sgravi fiscali, ciò che per mesi abbiamo sostenuto non stava in piedi, e ora dobbiamo ratificare il tutto con una raffica di voti in aula da fare avere all’Europa entro mercoledì.

I greci però qualcosa di sicuro l’hanno sbagliato.
I greci sono stati abituati dall’Europa ad utilizzare male l’euro, questo è fuori di dubbio. Hanno raddoppiato i dipendenti pubblici aumentando loro le retribuzioni. Il modello greco, se di modello si può parlare, si è retto negli ultimi anni su una bolla immobiliare incredibile, che prima o dopo doveva scoppiare, ma che negli anni dal 1985 al 2015 ha visto la spesa pubblica eccedere alle entrate di oltre 10 punti di Pil l’anno per 13 volte in 30 anni. Hanno vissuto oltre le loro possibilità.

Ma la Grecia di oggi può ripagare i buchi di quella di ieri?
La Grecia di oggi non è un paese risanato, non può esserlo con 80 miliardi di euro di imposte a ruolo non riscosse su 180 miliardi di Pil. È piuttosto un paese che ha bisogno di un restauro profondo, un vero programma di “nation building”, e che invece ha anche mandato in fumo la debole crescita di inizio anno con le recenti instabilità. Non è credibile che un paese con 320 miliardi di debito e un deficit della bilancia commerciale dei pagamenti pari al 12 per cento del Pil si risani potendo contare su un Pil di 180 miliardi che rischia di essere prossimo ai 170 alla fine dell’anno. Un paese praticamente senza manifattura e con ridottissimo export.

Non stupisce che la Grecia con le sue controproposte risulti particolarmente invisa ai debitori.
Ma non solo ai debitori, perché non c’è solo la Germania contro la Grecia. Come reagirebbero il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda, i paesi baltici e tutti quegli stati che hanno fatto riforme “lacrime e sangue” in questi anni? Come reagirebbero i nostri esodati che hanno subìto la riforma Fornero? Il vero problema sarebbe spiegare a tutta questa gente che invece di tagliare la spesa pubblica avrebbero potuto usare la cura ellenica. Il paradosso della faccenda deriva dal fatto che la politica europea ha avuto tanto, troppo margine di discrezionalità nel fare e disfare accordi a proprio uso e consumo sul singolo caso nazionale in esame.

Foto Ansa/Ap


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10 Commenti

  1. Cisco scrive:

    Guerra economica? Qui la Grecia rischia la guerra civile…

  2. Massimo scrive:

    Mi meraviglio del fatto che una rivista seria come tempi dia spazio ad un clown come Giannino. Una persona falsa e ingannatrice che ha causato solo danni e poi come economo non e credibile.

    • doroty scrive:

      Sara’ pure un clown come dici tu, ma le cose che ha scritto lui le avevo pensate anche io che sono solo una che cerca di far quadrare il proprio bilancio familiare e deve decidere in ogni momento cosa e’ necessario acquistare e cosa si deve tralasciare perche’ se 100 sono le mie entrate da pensionata, 100 e non un centesimo di piu’, devono essere necessariamente le mie uscite. Se io contraggo un debito devo valutare attentamente se saro’ in grado di onorarlo altrimenti il mio debito andra’ necessariamente a carico di qualcun altro mettendolo in difficolta’ ed io ritengo questa cosa assolutamente immorale. Ritengo anche che una
      diversa politica europea non avrebbe permesso alla Grecia, ma nemmeno a noi italiani di indebitarci fuori misura vivendo al di sopra delle nostre possibilita’. Aggiungo anche che e’evidente che abbiamo una classe politica non all’altezza della situazione e che guarda piu’ al consenso personale che all’interesse del paese. Per me un politico deve gestire il patrimonio della comunita’ con l’oculatezza che userebbe per i beni propri dicendo di no quando e’ necessario dire di no anche se questo e’ impopolare.

    • Andrea UDT scrive:

      Giannino ha commesso un errore, una grave scorrettezza millantando titoli di studio che non aveva.

      Questo non toglie che la sua analisi sul caso in questione è argomentata, ed anche bene a mio parere.

      Vuole la sua morte civile? La gogna? Ridurlo al silenzio per sempre?

      Chi sbaglia paga, ma il pagamento deve essere proporzionato al danno.

  3. Andrea UDT scrive:

    Io so solo una cosa: se compro azioni investo in un capitale a rischio. Se sbaglio nessuno mi salva o spalma i miei debiti.

    Le banche investono soldi, ed è una operazione a rischio. Non capisco perchè per loro non valgano le stesse condizioni per i privati cittadini, visto che sono private anche le banche.

    Quello che poi non tollero è che loro, i banchieri, le informazioni le hanno. Guarda caso nel caso Parmalat deutsche bank piazzò in maniera aggressiva i titoli “tossici” rifilandoli ad altri poco prima del disastro.

    E non serve essere banchieri o nobel di economia per capire certe cose.

    Bene quello che dice Giannino, ma la finanza la passa sempre liscia… …e i debiti vengono sempre rispalmati sui poveri cristi.

    • Filippo81 scrive:

      Infatti, Andrea, le grosse banche d’affari rischiano ,,,,,,se va bene i relativi azionisti gonfiano ulteriormente i loro già robusti conti correnti, se va male Stati o privati devono metterci una pezza.Oligarchia allo stato puro.

    • jb Mirabile-caruso scrive:

      Andrea UDT: “Io so solo una cosa: se compro azioni investo in un capitale a rischio. Se sbaglio
      ……………….nessuno mi salva o spalma i miei debiti”……………………………………………….

      Una semplice – forse anche innocente – domanda per Lei, signor Andrea UDT: se Lei investe in un capitale a rischio, si è mai posta la domanda su quali siano le implicazioni ETICHE e MORALI inerenti a questa Sua scelta, indipendentemente dal risultato?

      Cordialmente.

  4. Igor Guerra scrive:

    Il vero errore della Grecia è stato di pensare che un accordo era possibile, che si poteva dire di no a Schauble restando nell’euro. L’euro è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale, ficcatevelo in testa. Io voglio che l’Italia sia libera e chiunque appoggi l’Europa è un traditore e un nemico.

    • Filippo81 scrive:

      Infatti , Igor, uno dei grossi problemi dell’Europa è proprio l’eurozona e la relativa mancanza di sovranità monetaria delle varie Nazioni .

    • jb Mirabile-carusob scrive:

      Igor Guerra: “Io voglio che l’Italia sia libera e chiunque appoggi l’Europa è un traditore e un nemico”…..

      Molto più verosimilmente, signor Guerra, più che “traditore” e “nemico” un Italiano che appoggia l’Europa è un SERVO il cui servilismo è così cristallizzato nel suo dna che l’idea di libertà gli causa terrore!

      Il vero problema di fondo della nostra etnia – in cui affonda le radici la moltitudine di ‘effetti’ universalmente scambiati per ‘causa’ – è proprio questo nostro congenito SERVILISMO: o lo affrontiamo ‘culturalmente’ – almeno come primo intervento – sui banchi della Scuola Pubblica a cominciare dai bambini della scuola materna, oppure noi rimarremo SERVI per millenni a venire, perché questo male non solo ce lo trasmettiamo di generazione in generazione geneticamente, ma – come se questo non bastasse – i genitori lo rafforzano nei loro figli anche culturalmente.

      È l’ora che quei pochi della Società Civile che sono coscienti di questa immane TRAGEDIA si diano una buona mossa, che si costituiscano in un Movimento di pensiero ed agiscano a porre in atto una Rivoluzione Culturale diretta ai bambini, ai ragazzi e agli adolescenti con i nuovi mezzi di comunicazione oggi disponibili.

      Cordialmente.

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