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Governo di salute pubblica

giugno 30, 1999 Zottarelli Maurizio

Alla fine il decreto legislativo di riforma sanitaria è passato
con l’accordo di tutta la maggioranza. Che, a dispetto del grave
malcontento della categoria medica e dell’opposizione delle regioni, per salvare il governo, ha dato il via libera a una legge in controtendenza rispetto al resto d’Europa e che rischia di affossare definitivamente la sanità italiana. Oltre a preparare una stagione di lotte
e malcontenti. Sulla pelle dei malati

La resa dei conti era cominciata con la conta dei voti. E se il deficit elettorale aveva scatenato nell’intera maggioranza la caccia al colpevole del magro bilancio elettorale, nel Ppi, ridotto a un misero 4,2%, l’attenzione si è subito concentrata sulla pattuglia dei ministri, primi responsabili dei malumori dell’elettorato. E in particolare sulla Bindi, innalzata a furor di popolo sul banco degli imputati. “Con la riforma sanitaria in un colpo solo è riuscita ad alienarci le simpatie di tutto il mondo della sanità e del volontariato” aveva commentato Silvia Costa e il ministro dell’Università Ortensio Zecchino rincarava la dose: “Siamo popolari perché abbiamo forte il senso dei limiti dello stato, invece abbiamo sostenuto una riforma sanitaria che più statalista non si può. Se è la visione della Bindi quella del Ppi, rassegnamoci alla sconfitta”.

Salvate la Bindi (e il governo) In questo clima, mercoledì 16, si è giunti al primo consiglio dei ministri al cui ordine del giorno c’era proprio la riforma Bindi. A quel punto, nessuno ha lesinato le critiche. Il ministro della Funzione pubblica Piazza addirittura gongolava: “Io l’ho detto fin dall’inizio che questa riforma non mi piaceva…”, finché il presidente del Consiglio Massimo D’Alema concludeva che “un provvedimento simile sarebbe incostituzionale e se qualcuno impugnasse la riforma perderemmo…”. La Rosy esplodeva: “Vi siete fatti influenzare dalle lobby, sono intervenuti i poteri forti e avete cambiato idea. Sono già stata sconfitta sull’abolizione del ministero della Sanità perciò la riforma del sistema sanitario è questa. Se ne vorrete fare un’altra allora la dovrete fare con un altro ministro”. Consiglio sospeso e tutto rimandato a venerdì 18 quando, avvicinandosi la scadenza delle deleghe (lunedì 21 giugno), si imponeva un accordo politico e la firma da parte del Consiglio dei ministri.

Sul fronte dei medici la Bindi era riuscita ad accordarsi in qualche modo con l’Aanao-Assomed (il più grande sindacato di categoria) e con la Fimge (Federazione italiana medici generici) per rompere il fronte della protesta, ma il grosso della categoria aveva tentato un estremo tentativo per scongiurare una legge destinata a schiantare il sistema sanitario e, di fatto, a cancellare la libera professione. Le associazioni di categoria lombarde avevano deciso di lanciare un appello sui giornale al presidente della Repubblica Ciampi perché non promulgasse dei decreti destinati ad aprire un contenzioso permanente nel mondo della sanità, riponendo anche qualche speranza nel fronte delle regioni, molte delle quali – anche alcune tradizionalmente “rosse”, come la Toscana – avevano espresso parere negativo per una riforma che le esautorava di una competenza riconosciuta loro dalla Costituzione.

Venerdì 18 sul Giornale e il Giorno usciva l’appello dei medici al presidente Ciampi perché non firmasse dei decreti, si leggeva, “viziati di illegittimità costituzionale, di eccesso di delega, privi di neutralità e copertura finanziaria, distanti dalle normative europee”. Intanto in Consiglio dei ministri i giochi erano fatti e, come ampiamente previsto, venerdì mattina il consiglio dei Ministri faceva suoi i decreti e dava il via libera alla riforma del servizio sanitario nazionale.

Medici: lotta continua “E ora vedremo che cosa c’è effettivamente scritto in questa legge – commentava Roberto Anzalone, presidente nazionale dello Snami e vicepresidente dell’Ordine dei medici di Milano appena dopo la firma del Consiglio dei ministri – di sicuro l’impianto complessivo è quello di una legge statalista, dirigista e chiusa. Noi speriamo ancora che Ciampi non la firmi, se poi passerà ricorreremo alla Corte costituzionale. Il malcontento tra i medici però ora sta esplodendo perché un po’ tutti a questo punto incominciano a capire dove porterà questo colpo di mano”.

“È una brutta giornata per gli assistiti e i medici del servizio sanitario nazionale – commentava Carlo Sizia presidente nazionale del Cimo -: è un peggioramento per quello che riguarda la tutela della salute. Certo non ci fermeremo di fronte a un provvedimento che ratifica l’anomalia italiana per cui è il governo che fa le leggi e non il Parlamento. Se il presidente della Repubblica lo avalla si troverà a condurre un settennato prigioniero dei partiti che l’hanno eletto. La Regione Lombardia, l’ha già annunciato, farà ricorso alla Corte costituzionale e anche noi faremo la nostra parte. Poi speriamo che cadano il governo e la Bindi: questo ministro non sarà mica eterno…”. La Cimo è, dopo l’Aanao-Assomed, il più grande sindacato di categoria “e, dopo le ultime decisioni che certamente non hanno soddisfatto gli iscritti dell’Aanao – aggiungeva maliziosamente Sizia – i rapporti di forza potrebbero mutare…”.

Marcello Costa Angeli è uno degli iscritti Aanao lombardi più noti per le sue battaglie e le lettere aperte sui giornali: “Si è creato uno scollamento tra la base e il vertice del sindacato che, una volta ottenuto quanto chiedeva, ovvero la dirigenza unica dei medici, ha deciso di far passare la riforma a tutti i costi. La base invece chiedeva una scelta più liberista perché una riforma così dirigista in cui i medici sono ridotti a vassalli di politici e direttori di dipartimento, al di là del ruolo di dirigente, toglie ai medici la possibilità di lavorare e distrugge il loro ruolo. Lo scollamento è particolarmente evidente in Lombardia dove le leggi imposte vengono applicate e quindi se ne vedono maggiormente gli effetti: perciò per noi, cartello dei medici in rivolta di Monza e Milano, la battaglia, sempre nel rispetto dei cittadini e dei loro diritti, non è finita”.

Nel frattempo anche per il presidente della Federazione nazionale medici Aldo Pagni, che ha firmato l’accordo con la Bindi, ha cominciato a tirare brutta aria. Anzalone, anzi, è categorico: “Chiedere le dimissioni del presidente della federazione sarà la nostra prima azione: ha firmato l’accordo con la Bindi senza avere nulla in mano e gestendo la trattativa a nome solo di una parte della categoria e dei sindacati dimostrandosi un uomo di parte e questo è inconciliabile con il ruolo di presidente di tutta la federazione. Abbiamo già chiesto un consiglio nazionale e l’impressione è che si voglia tirare per le lunghe. Quello che so è che attualmente i sindacati che non hanno accettato l’accordo sono la maggioranza: il 50% degli ordini chiedono il consiglio nazionale e le dimissioni di Pagni. In Lombardia quasi la totalità degli iscritti dell’Aanao si sta dissociando dalla decisione dei vertici di quel sindacato di firmare l’accordo, lo stesso vale per gli iscritti di Napoli e per i pediatri lombardi del Fimpe. Il signor Pagni non ci rappresenta più e deve andarsene perché si è dimenticato la libera professione che dovrebbe rappresentare”. “Pagni è un uomo di regime – rincarava la dose Sizia -, legato mani e piedi alla Bindi della quale segue fedelmente le indicazioni dicendo sempre sì. Anche a costo di fare figuracce nei confronti dell’intera categoria”.

La maggioranza è d’accordo, si firmi Ma se all’interno del Ppi le polemiche non si placavano e Mino Martinazzoli sul Corriere di sabato 19 parla di “riforma sanitaria centralista che più centralista non si può”, mentre De Mita su Repubblica di domenica la definisce roba da “socialismo reale, da piano quinquennale, da pianificazione sovietica”, a sinistra sembrano soddisfatti. “È un decreto che fa una scelta di campo chiara a favore del sistema pubblico – spiega Gloria Malaspina, responsabile delle politiche della salute Cgil nazionale -: si prosegue nel processo di aziendalizzazione come strumento primario di programmazione, mantenendo però la caratterizzazione di servizio pubblico nel rapporto tra definizione dei servizi essenziali e utilizzo delle risorse. Sui dettagli forse si potrebbe discutere, ma l’impianto generale per noi è molto più importante e quindi giudichiamo positivamente questi decreti”. Le regioni però si ritengono usurpate del loro diritto costituzionale di gestire il servizio sanitario: “Veramente le regioni – continua Gloria Malaspina – avevano posto dei vincoli irrinunciabili che sono stati recepiti, per cui non dovrebbero lamentarsi. Quanto ai medici, dovrebbero essere ben contenti, visto che hanno incassato un accordo di lavoro per legge invece che per via contrattuale”.

Al di là delle discussioni dei giorni scorsi, quindi, non si può parlare di riforma figlia della sola Bindi, ma nata da una posizione politica comune della maggioranza. “Vede – spiega il responsabile sanità della Cgil – qui si tratta di reimpostare tutto lo stato sociale e il rapporto tra risorse e gestione dei servizi, non puntando solo alla crescita dei prodotti di consumo, ma cercando di sviluppare tutti i servizi alla persona, dalla formazione, all’occupazione, per esempio. Il decreto Bindi va in questa direzione, per questo lo sosteniamo. E penso che la saldatura delle posizioni all’interno della maggioranza si sia realizzata proprio in considerazione di questa prospettiva che esce da una logica di tagli, per produrre ricchezza e ridistribuirla meglio, rendendola accessibile a tutti, con livelli di assistenza uniformi per tutto il territorio. Su questa programmazione generale delle risorse e dei livelli essenziali di assistenza poi ogni regione farà le sue scelte”. Inevitabile, perciò che lunedì 21 il presidente della Repubblica, alla faccia degli appelli, ratificasse l’accordo politico dei partiti della maggioranza. Aprendo una stagione di malcontento e conflitti continui nel mondo della sanità. Per il quale l’ultima speranza è riposta nella Corte costituzionale.

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