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Google resiste (almeno per ora) alla stretta fiscale europea. Impotenti i governi

novembre 19, 2012 Matteo Rigamonti

In Inghilterra e in Francia nessuno riesce a tassare il colosso di Mountain View che fattura ovunque ma dichiara i redditi nell’economica Irlanda. Che fare? Gli esecutivi brancolano nel buio.

Continua il braccio di ferro tra il fisco di Sua Maestà d’Inghilterra e i giganti del web “made in Usa” come Google e Amazon. In particolare il governo britannico vuole che i colossi di internet a stelle e strisce paghino le giuste tasse per i profitti realizzati sul suolo patrio. Proprio come accade per ogni altra azienda locale. Il problema oltretutto è comune anche agli altri paesi d’Europa, tanto che nell’ultimo G20 in Messico, i ministri delle finanze francese, tedesco e inglese, avevano raggiunto un’intesa di massima per un’azione comune. Google, Amazon ma anche altre multinazionali come Starbucks sono solite tentarle tutte per versare alle casse dello Stato la minor percentuale possibile della tassa sulle società. La soluzione più frequente? Domiciliare gli uffici della compagnia in Irlanda, dove l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è pari al 12,5 per cento, o in altri paradisi fiscali come il Lussemburgo e l’Olanda. In questo modo Google, che nel Regno Unito fattura 31 milioni di sterline soprattutto in pubblicità, versa all’erario solo 6 milioni (a fronte di un volume di vendite superiore ai 2, 5 miliardi di sterline).

L’IMPERATIVO È MORALIZZARE LE BIG. «Perché manipolate i vostri conti in modo tale da poterla fare franca e non pagare la tassa sulle società nel Regno Unito?», ha chiesto la parlamentare Margaret Hodge ai rappresentanti delle suddette multinazionali durante l’«infuocata», come l’ha definita l’International Herald Tribune, seduta della commissione parlamentare sui conti pubblici dove li aveva convocati la scorsa settimana. «Noi paghiamo le tasse che siamo obbligati a versare in tutti i paesi in cui operiamo» ha risposto Matt Brittin, vicepresidente di Google per il Nord e Centro Europa. «Non vi stiamo accusando di operare nell’illegalità – ha ribattuto Hodge – vi stiamo accusando di essere immorali», ha detto. Ma la riunione si è chiusa con un nulla di fatto.

IN FRANCIA PASSI AVANTI PER GLI EDITORI. Se l’intesa col fisco in Inghilterra sembra ancora lontana e anche nel resto d’Europa non ci sono stati passi avanti, qualcosa invece si muove oltremanica sul fronte editoria. In Francia Marc Schwartz, ex magistrato, dovrebbe essere nominato entro breve mediatore per i negoziati tra gli editori della stampa francese e Google, almeno stando a quanto riferito dal quotidiano economico Les Echos. Qui, il tema in discussione sono i proventi pubblicitari su Google. Per gli editori francesi, il motore di ricerca di Larry Page guadagna in pubblicità sfruttando i contenuti dei siti di informazione indicizzati in ricerca. Google non è d’accordo. Ma Hollande ha chiesto che venga trovata entro fine anno una soluzione, minacciando altrimenti l’introduzione della temibile, per il colosso di Mountain View, “Google tax”.

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