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Graceland di Paul Simon, un capolavoro lungo 25 anni

giugno 5, 2012 Carlo Candiani

Me lo ricordo come fosse oggi. Era l’autunno del 1986 e il giorno stesso in cui uscì nei negozi di dischi il nuovo Lp di Paul Simon, Graceland, corsi a comprarlo e una volta a casa lo piazzai sul piatto dell’hi-fi per godermelo tutto. Ma quale emozione mi raggiunse, già alle prime note: un brivido […]

Me lo ricordo come fosse oggi. Era l’autunno del 1986 e il giorno stesso in cui uscì nei negozi di dischi il nuovo Lp di Paul Simon, Graceland, corsi a comprarlo e una volta a casa lo piazzai sul piatto dell’hi-fi per godermelo tutto. Ma quale emozione mi raggiunse, già alle prime note: un brivido mi salì per la schiena quando partì l’accordion di Boy in the Bubble. Un riff assolutamente inedito per il pop rock di allora, una melodia sghemba, quasi in controtempo, ma misteriosamente trascinante. E non era che la prima sorpresa che riservava questo disco: per la prima volta un artista famosissimo, un’icona pop in pista già almeno da un ventennio, con alle spalle un serie impressionante di successi epocali, prima in coppia con Art Garfunkel, poi in splendida solitudine, si era buttato anima e corpo in un progetto musicale, che insieme a So di Peter Gabriel, uscito quasi contemporaneamente, decretò l’inizio della world music. Un genere che ha influenzato tanti prodotti musicali di “frontiera”, al confine con le origini africane del rock, scoprendone nuovi accenti, nuove atmosfere e nuovi ritmi e nuove sonorità che, per esempio, in Italia ispirarono lavori come La pianta del tè di Ivano Fossati.

Lo raccontava lo stesso Paul Simon, sul retro della copertina che racchiudeva il vinile: fu grande la sua sorpresa nell’ascoltare un’audiocassetta che il suo manager gli aveva fatto pervenire e che conteneva una serie di canti popolari del Sudafrica, in quei tempi ancora alle prese con la piaga sociale dell’apartheid: erano inni e balli originari delle tribù di quelle terre che, per soluzioni vocali e polifoniche, assomigliavano in maniera straordinaria agli spiritual degli schiavi neri americani che mescolati con il country bianco avevano dato vita alla musica dei pionieri del rock n’ roll capitanati da Elvis Presley. Simon non si fece pregare due volte e partì, destinazione Sudafrica, per incontrare un gruppo vocale che meglio rappresentava questo filone popolare africano: i Ladysmith Black Mambazo. Il piccolo genio del New Jersey iniziò la collaborazione con gli artisti locali, finendo  per essere sommerso da feroci critiche da chi, anche in campo musicale, stava lottando per la liberazione dalla subalternità della maggioranza di colore, agli eredi dei coloni bianchi di origine olandese. Furono polemiche che durarono ben poco: tutti si accorsero che l’opera di Simon, anche se non direttamente politica, dava la possibilità a musicisti fino ad allora sconosciuti al grande pubblico, di diventare ambasciatori di quelle terre martoriate dalla violenza razzista.


Ma questo album non vive sulla memoria
della lotta per la libertà e rimane una pietra miliare della storia del pop e del rock, per i suoni scintillanti, le percussioni galoppanti, i cori imponenti, l’atmosfera unica che pervade tutti i brani, immersi in un crossover unico e irripetibile dove si rincorre il funky, il cayun dei monti Appalachi, il ritmo infernale della fisarmonica roots dei Rockin Doopsie, il tex mex dei Los Lobos e di Linda Ronstand, l’easy listening degli Everly Brothers. Tutti accompagnati da una schiera di sessionman africani da lasciare senza fiato, ancora oggi che sono passati più di venticinque anni. E la musica accompagna testi che alternano quadri decisamente americani ad altri più universali: il pellegrinaggio a Graceland, la residenza museo di Elvis, il dramma dei senza fissa dimora di ogni angolo del mondo, storie buffe di amori contrastati, paesaggi sotto il cielo africano, cercatori di diamanti al ritmo dei cori zulu, battibecchi sull’aia di New Orleans. E sopra tutti la genialità compositiva e l’inconfondibile voce pulita e sempre misurata del grande Simon, regista di un musical assolutamente indimenticabile. Un lavoro che forse, prosciugò la vena compositiva dell’autore di The Sound of Silence, che da quel momento ridusse di molto le sue uscite discografiche. Se siete dei collezionisti e patiti di Paul Simon, non perdetevi dunque la confezione deluxe del 25° Anniversario, che esce in questi giorni (cd con demo inediti, dvd con concerti dell’epoca, backstages, interviste, booklet). Se invece volete che vi si apra un nuovo mondo, perché allora eravate distratti o perché siete nati proprio in quegli anni Ottanta del riflusso, non perdetevi la ristampa del solo cd, non ve ne pentirete.

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2 Commenti

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