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Il Grande Sceriffo all’asilo

novembre 24, 2016 Caterina Giojelli

Una proposta di legge vorrebbe far installare le telecamere nelle materne e nei centri anziani per evitare violenze. La risposta sbagliata a un problema reale. Parla la psicologa Vittoria Maioli Sanese

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sorvegliare e punire: a tanto siamo arrivati? Con 279 voti a favore, 22 contrari e 69 astenuti il 19 ottobre scorso la Camera ha dato il via libera a una proposta di legge che consente l’installazione di telecamere a circuito chiuso negli asili e nelle strutture socio assistenziali per anziani e disabili pubbliche e private. Il testo unico approvato dall’Aula è il frutto di un’intesa bipartisan (relatori Gabriella Giammanco di Fi e Antonio Boccuzzi del Pd) raggiunta a Montecitorio sulle diverse iniziative depositate in commissione, almeno una dozzina di proposte di legge trasversali e numerosi interventi del Garante della privacy, ma anche del grande sdegno nei confronti di educatori e personale violento suscitato dai casi di cronaca. Petizioni con migliaia di firme hanno chiesto l’installazione di telecamere, dopo che stampa e Tv hanno a più riprese proposto frame di bimbi costretti a rimangiarsi il cibo sputato, chiusi in stanzini bui, umiliati, strattonati, perfino morsicati dagli educatori e di anziani legati e maltrattati in case di riposo “lager”.

Ecco quindi una legge che aggira anche le obiezioni sul fronte della privacy: nessuno, spiega il testo, tranne il pm o la polizia giudiziaria su sua delega, potrà avere accesso alle immagini criptate se non in caso di segnalazione o di denuncia. E l’installazione delle telecamere sarà possibile soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali e senza oneri aggiuntivi per lo Stato. Il provvedimento si occupa anche di “formazione” e delega il governo ad «adottare un decreto legislativo in materia di valutazione attitudinale nell’accesso alla professioni educative e di cura», in una parola test psico-attitudinali, «nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture».

Queste telecamere sono solo un deterrente o servono a qualcosa? Tranquillizzano i genitori? Certo, a Ravenna la sperimentazione (poi interrotta) del nido privato “I Pargoli” che prevedeva un circuito di webcam che consentiva a madri e padri di seguire la giornata dei figli, era stata un successo. Ma a telecamere spente ci si chiede se sull’ossessione del controllo a vista non vada a costituirsi un’inquietante società spiona. Soprattutto nei luoghi dell’educazione. «L’intenzione di essere nella vita e partecipare alla vita dei propri figli, è buona, ma il metodo e la risposta data da questa legge è completamente deviante, ci porta da un’altra parte. Essere protagonisti attivi della vita di un bambino 24 ore su 24 non significa essere videosorveglianti h24», ci dice Vittoria Maioli Sanese, psicologa della coppia e della famiglia e autrice di numerosi libri sulle tematiche più essenziali che caratterizzano la relazione genitore-figlio.

Parliamo degli asili, i promotori della legge assicurano: non sarà un Grande Fratello ma un occhio discreto.
Non sarà un Grande Fratello perché sarà un Grande Sceriffo: il tema è quello del controllo che nasce dalla presunzione che siccome il male c’è dobbiamo dotarci di un ispettore tecnologico per catturarlo e portarlo in tribunale. Non è così: l’occhio su tutto non evita il “reato”, si limita a registrarlo, e chi compie il male lo farà al di là delle telecamere. Non sto ridimensionando le preoccupazioni dei genitori che ci sono e sono reali: i casi di bullismo e violenza psicologica sui bambini, di educatrici che faticano a controllare la propria rabbia e puniscono i piccoli, sono molto più frequenti di quanto non racconti la cronaca. I genitori devono sapere interpretare i segnali che dà un bambino, che magari diventa triste o vive incubi frequenti durante la notte, e quando hanno dei sospetti rivolgersi alle autorità: è sempre stato così. Non credo che una telecamera possa rappresentare una prevenzione efficace, al contrario porta verso una pericolosissima deresponsabilizzazione del genitore. Siccome c’è un occhio vigile, che rappresenta un parziale deterrente ai soprusi sul mio bambino, vengo deresponsabilizzato non solo nella ricerca di un criterio che mi aiuti a capire meglio cosa sta vivendo il piccolo, ma anche nella ricerca di una risposta a quella che dovrebbe essere la prima preoccupazione verso scuole e asili: prima della paura, prima del sospetto, che cosa significa collaborare all’educazione di un bambino?

I filmati riproposti dai giornali sembrano però aver trasformato alcuni casi in un incubo possibile ovunque e in qualsiasi momento, che prende il sopravvento sulle preoccupazioni del genitore.
È così, ma questo perché oggi i genitori identificano il proprio compito con la cura, la protezione e il servizio permanente ai bisogni del figlio fin da neonato, andando troppo spesso “in delega” su tanti aspetti del rapporto: perfino all’educatore del nido chiedono “cosa devo fare?”, mentre dovrebbe essere il contrario. Proteggere e servire un bambino è la cosa meno genitoriale che esista perché vede il figlio guidare il genitore con i suoi bisogni e il genitore che va al traino, al servizio del figlio; la scuola, di contro, è vissuta come normativa, che detta leggi, chiede e impone al bambino. Altra cosa è esser protagonisti attivi e soprattutto autorevoli della sua vita e della sua crescita, capaci quindi di riconoscere che per sentieri diversi la scuola e la famiglia hanno lo stesso scopo e hanno lo stesso effetto: tutto quello che un genitore è nella vita, e un educatore è nella scuola, “passa” nel figlio affinché il figlio diventi se stesso. Questo è un rapporto generativo, “genera” l’identità del bambino, ed è la cosa più stupefacente del rapporto educativo. Ma perché questa collaborazione alla crescita del bambino avvenga è necessario il credito totale reciproco. Il rischio delle telecamere è deviare ancora di più il rapporto, far diventare scuola e famiglia antagonisti sconosciuti o nemici, anziché alleati con uno stesso scopo.

L’obiettivo della legge, dicono ancora i promotori, sarebbe solo quello di accorciare i tempi: solo le forze dell’ordine potranno visionare le registrazioni che saranno però immediatamente disponibili al momento della denuncia del genitore.
Le forze dell’ordine non hanno esperienza di educazione e insegnamento, ogni frame registrato può prestarsi a interpretazioni equivoche che richiedono comunque ulteriori indagini e accertamenti. Ripeto: la telecamera non risolve il problema. Ma devia verso un tipo di rapporto, quello del “controllo a vista”, che è da tribunale e deforma l’essenza stessa del rapporto tra genitori e figli e tra educatori e bambini che è sempre generativo. Questa deriva dei rapporti è pericolosa e si è già instaurata nelle famiglie, legittimando la caccia all’errore e la conseguente punizione anche al di fuori, nella scuola, con esiti paradossali: si è andata uniformando la figura del genitore con la figura dell’educatore, gli educatori mandano note e reprimende a casa spostando il carico di competenza della scuola ai genitori (“vostro figlio si è dimostrato inadeguato”), i genitori rispondono alla scuola, come abbiamo visto nel caso diventato mediatico della “mole di compiti a casa”, criticando gli strumenti educativi degli insegnanti che non sono competenza genitoriale (“siete inadeguati a mio figlio”). Da qui il passo verso la telecamera, mortificante il rapporto generativo tra soggetti educanti, è breve: il rapporto si fonda sulla possibilità del reato, dello scovare gli errori, e sulla deviazione delle responsabilità reciproche. E il bambino non ne esce immune.

Come si fa a recuperare la scuola come luogo di crescita?
In questi giorni si fa un gran parlare di dialogo: è la strada giusta, dobbiamo recuperare una corresponsabilità reale nell’educazione, perché il dialogo parte sempre da una domanda: qual è l’identità dei genitori e qual è l’identità della scuola? Avete scelto questa scuola perché avete pensato che fosse un ambiente adeguato ai vostri figli, sia per lo scopo sia per la preparazione? Cosa vuol dire collaborare per educare i ragazzi? Si tratta di identità diverse, ma se lo scopo è lo stesso, la collaborazione che si instaura tra scuola e famiglia cammina sulla profondità dell’essere: ascolto, desiderio di capire, rispetto, dignità reciproca. E il credito totale è il fondamento di una alleanza che diventa generativa, in cui è possibile affermare le differenze di cui un bimbo ha bisogno per crescere. Per questo la preoccupazione, buona, del genitore va accolta, ma la risposta della videosorveglianza è disastrosa ed è il frutto di una mentalità statale e dell’ideologia dei servizi che ancora una volta umilia e deresponsabilizza la famiglia. Allargo il discorso: io credo che la cultura di oggi abbia tolto ai genitori il potere decisionale riducendo la genitorialità a un servizio. Invece il genitore ha proprio questa autorevolezza, questa caratteristica di potere decisionale, si interroga sempre e ha la consapevolezza che ogni cosa che interroga la propria vita richiede una domanda alla ragione. Perché il buon proposito di avere una conoscenza maggiore di quello che vive il figlio a scuola genera ostacoli invece di collaborazione, ed è vissuto come ingerenza? Perché la responsabilità è costantemente umiliata? Perché il genitore è costretto ad andare in delega e rimanere nello stato di non pretendere più di un servizio? L’ipotesi di reato, la petizione per la videosorveglianza, viene quindi vissuta dal genitore come unico margine per far sentire la propria voce, esercitare il proprio ruolo. Ma non si recupera così autorevolezza nei confronti della scuola né all’interno della propria famiglia. Questa legge solleva un velo a 360 gradi sul problema educativo, sul rapporto scuola e famiglia, sul diritto all’assistenza e alla dignità delle persone. Siamo dentro a quelle che sono le strutture fondamentali del rapporto umano. Non parliamo di lavori, prestazioni, tecnicismi, parliamo di noi. Di quello che le telecamere non vedono.

Ha parlato di diritto all’assistenza e alla dignità delle persone: la legge prevede anche l’installazione di telecamere nelle strutture socio-assistenziali per disabili e anziani.
In questo caso la questione è totalmente diversa: non parliamo più di educazione, ma di cura e assistenza. È evidente che le telecamere sono un rimedio assolutamente parziale e funzionerebbero quasi esclusivamente da deterrente. Occorre quindi pensare ad una seria preparazione professionale e a strumenti selettivi del personale, compresa una formazione permanente e infine un controllo non delegato alle telecamere. Siamo già in una società dove il numero degli anziani è importante e sappiamo che è in crescita. Forse bisogna incominciare a pensare anche a specializzazioni universitarie e a disegnare servizi adeguati con una capacità di lettura del futuro. Se affrontiamo la questione anziani nella totalità di questioni e di bisogno che emergono, la telecamera appare come una pezza incollata pronta a strapparsi al primo urto. Veramente quando si tratta di bambini e di anziani la suggestione profonda riguarda proprio l’inizio e la fine del nostro esistere. Forse i momenti più delicati e importanti del nostro esistere e non solo per la fragilità: penso che l’immagine di un bimbo o di un anziano abbia un potere evocativo dentro ciascuno di noi potentissimo. Proprio per questo credo che il personale professionale dovrebbe essere al massimo della preparazione.

Foto Ansa

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