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Google Glass, rivoluzionari o diabolici? Meluzzi: «L’importante è che non inibiscano la relazione con l’altro»

giugno 4, 2013 Paola D'Antuono

Intervista allo psichiatra Alessandro Meluzzi: «Ben venga l’evoluzione tecnologica, a patto che non alteri la relazione tra gli esseri umani».

I Google Glass non sono ancora in produzione, eppure sono già nella nostra vita. Ne sentiamo parlare quotidianamente e i pochi fortunati che li hanno provati in anteprima hanno mostrato al mondo cos’è la realtà aumentata. A guardare i primi video realizzati attraverso gli occhiali di Google –  dichiarazioni d’amore, proposte di matrimonio, semplici passeggiate – sembra di trovarsi paracadutati nella Los Angeles immaginata da Kathryn Bigelow in Strange Days. Un paio di occhiali o un caschetto sensoriali trasformano l’esperienza in una ripresa in soggettiva, dove la camera non è più sguardo oggettivo sulla realtà, ma è la realtà stessa che accade.

INARRESTABILE. Ma questo oggetto del desiderio che dal prossimo anno entrerà a far parte della nostra vita è davvero qualcosa di rivoluzionario o è un diabolico aggeggio tecnologico da cui è meglio stare lontani? Secondo il professor Alessandro Meluzzi, i Google Glass sono solo il risultato dell’evoluzione tecnologica «che non ci deve scandalizzare. La tecnologia non è un’entità neutra, proprio in virtù della relazione profonda che intercorre tra mezzi e contenuti, ma corre in maniera inarrestabile. Pensare di fermare una nuova tecnologia è come credere di poter fermare il vento con le mani, un’assurdità. Semmai la vera domanda è un’altra: l’oggetto in sé può nuocere, inibire, bloccare o rallentare la nostra relazione tra l’umano?».

RELAZIONE. Per lo psichiatra, infatti, il problema «non risiede nella tecnologia in quanto tale, ma nella nostra capacità di guardarci nell’altro, di rivederci nell’altro e di agire nella relazione con lui. Un uomo relazionale, capace di trascendenza, di agape, di amore, può trovare qualcosa che abbia a che vedere con questa dimensione nella rete, nella telecamera, nell’amplificazione dei segni del proprio corpo attraverso una tecnologia sofisticata. Ma se questa tecnologia diventa sostitutivo della relazione allora diventa semplicemente amplificazione del vuoto, anestesia esistenziale» che porta alla «morte della ragione, dell’amore, dei sentimenti e mostra il peggio di se stessi».

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